ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA
comunità di Bose



Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab; Sal 44; 1Cor 15,20-27a; Lc 1,39-56

Il vangelo della festa dell’Assunzione (o Dormizione) presenta Maria quale arca dell’alleanza (Lc 1,39-45: Visitazione) e celebra il transito di Maria presso Dio mostrando Maria stessa che celebra il transito, il passaggio di Dio nella sua esistenza (Lc 1,46-56: Magnificat).

Prima e seconda lettura rinviano all’evento centrale della salvezza cristiana: l’evento pasquale (di cui la comunità, personificata in una donna, è testimone nella storia fra tribolazioni e prove: I lettura), la resurrezione di Cristo (il Cristo risorto appare il centro e la salvezza della storia: II lettura).

Modellando, mediante una serie di puntuali riprese letterarie, il racconto della visitazione sull’episodio del trasporto dell’arca dell’alleanza da parte di David (2Sam 6), Luca ha inteso configurare teologicamente Maria come arca dell’alleanza (
foederis arca), come luogo della presenza di Dio, come sito individuabile del Dio con noi. Il passaggio di Maria, come già quello dell’arca, suscita gioia e diviene fonte di benedizione.

  Nel suo viaggio di carità verso Elisabetta, Maria porta il Cristo e, insieme con lui, porta lo Spirito. Luca suggerisce, nel denso incontro delle due donne incinte, il senso di ogni incontro tra cristiani: il rinnovarsi della pentecoste, della discesa dello Spirito, un evento di grazia in cui ciascuno riconosce l’altro nel mistero della sua vocazione e del dono ricevuto da Dio.

Un abbraccio che accoglie e dona, riconosce e comunica, senza gelosie e rivalità. La maternità di Maria, di cui la giovane di Nazaret ha appena ricevuto l’annuncio (Lc 1,26-38), si declina subito, in lei che si reca da Elisabetta, come sororità. La sterile e la vergine si abbracciano nello stupore del Dio che può operare ciò che è impossibile alla creatura umana. L’incontro diviene eucaristia.

L’iconografia che mostra l’abbraccio delle due donne presenta a volte un accostarsi dei volti tale che l’incontro occhio contro occhio diventa fusione in unico occhio. Unico è lo sguardo con cui le due si vedono e a cui partecipano: lo sguardo di Dio che ha visto la condizione di sterilità dell’una e di piccolezza dell’altra.



Maria è proclamata «beata» da Elisabetta in quanto credente, donna di fede: ha creduto, contro ogni evidenza, al compimento della parola di Dio. La sua fecondità è spirituale prima che fisica: con la fede e l’ascolto obbediente e accogliente della parola di Dio, Maria ha fatto spazio in sé al Figlio di Dio. Si è fatta spazio di accoglienza e di dimora del Signore.

Il Magnificat celebra il Dio che in Maria ha fatto tutto. La vicenda di Maria ha Dio come soggetto. Maria canta il Dio Salvatore (Lc 1,47), sia come «suo» personale salvatore, sia come salvatore del suo popolo.
È il Dio che salva le storie umane e personali e il Dio della storia di salvezza.
La preghiera di Maria tiene insieme quelle due dimensioni comunitaria e personale che spesso noi separiamo: il piano storico, sociale, politico, comunitario della lode di Maria è naturalmente connesso al piano personale e interiore.

L’azione di Dio nei suoi confronti è espressa da Maria come sguardo: «ha guardato l’umiltà (o “piccolezza”) della sua serva» (Lc 1,48). Sguardo che, secondo la Scrittura, è all’inizio di ogni vocazione e di ogni amore (di fronte all’uomo ricco, Gesù «lo guardò e lo amò»: Mc 10,21), ma che richiede un’adesione, un sì (se in Maria quello sguardo è inizio di una storia, nel caso dell’uomo ricco ne è già anche la fine). Maria si sa vista nella sua piccolezza, nella sua povertà, non certo nei suoi titoli di merito o di eventuale grandezza.
Chi si sa visto nella propria piccolezza, quale che sia il nome preciso che questa ha, deve forzatamente anch’egli vederla e assumerla. Lo sguardo d’amore dell’altro mi consente di accogliere in me la mia piccolezza non come ostacolo ma come occasione di grazia, come ricchezza.
Vedere la propria miseria è il passaggio necessario per vedere e confessare Dio e la sua azione. Il peccato è il misconoscimento della debolezza, della piccolezza e della miseria umana. Non la piccolezza o debolezza o impotenza stessa.








da:
Eucarestia e Parola - testi per le celebrazioni eucaristiche - Tempo ordinario anno B

comunità di Bose; 2006 Vita e Pensiero - Largo A. Gemelli, 1 - 20123 Milano, pp 47-49



 

 

 

 

 

 

 

 

 

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