TEMPO ORDINARIO: Sazietà e desiderio senza fine (Gv 6,24-35)
Baldovino di Ford




 




Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete (Gv. 6, 35).
Chi viene a me ha lo stesso significato di chi crede in me. Non avrà più fame vuol dire la stessa cosa di non avrà più sete. In un caso e nell’altro è significata la sazietà eterna quando più nulla manca.

Precisa, peraltro, la Sapienza: Coloro che mi mangiano, avranno ancora fame; quelli che mi bevono avranno ancora sete (Sir. 24, 29). Cristo, Sapienza di Dio (cf. 1Cor. 1, 24), non è mangiato fin d’ora fino a saziare il nostro desiderio, ma solo nella misura in cui eccita il nostro desiderio di sazietà; e più gustiamo la sua dolcezza più il nostro desiderio si ravviva. Ecco perché coloro che lo mangiano avranno ancora fame fino a che non sopraggiunge la sazietà. Ma, quando il loro desiderio sarà stato soddisfatto dai beni celesti, essi non avranno più né fame né sete (cf. Ap 7, 16).

La frase: Coloro che mi mangiano avranno ancora fame, può anche intendersi in rapporto al mondo futuro: infatti vi è in questa sazietà eterna una sorta di fame, che non deriva dal bisogno bensì dalla felicità.
I commensali desiderano mangiarvi in continuazione: mai soffrono la fame, e nondimeno mai cessano dal venir saziati. Sazietà senza ingordigia, desiderio senza gemito. Cristo, sempre ammirabile nella sua bellezza, è del pari sempre desiderabile, lui che gli angeli desiderano ammirare (1 Pt. 1, 12).

Così proprio quando lo si possiede lo si desidera; proprio quando lo si afferra lo si cerca, secondo quanto è scritto: Cercate sempre il suo volto (Sal. 104, 4).
Sì, lo si cerca sempre, colui che si ama per sempre possederlo. Per cui, coloro che lo trovano lo cercano ancora, quelli che lo mangiano ne hanno ancora fame, quelli che lo bevono ne hanno ancora sete.
Tale ricerca, però, rimuove ogni preoccupazione, tale fame scaccia ogni fame, tale sete estingue ogni sete. È fame non dell’indigenza, bensì della felicità consumata.

Della fame dell’indigente, è detto: Chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non avrà pia sete.
Della fame del beato, invece: Coloro che mi mangiano avranno ancora fame; quelli che mi bevono avranno ancora sete.
Il termine fame può intendersi come equivalente di sete, sia che si tratti della miseria, sia che si tratti della felicità; però, se si preferisce sottolineare una differenza, il Salmista ne fornisce l’occasione, allorché dice: Il pane sostiene il cuore dell’uomo, e: Il vino allieta il cuore dell’uomo (Sal. 103, 15).

Per coloro che credono in lui, Cristo è cibo e bevanda, pane e vino. Pane che fortifica e rinvigorisce, del quale Pietro dice: Il Dio di ogni grazia, che ci ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo Gesù, ci ristabilirà lui stesso dopo breve sofferenza, ci rafforzerà e ci renderà saldi (1 Pt. 5, 10). Bevanda e vino che allieta; è ad esso che si richiama il Profeta in questi termini: Allieta l’anima del tuo servo; verso di te, infatti, o Signore, ho innalzato la mia anima (Sal. 85, 4).

Tutto ciò che in noi è forte, robusto e solido, gioioso e allegro, per adempiere i comandamenti di Dio, sopportare la sofferenza, eseguire l’obbedienza, difendere la giustizia, tutto questo è forza di quel pane o gioia di quel vino. Beati coloro che agiscono fortemente e gioiosamente!

E siccome nessuno può farlo di suo, beati coloro che desiderano avidamente di praticare ciò che è giusto e onesto, ed essere in ogni cosa fortificati e allietati da Colui che ha detto: Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia (Mt. 5, 6). Se Cristo è il pane e la bevanda che assicurano fin da ora la forza e la gioia dei giusti, quanto di più egli lo sarà in cielo, quando si donerà ai giusti senza misura!

Baldovino di Ford, De sacram. altar., 2, 3






da: I Padri vivi - Le parole e i giorni - Commenti patristici -
1981 Città Nuova Editrice, via degli Scipioni 265 - Roma, pp 218-219

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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