TEMPO ORDINARIO: Salire per incontrare ciò che discende
fratel Luca Fallica




 



Soltanto la conversione personale consente di giungere a un cuore pacificato dall’amore, ed è questo l’atteggiamento del pellegrino che sale verso Gerusalemme dove, nella liturgia e nel tempio, giunge a riconoscere e a celebrare la bellezza dell’essere uno con i fratelli: «Che bello per i fratelli abitare in unità!» (habitare in unum, traduce la Vulgata). Non è semplice coabitazione, ma l’esperienza della comunione, dell’appartenersi reciprocamente.

L’esclamazione di gioia — «Che bello!» — giunge al termine della salita, alla fine del cammino, proprio là dove si scopre che la bellezza della fraternità è caratterizzata da un movimento opposto al salire, quello del discendere. Infatti, le due immagini che il salmo usa per indicare la bellezza della fraternità, l’unguento profumato e la rugiada, pur nella loro diversità sono accomunate da questo medesimo tratto: sia l’olio sia la rugiada discendono. Il verbo ebraico iarad risuona tre volte, con pienezza, in questi versetti 2 e 3.
L’olio scende sulla barba, scende sull’orlo della veste; la rugiada scende dall’Hermon sui monti di Sion. Nel salmo è molto accentuata questa linea verticale: il pellegrino sale, certo, verso Gerusalemme, ma per incontrare ciò che discende, vale a dire la benedizione di Dio, con la cui menzione al versetto 3 il salmo chiude: «Là il Signore dona la benedizione e la vita per sempre».

Le immagini dell’olio e della rugiada, che sono poste al centro del salmo, rinviano tanto alla fraternità, con cui il salmo si apre, quanto alla benedizione JHWH, con cui il salmo si chiude, e fra l’apertura e chiusura è riconoscibile un’inclusione: infatti il salmo inizia con una particella ebraica che traduciamo con l’esclamazione «ecco» e alla fine del salmo troviamo in corrispondenza un’altra particella che noi traduciamo «là», con significato locale, mentre il termine ebraico conosce una polivalenza semantica maggiore: può significare «ecco» o avere una sfumatura causale, «per questo».

Alonso traduce tentando di rendere insieme questi due significati, locale e causale: «Poiché lì il Signore impartisce la benedizione». Comunque, anche mantenendo il solo significato locale, questo «là» non rinvia semplicemente a un luogo, Gerusalemme, o al tempio, ma alla stessa esperienza della fraternità: è là, nella fraternità, che il Signore dona la sua benedizione.

[...]

La benedizione di Dio, spazio per la fraternità

C’è un rapporto profondo, che il salmo sottolinea in nodo evidente, fra benedizione e vita fraterna.
In primo luogo nel senso che la vita fraterna è frutto della benedizione di Dio, e anziché salire dal basso, dagli sforzi degli uomini, discende, come l’olio e la rugiada, dall’alto.

C’è poi un secondo rapporto: la vita fraterna stessa è il luogo di percezione, di riconoscimento, di assaporamento della benedizione di Dio. La fragranza odorosa e tonificante dell’olio, la freschezza feconda e vitale della rugiada, non solo esprimono la bellezza e la sensazione appagante del vivere in pace come fratelli, ma narrano anche la bellezza della benedizione di Dio che si rende percepibile in quel luogo circoscritto dalla fraternità. La benedizione di Dio crea lo spazio della fraternità, ma a sua volta la fraternità diventa il luogo dove è possibile incontrare e fare esperienza della benedizione di Dio.

Qui la linea verticale e discendente del dono interseca la linea orizzontale, quella della relazione fraterna. Non solo la interseca, ma l’una è contenuta nell’altra ed entrambe si co-appartengono, non c’è mai l’una senza l’altra. Questa dinamica è evocata dalle stesse immagini che vengono usate: l’olio discende e discendendo si espande, si allarga, il suo profumo pervade la realtà. La stessa cosa accade per la rugiada: discende e in tal modo innerva di sé tutto ciò che incontra. Tale è la benedizione di Dio: discendendo si allarga, si espande, si fa spazio, diviene dimora per l’abitare insieme come fratelli.

La fraternità diventa spazio d’incontro e di ricono-scimento del Dio che benedice e dona la vita per sempre proprio perché Dio rivela il suo volto e il suo mistero nell’abitare dei fratelli in uno. L’unificazione della comunità nella concordia e nella pace è il volto autentico in cui si rispecchia e si rende trasparente l’unità del volto stesso di Dio.
Nasce spontanea la rilettura evangelica di questo tema alla luce di testi come Mt 18, 20: «Quando saranno due o tre riuniti nel mio nome, io sarò con loro».
Qui l’abitare in uno consiste nell’essere radunati nel nome del Signore, nell’unità della sua persona e della sua volontà. Il contesto in cui si inserisce questo brano matteano è sempre quello della preghiera; per altro l’unità concorde dei discepoli va probabilmente riferita al testo immediatamente precedente, in cui si descrivono i passi della correzione fraterna nei confronti del peccatore. Laddove l’intervento correttivo, nella gradualità delle diverse tappe che il testo di Matteo prevede, risulta inefficace, è ancora possibile un passo ulteriore, cioè accordarsi per chiedere qualunque cosa e «il Padre mio che è nei cieli ve la concederà».
Dove due o tre sono «riuniti nel mio nome»: la fraternità concorde diventa rivelazione di Dio purché non viva nell’esclusività della propria armoniosa convivenza, ma rimanga aperta, preoccupata anche del fratello peccatore, separato dalla comunità, che resta pur sempre fratello e per il quale si continua a pregare anche quando ogni intervento correttivo non è stato accolto ed è risultato vano a motivo del suo stesso rifiuto. La comunità diventa rivelazione di Dio, luogo della percezione della sua benedizione a questa condizione: che sia sì una fraternità concorde, ma al tempo stesso aperta nei confronti del peccatore, del nemico, di colui che si è separato dalla comunità.

Per questa medesima strada si diviene luogo di rivelazione del Signore, presente nella comunità. La fraternità, riunita nell’amore vicendevole, come pure nella compassione e nella misericordia per il fratello peccatore e separato, diviene immagine del volto di Dio. ... L’opera di Dio e la sua benedizione sono al contrario ricostruzione della fraternità, come afferma un testo di Agostino citato dallo stesso De Lubac: «La misericordia divina ha radunato da ogni luogo i frammenti, li ha fusi al fuoco della sua carità e ricostituito la loro unità infranta. È così che Dio ha rifatto ciò che aveva fatto, ha riformato ciò che aveva formato» (In psairri 58, 10, in PL 36, 698). È così che rialza l’uomo che s’era perduto, raccogliendone le membra disperse e restaurando con ciò la sua propria immagine (cf ALESSANDRO DI ALESSANDRIA, Sermo de anima et corpore deque passione Unisti, 7, in PG 18, 602)7.






da:Fratel Luca di Vertemate - LA RUGIADA E LA CROCE - la fraternità come benedizione
- 2001 Ancora Editrice, via G.B. Niccolini, 8 - 20154 Milano, pp 31-40

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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