TEMPO ORDINARIO: Amati dall’eternità e per l’eternità
Anna Maria Cànopi



L’universalità della chiamata di Dio

Come in tutte le Lettere di san Paolo, anche nella Lettera agli Efesini il saluto iniziale contiene già parole-chiave che si illumineranno lungo il corso dello scritto, diventando da semplice saluto un insegnamento e una guida per comprendere la propria vocazione e missione.
Innanzitutto l’Apostolo si presenta con il proprio nome: Paolo. In quel nome ci sono tutti i nomi; ciascuno può leggervi il proprio e proseguire dicendo: apostolo di Gesù Cristo, scoprendosi cioè un «inviato di Gesù» per volontà di Dio, secondo un misterioso disegno che il Signore ha su di noi, per renderci strumenti scelti al fine di donare pace e grazia - la salvezza e la felicità - ai santi che sono in Efeso, ossia alle tante persone che incontriamo sul nostro cammino, tutte accomunate dalla divina chiamata a crescere nella fede e nella carità per giungere a un’autentica santità.

Dopo questo breve, ma intenso saluto, dal cuore di Paolo sgorga un grandioso inno che squarcia davanti a noi i cieli e ci lascia intuire qualcosa della realtà futura, ci fa intravedere la meta del cammino per farcelo intraprendere con più slancio, sostenuti da una sicura speranza.

[...]

Da sempre e per sempre benedetti da Dio
Ritorniamo ora all’inno, cercando soprattutto di lasciarci trasportare dalla forza e dalla veemenza delle parole che sgorgano dal cuore di Paolo come onde che si accavallano l’una sull’altra e ci immergono nell’oceano dell’amore di Dio, offrendoci una visione grandiosa del disegno di Dio nel quale noi stessi siamo inseriti. I versetti si susseguono e si incalzano l’un l’altro, formando un unico periodo che abbraccia cielo e terra, passato, presente e futuro.
Le parole si rivelano insufficienti a dire ciò che l’Apostolo vorrebbe esprimere, ma già questo stile e l’insistente ripetizione di alcuni termini-chiave diventano una luce che guida nella lettura e nell’interpretazione di questo testo poetico che, per forma e contenuto, tanto più ci stupisce e ci interroga se pensiamo che è stato scritto da un prigioniero per la fede.


«Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo » (v. 3).

L’inno si apre con una benedizione, una lode. Come folgorato da un’improvvisa intuizione di quanto Dio ha compiuto a suo favore, Paolo si rivolge a lui per benedirlo, per « dire bene » di lui, per proclamare quanto egli ha operato nell’esuberanza del suo amore.
E subito l’Apostolo si accorge che è troppo poco chiamarlo semplicemente Dio; egli è Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Il rapporto tra l’uomo e Dio non è solo quello tra Creatore e creatura, ma molto di più; è un rapporto intimo, profondo, viscerale.
È il rapporto con un Dio che si è imparentato con l’umanità. L’uomo prova perciò l’esigenza di «benedire» Dio, perché sa di essere stato da lui ricolmato di ogni benedizione spirituale. Benedetto, benedice.
La parola «benedetto» assume dunque ora un più intenso significato: non significa più soltanto «dire bene», ma «dare bene». Dio ha riversato nell’uomo tutte le sue benedizioni, i suoi beni; meglio, ha fatto di lui un «bene», una creatura buona, colma di grazia. Prima che il mondo fosse, noi eravamo nel cuore di Dio come un bene da lui profondamente amato: questo è il fondamento più profondo e solido dell’umana speranza. La creazione è, in certo modo, uno straripare dell’amore di Dio, che di fronte alle sue creature non può che esclamare con stupore: «È cosa molto buona» (Gen 1,31).
Questa circolazione di bene è da sempre e per sempre: è nei cieli, in Cristo. «Questa trascendenza», commenta Heinrich Schlier, «è ciò che all’uomo sulla terra apre uno “spazio”, per il quale egli, elevandosi sul terreno, acquista una vastità e una profondità infinite... Ciò che trascende l’uomo, quella profondità che sovrasta l’e-sistenza umana, è tale da esigere una decisione » (La Lettera agli Efesini, Paideia, Brescia 19732, pp. 60-61).

La «benedizione» avvolge totalmente e primariamente la creatura umana; prima di essere uomo o donna, prima di avere l’una o l’altra missione da svolgere nel mondo, essa è benedetta e portatrice di benedizione. Proseguendo nel suo cantico, san Paolo tenta di chiarire il «contenuto» della divina benedizione in tre differenti aspetti, che mettono in luce il nostro rapporto con Cristo, il nostro essere in Cristo.

In Cristo il Padre ci ha scelti (cfr. v. 4a): questa scelta sottintende uno sguardo personale, rivolto proprio a ciascuno, singolarmente. Da questo sguardo d’amore che si posa su ciascuno di noi deriva una vocazione: la chiamata a essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità (v. 4b), a condurre una vita «senza macchia», « separata » - questo è il significato letterale di «santo» - da tutto ciò che è corrotto, in complicità con il maligno, per appartenere a Dio solo ed essere totalmente dediti al suo servizio.
Ma questo non è forse un ideale irraggiungibile per l’uomo, incline al peccato e fragile come la creta? Impossibile per l’uomo, ma non per Dio che - come aggiunge subito san Paolo - nel suo «eccessivo» amore ci vuole donare «qualcosa» che ci fa superare la nostra natura creaturale «predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo» (v. 5).
Tutte le parole del testo sono importanti. Da sempre Dio vuole che noi siamo per lui, figli nel Figlio; ci «adotta » in quel Figlio che da sempre è con lui, Dio da Dio, Luce da Luce. Attraverso Gesù, che diventa uno con noi - «tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28) - e ci rende membra del suo stesso corpo, noi siamo a pieno titolo figli di Dio, per un legame vitale, non solo per un atto giuridico, come avviene per l’adozione umana.

È importante notare che le benedizioni di Dio si riversano su di noi, in un crescendo di intensità, sempre in Cristo; tutto quello che Dio fa, lo compie mediante il suo Figlio, immergendoci nel suo mistero di grazia: in lui, egli ci chiama all’esistenza, ci chiama alla santità, ci rende figli per puro e gratuito amore: questa gratuità è il disegno d’amore della sua volontà.
Come siamo distanti da un concetto di « volontà» intesa talora come « arbitrio di un Dio potente»!
Al contrario, essa è amore di un Dio che ha viscere paterne e materne. Noi non esistevamo ancora, ed egli già ci amava e ci chiamava all’esistenza, ci sceglieva e ci benediceva nel Figlio, perché fossimo lode dello splendore della sua grazia. Infatti la vita è un dono così grande che con il suo stesso esistere l’uomo rende gloria a Dio e proclama la sua grandezza. Come dice sant’Ireneo: homo vivens gloria Dei.
Nel grandioso disegno di Dio, quand’anche mi sembrasse di essere solo un puntino, se resto fedele nel posto che Dio mi ha assegnato, coopero in maniera unica e insostituibile al compimento dell’intero piano salvifico. Tutti siamo nello stesso tempo piccolissimi e indispensabili.
[...]
Questa è la volontà di Dio: un desiderio di vederci splendenti di bellezza!
In particolare nell’accompagnamento spirituale dei giovani alla ricerca della propria vocazione bisogna far intuire tale profondità di amore e avere, di conseguenza, il coraggio di dire che la volontà di Dio non coincide sempre con quello che a noi piace o che si vorrebbe, ma è sempre superiore alle nostre aspirazioni e, solo se si aderisce a lui, si trova la vera libertà e la gioia, altri-menti si resta schiavi dei propri angusti desideri.
Se ci si affida al Signore e si dice a lui con fede, come Maria: «Avvenga per me secondo la tua parola», allora la vita acquista un senso, diventa bella, anche se presenta aspetti difficili e faticosi. Quanti, colpiti da una Parola, hanno cambiato completamente vita fino a diventare autentici santi!
La Parola è il luogo della rivelazione, in cui Dio manifesta a noi il suo grandioso disegno di salvezza e di santificazione, e in questo disegno ognuno ha il suo posto preparato con amore fin dall’eternità.






da: Anna maria Cànopi – Scelti per essere santi – Lectio divina sulla lettera agli Efesini
Paoline Editoriale Libri Figlie di san Paolo, 2009, via F. Albani, 21 -20149 Milano, pp 9-19


 

 

 

 

 

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PROPOSTE DI MEDITAZIONI  - Desideriamo offrire testi spirituali, che possono essere di aiuto per nutrire la nostra fede e rafforzare la nostra vita in Cristo: sono un'occasione per confrontare la nostra esperienza cristiana con quella di testimoni 'antichi' e contemporanei. I testi sono presi da: Meditazioni per l'anno liturgico. Dagli Autori di tutti i tempi.

Il Signore ha avuto misericordia di noi - Agostino
Gesù Cristo è il cuore felice della vita -
Ermes Ronchi

Salire per incontrare ciò che discende -
fratel Luca Fallica

Noi siamo in Cristo un solo corpo, come ... - Cipriano di Cartagine
I motivi della istituzione dell’Eucaristia - Narsaj il Lebbroso
L'Eucarestia, segno di amore - Antonio Riboldi
Assunzione - Parti per il cielo, ma non abbandoni la terra - Giovanni Geometra
La dimensione discendente della Fraternità - Fratel Luca Fallica
Quel pane vivo disceso dal cielo - Ermes Ronchi
Trasfigurazione - Una sola tenda - Agostino
Sazietà e desiderio senza fine - Baldovino di Ford
Radicati nella Carità di Cristo - Anna MAria Cànopi
Questi è davvero il profeta - Agostino
Riconciliati in Cristo - Anna Maria Cànopi
Gesù esige l’impegno di cercarlo - Beda il Vener
Amati dall’eternità e per l’eternità - Anna Maria Cànopi
Le caratteristiche della missione dei discepoli - Beda il Vener
La croce della fraternità - Fratel Luca Fallica
La vicinanza di Dio - Dom Guillaume
Cristo ha vinto la morte - Giovanni Crisostomo
Per Dio la morte è un sonno - Pietro Crisologo
Il sonno di Cristo sulla barca - Pier Crisologo
Cristo comandò al mare e si fece una grande bonaccia - Agostino
Il granello di senape - S. Ambrogio
Le vie di Dio - Dom Guillaume

 

 

 

 

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