TEMPO ORDINARIO: La vicinanza di Dio (Mc 6,1-6)
Dom Guillaume





Uno dei più grandi misteri - che ritorna in modo lancinante nel corso della storia del popolo d’Israele e anche nella nostra storia personale - è il mistero dell’indurimento del cuore. Questo rifiuto non è stato il triste privilegio dei nemici del popolo eletto, come avvenne nel corso dell’uscita dal paese d’Egitto, dove la Scrittura ci dice che il cuore del faraone fu indurito.
Ma - secondo quanto dice il profeta Ezechiele (2,2-5) - tocca anche gli uomini che il Signore è venuto a salvare, coloro che gli sono più vicini: «Io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino a oggi. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito».

Come ci riferisce il brano del Vangelo secondo Marco, Gesù stesso si è scontrato con questo indurimento del cuore. Le folle si sono raccolte attorno a lui, le guarigioni si sono moltiplicate, il male stesso è arretrato... Eppure, nel suo stesso villaggio, nel luogo dove era vissuto a lungo, ecco che Gesù non è accolto. La sua parola non fa presa su coloro che credono di sapere tutto su di lui.
Non ascoltano più, non vedono più. Secondo loro, Dio non può parlare attraverso colui che ha condiviso la stessa vita per tanti anni. La loro lunga frequentazione del Signore, anziché aprirli al suo mistero, li ha resi impermeabili. Non hanno più nulla da imparare da lui.

E probabilmente saremmo nell’illusione se pensassimo che questo succeda solo agli altri. Non è necessario aver frequentato a lungo le Scritture, né aver cercato un po’ di vivere in presenza di Dio per scoprire poi, con stupore, che questo mistero di empietà abita in noi. No!
Noi non siamo migliori di tutti coloro che ci hanno preceduto. La nostra fede non merita molto più di quella degli abitanti di Nazaret, che ha sorpreso così dolorosamente Gesù.
Questa constatazione potrebbe davvero lasciarci delusi e condurci ad allontanarci da Gesù, come quel giovane uomo ricco che se ne andò tutto triste (cfr. Mc 10,16-22).
E questa è, effettivamente, la tentazione di colui che arriva alla soglia dell’incontro con Gesù.

Perché è proprio lì, nel vuoto di ogni sentimento, nell’assenza di ogni entusiasmo, che ci aspetta Gesù. Quando non possiamo più nulla e tutto ci è pesante, quando Dio ci sembra sempre più lontano, man mano che, faticosamente, avanziamo verso di lui: è allora che Dio viene. Paolo lo testimonia con questa rivelazione ricevuta dal Signore stesso: «La mia forza si manifesta pienamente nella debolezza».
E anziché affliggersene, l’Apostolo se ne rallegra proclamando: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10).

Perché c’è un segno che non inganna il pellegrino che si è avventurato lungo il cammino della fede. In effetti, nella misura in cui Dio si avvicina all’uomo, quest’ultimo si scopre così com’è: povero e peccatore.
E così, anziché farci tornare sui nostri passi o farci ripiegare su noi stessi, la povertà dei nostri sentimenti, il disgusto e la noia ci invitano, invece, a riconoscere la vicinanza del nostro Dio. Perché è quando tutto se ne va che Dio stesso viene a incontrarci.


Dom Guillaume - nato nel 1957 nel nord della Francia. Nel 1982 entra nell'abbazia trappista di Mont-des-Cats nelle Fiandre francesi







da:
Sui sentieri del cuore, Con l'evangelista Marco - Paoline Editoriale Libri -

Figlie di San Paolo, 2011, via F. Albani, 21 201149 Milano, pp 92-94




 

 

 

 

 

 

 

 

 

sito web ufficiale: www.suoredimariabambina.org