SOLENNITÀ DI PENTECOSTE
Gianfranco Ravasi



At 2,1-11; Sal 103; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27; 16,12-15

All’interno del fluviale discorso-testamento di Gesù nell’ultima sera della sua vita terrena (Gv 13-17) si incontrano ben cinque promesse dello Spirito Santo che il Cristo presenta alla luce della Pasqua imminente (14, 16-17; 14, 25-26; 15, 26-27; 16, 7-11; 16, 12-15). La liturgia oggi unisce due di questi annunzi, il terzo e il quinto, legati tra loro dal tema della rivelazione: lo Spirito è, infatti, presentato come l’interprete pieno delle parole del Cristo, la sua è una funzione «ermeneutica» per cui il messaggio di Gesù raggiunge il suo livello più alto di trasparenza agli occhi del credente. Questa funzione espletata dal Paraclito è ben sintetizzata dalla definizione «Spirito di verità».


Come è noto, nel linguaggio giovanneo la «verità» non è quella logica o metafisica del mondo greco: è, invece, sinonimo della parola «vangelo»; è quindi la parola e la stessa figura del Cristo.
La missione dello Spirito, donato dal Cristo risorto alla Chiesa (Gv 20, 19-23), è allora quella di svelare in pienezza il mistero del Cristo e della sua parola. Egli «renderà testimonianza» al Cristo davanti alla Chiesa e nel cuore del credente perché possano penetrare nell’infinita ricchezza della Rivelazione e ne possano essere trasformati e animati.
«La Rivelazione è perfettamente una: essa prende la sua origine dal Padre, viene attuata dal Figlio e si perfeziona nello Spirito» (D. Mollat). Gesù resta sempre l’unico rivelatore del Padre ma lo «Spirito di verità» fa penetrare la rivelazione del Cristo nel cuore dei credenti in pienezza totale.

  E se per Giovanni lo Spirito è effuso nella Chiesa la sera stessa di Pasqua secondo una connessione intima tra Risurrezione e Pentecoste, per Luca il riferimento cade piuttosto sulla festa ebraica della Pentecoste che nel tardo giudaismo era divenuta per eccellenza la celebrazione del dono dell’alleanza secondo lo Spirito, nella luce della celebre profezia sulla “nuova alleanza” di Ger 31, 31-34 e di Ez 11, 19-20 e 36, 24-25. Sulla Chiesa dalle mille lingue, culture e razze si effonde il dono dello Spirito che diventa radice di unità e di ricchezza interiore. Tutti i popoli che sono presenti nella Chiesa, pur nelle diversità linguistico-culturali, ascoltano la stessa parola del Cristo e proclamano la stessa fede. Già in un testo rabbinico si descriveva così l’esperienza del Sinai: «La voce di Dio al Sinai si divise in settanta lingue perché tutte le nazioni potessero comprendere la sua parola».


Ma, oltre ad essere la via privilegiata per penetrare in pienezza nel mondo della rivelazione e del vangelo, lo Spirito è anche la radice della santità del cristiano, è la sorgente della sua vita interiore, è il principio di una fede che si ramifica e vivifica l’esistenza. In questo senso è suggestiva la pagina finale della lettera ai Galati che oggi la liturgia ci propone. Paolo compara, quasi in un dittico, i due destini fondamentali dell’uomo. Da un lato c’è la «carne», cioè la scelta del peccato, accompagnata dal corteo dei suoi vizi che l’Apostolo elenca in quattordici atteggiamenti emblematici, forse attingendo anche alla cultura filosofica greca. Queste sono le «opere» della carne, cioè dell’uomo ribelle a Dio, dell’«uomo vecchio», della discendenza satanica.

Dall’altra parte, invece, ecco l’uomo che con la fede lascia irrompere in sé lo Spirito di Dio. Fioriscono, allora, i doni divini esemplificati in nove virtù gioiose che Paolo chiama «frutto dello Spirito». Esse, infatti, fioriscono e maturano dall’accoglienza dello Spirito nel cuore e nella vita del credente. L’appello che l’Apostolo ripete in apertura e in conclusione al brano ha, allora, il sapore di un programma di vita secondo lo Spirito Santo: «Camminate secondo lo Spirito!». E nella simbolica biblica l’immagine della «via» è la rappresentazione dell’intero itinerario della vita.


SPUNTI PASTORALI

1.    Lo Spirito Santo come interprete della parola del Cristo ripropone l’impegno della comunità cristiana per un’autentica lettura della Bibbia. Il recupero della “lettura spirituale” della Scrittura nei nostri giorni è spesso avvenuta all’insegna di molti equivoci e degenerazioni, Un vago spiritualismo, un generico sentimentalismo, una reazione misticheggiante, una certa eccitazione «pentecostale» hanno spesso contrabbandato una falsa lettura nello Spirito. La vera lettura «spirituale» comporta invece l’adesione totale alla Parola che è carne e spirito, è storia ed eterno e quindi richiede che si conosca in profondità il testo «carnale», «letterale», per poterlo poi illuminare con lo Spirito che svela segreti inaccessibili alla ragione e che soprattutto rende la Parola seme, fuoco, acqua, cibo, luce che pervadono l’esi-stenza del credente.

2.     La Pentecoste è la celebrazione di un’azione trascendente e divina all’interno della vita della Chiesa e del credente. È il riconoscimento del primato dello Spirito e della grazia. L’uomo lasciato a se stesso produce solo «opere della carne». Ma se egli lascia irrompere in sé lo Spirito, come ci insegna Paolo, ecco che si producono i «frutti dello Spirito». È un po’ la testimonianza di Pascal col suo celebre «memoriale» che egli aveva intitolato «Fuoco» e che si era cucito nella fodera del farsetto ove fu trovato alla sua morte da un suo domestico. Dall’età di 31 anni fino alla morte a 39 anni il grande filosofo francese si cuciva e scuciva nei vari abiti questa pergamena volendo che diventasse il “fuoco” della sua vita: «Dio d’Abramo, Dio d’Isacco, Dio di Giacobbe, non dei filosofi e dei dotti. Certezza, certezza. Sentimento, Gioia, Pace. Dio di Gesù Cristo. Dio mio e Dio vostro. Il tuo Dio sarà il mio Dio. Oblio del mondo e di tutto fuorché di Dio. Egli non si trova se non per le vie indicate dal Vangelo».







da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola, Commenti al lezionario festivo anni A-B-C
Àncora editrice, 1997, pp 355-357



 

 

 

 

 

 

 

 

 

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