22 NOVEMBRE: SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL'UNIVERSO
Giovanni Benedetti



In quel tempo, disse Pilato a Gesù: «Tu sei il re dei giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?». Pilato rispose: «Sono io forse giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re.
Per questo io sono nato e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Gv 18,33-37).


I padri della Chiesa avevano un concetto religioso, direi «teologico», della verità:

Ciò che di buono e di vero dissi, è di Dio e per dono di Dio lo dissi — confessava Agostino —; ciò che per caso dissi che non dovevo dire, lo dissi io, uomo, ma sotto lo sguardo di Dio (Commento ai salmi, 55,10). — E raccomandava: — Sta’ attento a non mentire. Tu sei uomo, egli è Dio; Dio infatti è verace, l’uomo invece è mendace (Commento ai salmi, 52,4).

«Come si può amare Dio se non si ama la verità, poiché Dio è verità?» si chiedeva perciò Ambrogio di Milano (Trattato sul Vangelo di Luca, 2,94). Il mondo, infatti, è stato creato dalla Parola e solo attraverso la Parola diventa intelligibile. La verità cristiana, infatti, non toglie nulla alla realtà e alla verità delle cose create: è la luce che restituisce ad esse la bellezza e la ricchezza del disegno creativo originario.

 


Si potrebbe anche dire che la luce evangelica non ha un contenuto proprio, che sostituisce quello già esistente in ogni cosa. Anzi, sembra che scompaia nella cosa da essa illuminata, come luce del sole che scompare nei colori delle cose e da essa illuminate. «Viva Cristo re!», oppure: «Cristo regni!» si proclamava qualche decennio fa, quando la Chiesa amava chiamarsi «militante».

In tempi di lotta si può anche opporre, in tal modo, la verità di Gesù contro le ideologie umane. Anche Tertulliano, quando infuriava la per-secuzione, proclamava: «Siamo chiamati a formare la milizia del Dio vivo, e già adesso rispondiamo con le parole del sacramento che celebriamo» (Ai martiri, 3). «Alleva un atleta per il Cristo» raccomandava Giovanni Crisostomo al genitore cristiano (L’educazione dei figli, 19).

In realtà, però, Gesù dichiarò di esser re soltanto durante la sua passione, e sopra la sua testa gli fu scritto quel titolo da Pilato quand’era già in croce. La sua verità volle dirla così. E così vuole che il suo discepolo la viva e la testimoni. «Quanto ci amasti, Padre buono, che non risparmiasti il tuo unico Figlio [...], vittorioso e vittima per noi al tuo cospetto, vittorioso perché vittima (et ideo victor quia victima)» affermava Agostino con un efficace bisticcio di parole (Confessioni, 10,43,69).

La verità evangelica, infatti, non si oppone alle varie verità che la mente umana scopre e di cui si nutre. Non si oppone ad esse, perché non si pone sullo stesso piano. Anzi, si pone a loro fondamento;
ne costituisce e ne rispetta il valore. Gesù è il Verbo che ha creato e governa l’universo e la storia umana, prima ancora di essere il redentore del mondo e il rivelatore dei segreti del Padre.
Il regno di Dio comprende ambedue queste realtà. E Gesù è la verità che illumina ambedue, dal momento che, incarnandosi, ha posato su di esse «il suo sguardo», come scriveva Origene.

Il «provvidenzialismo non è una verità cristiana» è stato detto. Perciò, «coprire con il nome di Dio cose semplicemente umane, forse fin troppo umane, è tanto blasfemo quanto lanciare un grido di rivolta contro colui che ne fosse falsamente considerato come l’eterno garante».

In un’epoca, in cui le dispute teologiche erano diventate argomento di discussione e di litigio nel parlare quotidiano della gente, i padri della Chiesa si preoccupavano di tener fuori discussione il mistero di Dio, affermandone la «incomprensibilità»:

Perché, dunque, cerchi di conoscere da te stesso cose troppo profonde, mentre la maggior parte delle stesse cose che sai supera la tua facoltà conoscitiva, e l’hai apprese da un altro? — chiedeva Giovanni Crisostomo ai suoi fedeli. — Rinuncia a questo gusto di discutere (La provvidenza di Dio, 3,11).

Si può discutere, in altre parole, su tutte le verità che l’uomo può conoscere, ma non sul mistero inaccessibile di Dio che sta a loro fondamento. Il cristiano è perciò convinto che non esiste alcuna verità umana che possa fare a meno della verità, che è Gesù stesso.
Ma deve anche esser convinto che non basta il vangelo per risolvere da solo tutti i problemi che pone la vita d’ogni giorno. Non basta che uno sia un buon cattolico perché per questo possa dirsi un bravo politico, un esperto economista, un vero scienziato ecc., come non si può dire che esista una scienza cattolica o una matematica cattolica.

Si deve però anche dire che la scienza e la stessa matematica acquistano significato e finalità diverse a seconda che lo scienziato e il matematico sia un credente o meno. Questa riflessione, per non rimanere astratta, dovrebbe proporre il problema dello «specifico cristiano», cercando di capire la «novità» che la verità cristiana, che è Gesù stesso, porta nel pensiero e nella vita di chi crede in lui.

A chi gli chiedeva di diventare giudice o mediatore nella divisione dell’eredità paterna tra due fratelli, sembra che Gesù si rifiuti di intervenire. In realtà egli sposta il problema, andando alla radice della vertenza.
«E disse loro: Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni» e racconta la parabola del ricco «stolto» (Lc 12,15-21).
Secondo Gesù, la vertenza tra i due fratelli era, insomma, un problema giuridico e morale insieme, riguardava cioè la Legge di Mosè e riguardava la loro coscienza.
A Gesù interessava illuminare la loro coscienza, lasciando ad altri la soluzione del problema legale.
«Cristo nostro Signore chiamò se stesso verità, non consuetudine (Dominus noster Christus veritatem se, non consuetudinem, cognominavit)» scriveva Tertulliano (Sul dovere delle vergini di portare il velo, 1,1-3). In questo senso egli è, dunque, la verità, e in questo senso vuole che l’intenda chi vuole appartenere al suo regno.

Un esegeta faceva recentemente notare che «varie considerazioni inducono a pensare che Mt 11,12 non vada tradotto in senso passivo: “Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono”, bensì in senso intransitivo»; cioè: il regno di Dio preme per venire alla luce, insiste per manifestarsi; e, dall’altra parte, c’è «chi continua a sforzarsi per portarlo via, precludendone l’accesso agli uomini».
Questa accentuazione data alla potenza della volontà di Gesù di costruire «il suo regno» di verità in opposizione alle «porte degli inferi», cioè al «regno di questo mondo», è forse preferibile.
Anche Ilario di Poitiers sembra di questo avviso.

Il regno dei cieli — egli scriveva — soffre violenza, coloro che fanno violenza lo prendono di forza, per il fatto che la gloria che i patriarchi avevano destinato a Israele, i profeti avevano annunciato, il Cristo aveva offerto, diventa il bene della fede e la preda dei pagani» (Commento al Vangelo di Matteo, 11,7).



da: Giovanni Benedetti - Il Vangelo della Festa
2001 Centro editoriale dehoniano
via Nosadella, 6 - 40123 Bologna, pp 497-500



 

 

 

 

 

 

 

 

 

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