TEMPO ORDINARIO: Radicati nella Carità di Cristo - Efesini 4,1-16
Anna MAria Cànopi





L’umile via della santità

[...] il quarto capitolo è, di conseguenza, tutto dedicato dall’Apostolo a stendere il «programma» della vita cristiana, una vita segnata da una vocazione santa e caratterizzata da una missione comunitaria, ecclesiale. Ci troviamo così davanti a una realtà in cui il singolo si riscopre membro della Chiesa e la Chiesa si riconosce corpo mistico dalle molte membra, tutte egualmente necessarie nella loro diversità. Sono pochi versetti, ma di tale densità da costituire da soli un vero trattato di ecclesiologia! San Paolo ancora una volta parla dalla pienezza del suo cuore: non detta regole di vita, ma esorta e dà l’esempio.

Il capitolo si apre con un invito forte, vivo, caldo: parola di un padre ai suoi figli, di un capomastro ai suoi compagni di lavoro; ancora di più, è parola di « un prigioniero » che testimonia con le catene il proprio amore a Cristo e ai fratelli. Il verbo originale reso in italiano con « esorto » -
parakaléo - indica un atteggiamento di invito, di esortazione e di supplica, ma insieme significa incoraggiamento e consolazione. Da questo stesso verbo deriva il nome di « Paraclito » riferito allo Spirito Santo.

Si potrebbe dire che qui san Paolo chiede - rimanendo ancora spiritualmente inginocchiato davanti al Padre - di ricolmare i cristiani del suo Santo Spirito.
Prima di esprimere l’esortazione aggiunge, però, un « dunque » che è molto importante: esso serve a legare strettamente i primi tre capitoli della Lettera, dal carattere eminentemente teologico e contemplativo, con gli ultimi tre, dal tono prevalentemente esortativo, pratico. È come se ora Paolo dicesse: poiché nel suo grande amore Dio ha stabilito per noi questo meraviglioso disegno di salvezza e ci ha chiamati, al di là di ogni nostro merito, a una vita di piena comunione con lui, occorre che la nostra vita sia una risposta adeguata alla sua attesa; occorre che sia fondata e radicata saldamente in Cristo, protesa alla santità.

« Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto » (v. 1).
La chiamata è altissima, perché trasforma la nostra natura e ci rende « figli di Dio». Siamo, dunque, esortati a superare noi stessi, a non accontentarci di quello che le nostre tendenze naturali ci spingono a cercare; esse ci chiudono nella sfera del terreno, dell’umano, mentre noi siamo destinati a entrare, per grazia, nella dimensione celeste, sovrannaturale.
Cosa impossibile se contiamo su noi stessi, ma possibile e persino facile se ci affidiamo al Signore: «Forse che non è facile portare il soave giogo di Cristo? Forse che non è sublime eccellere nel suo regno? Che cosa c’è di più facile - ti chiedo - che portare le ali che portano colui che le porta? Che cosa c’è di più sublime che volare al di sopra di tutti i cieli, dove Cristo è salito? » (Guerrico d’Igny, Sermone per l’Ascensione del Signore, in Sermoni, Qiqajon, Magnano 2001, pp. 452-453).

Come attuare ciò nel quotidiano? Come dare un respiro di eternità alla vita che scorre nel tempo e sembra inesorabilmente destinata a perire? La via è molto semplice, anche se può essere, in certi momenti, molto ardua e richiedere una forza eroica.
San Paolo la traccia con chiarezza: è una via fatta di ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, di amorevole sopportazione vicendevole, di unità e di pace (cfr. v. 2).


L’esperienza dell’amore infinito di Dio non si fa «immaginando » il Dio della gloria, né eccitando in noi dei sentimenti sublimi, ma piegandoci alle cose umili, servendoci reciprocamente, sopportandoci gli uni gli altri nelle nostre debolezze e infermità fisiche e morali; si fa sapendo soffrire con amore, giorno per giorno, quello che ci è dato di soffrire, non con animo scontento e avvilito, ma accogliendolo come dono, dalla mano del Signore.

È la via percorsa da tutti i santi e che san Paolo, come poi san Benedetto, riassumono nel « nulla anteporre a Cristo » e di conseguenza nel preferire sempre gli altri a se stessi. Tale comportamento non è solo frutto di buona educazione, ma è motivato e sostenuto dalla fede che fa riconoscere il Cristo presente nell’altro: nel malato, nel forestiero che bussa alla porta, nel fratello con cui condivido il lavoro; in tutti e in ciascuno, anche in chi, per il suo temperamento, può rendermi talvolta più faticosa la vita. Questo passo dell’Apostolo costituisce davvero la magna charta della vita cristiana per edificare la Chiesa e la civiltà su solide fondamenta.

Alla base di tutto sta l’umiltà, quella virtù in forza della quale, conformandosi a Cristo, il cristiano rinunzia volontariamente a voler essere «grande » e « importante » agli occhi del mondo e si fa servo dei fratelli. L’Apostolo precisa: ogni umiltà, un’umiltà che non si limita a qualche gesto, a qualche momento, ma che abbraccia tutta l’esistenza e diventa uno stile di vita, per cui l’altro - chiunque altro - è ai miei occhi sempre più importante di me, perché in lui riconosco il Signore stesso.
Da questa umiltà scaturisce la « dolcezza» o « mitezza », che è pure un tratto caratteristico del Volto di Gesù: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore » (Mt 11,29). Esercitandosi in questa mite dolcezza nel rapporto con i fratelli non ci si impone con la forza, non si cerca di far prevalere ad ogni costo il proprio punto di vista, non si risponde al male con il male innescando una spirale senza fine di violenza, ma, come insegna il Vangelo, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, gli porgi anche l’altra, se uno vuole toglierti la tunica, gli lasci anche il mantello (cfr. Mt 5,38-42).
La magnanimità, poi, è quella grandezza d’animo che non tiene un registro dei conti aperto sui debiti altrui, ma che sa perdonare le offese e riconciliarsi con il fratello perché si considera sempre in debito di un più grande amore.









da: Anna maria Cànopi – Scelti per essere santi – Lectio divina sulla lettera agli Efesini
Paoline Editoriale Libri Figlie di san Paolo, 2009, via F. Albani, 21 -20149 Milano, pp 47-52


 

 

 

 

 

 

 

 

 

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