1 NOVEMBRE: SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI
Riprendiamoci i nostri Santi!

Paolo Curtaz




Prima lettura: Ap 7,2-4.9-14 • Seconda lettura: 1Gv 3,1-3 • Vangelo: Mt 5,1-12


Triste paese, il nostro, in cui la memoria dolorosa dei defunti si sovrappone e si sostituisce a una delle feste più gioiose dell’anno così che, paradossalmente, il giorno dei Santi è diventato il giorno della visita ai cimiteri!
Pazienza, cerchiamo, almeno nella liturgia, di tenere ben distinti i due livelli: abbiamo bisogno di meditare, e tanto, sulla gloria dei santi per affrontare il ricordo dei nostri amati defunti.

Eroismi. Il nostro tempo è chiamato a compiere un’opera ciclopica: riappropriarsi dei santi, tirandoli giù dalle nicchie e facendoli entrare nella nostra vita.
Rischiamo di vedere il santo come qualcuno di completamente estraneo alla nostra vita; con il proposito corretto di esaltarne le qualità, si corre il rischio di allontanare questi nostri fratelli dalla concretezza relegandoli nella sfera del miracolistico e, perciò, dell’impossibile.

Cosa c’entrano i santi con me?
Con il mio lavoro, le mie preoccupazioni, i miei limiti?

È importante, credo, ridire che il santo è un cristiano riuscito bene, un cristiano che ha lasciato germogliare il germe della fede piantato nel suo cuore il giorno del battesimo fino a farlo diventare l’albero frondoso alla cui ombra gli uomini riposano.

 


Santi quotidiani. Ciascuno di noi è chiamato a diventare santo, cioè a realizzare in pieno il motivo per cui esiste, a centrare il bersaglio, lasciandosi costruire da Dio.
Il santo, uomo completo, non è colui che fa delle cose straordinarie, ma che fa le cose di tutti i giorni straordinariamente bene (frase di teresiana memoria...).

La Chiesa, madre di santi, ci propone oggi come modelli santi più vicini alla nostra sensibilità e che possono davvero essere presi ad esempio per la nostra quotidianità: studenti universitari simpatici e concreti, come Piergiorgio Frassati; madri di famiglia che accettano il sacrificio nella quotidianità, come Gianna Beretta Molla; professionisti che vivono con passione il proprio lavoro, come Giuseppe Moscati.

Se riusciamo a rimettere i santi accanto a noi, ci accorgeremo che la loro santità non consiste nel fare cose fuori dal comune, o in atteggiamenti devozionistici o pietistici, rassegnati o zuccherosi.
Conoscere i santi significa veramente percepire in essi una profonda umanità innalzata dall’amore di Dio. Uomini e donne di tutti i tempi che hanno cercato di lasciarsi fare dalla grazia del Signore, senza intralciarlo, ma mettendo la propria sensibilità e intelligenza a servizio del vangelo.

Il più grosso miracolo che i santi compiono è quello di lasciare che Dio lavori nella loro vita.

Santi subito! E noi?

Se la santità è il modello della piena umanità, perché non porci questo obiettivo?

Santo è chi lascia che il Signore riempia la sua vita fino a farla diventare dono per gli altri.
Come brillantemente annota uno scrittore francese del secolo scorso: «Non c’è che una tristezza, quella di non essere santi».

Festeggiare i santi significa celebrare una Storia alternativa.
La storia che studiamo sui testi scolastici, la storia che dolorosamente giunge nelle nostre case, fatta di violenza e prepotenza, non è la vera Storia. Intessuta e mischiata alla storia dei potenti, esiste una Storia di-versa che Dio ha inaugurato: il suo regno.

Le beatitudini ci ricordano con forza qual è la logica di Dio. Logica in cui si percepisce chiaramente la diversa mentalità tra Dio e gli uomini: i beati, quelli che vivono fin d’ora la felicità, sono i miti, i pacifici, i puri, quelli che vivono con intensità e dono la propria vita, come i santi.

Questo regno che il Signore ha inaugurato e che ci ha lasciato in eredità, sta a noi, nella quotidianità, renderlo presente e operante nel nostro tempo.




da: Paolo Curtaz - La Parola spezzata - riflessioni sulle letture della domenica

Edizioni san Paolo s.r.l., 2006

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