ASCENZIONE DEL SIGNORE
Gianfranco Ravasi



At 1,1-11; Sal 46; Ef4,1-13; Mc 16,15-20

La liturgia della Parola di questa domenica ci presenta due narrazioni della Ascensione del Signore risorto. La prima è tolta dagli Atti degli apostoli, la seconda invece dal Vangelo di Marco.


Che due racconti della stessa realtà, sia pure con sottolimature diverse, siano all’interno della stessa liturgia ci induce ad una prima osservazione introduttiva e di carattere generale: l’ascensione di Cristo risorto è, all’interno della riflessione della comunità cristiana, un momento per un verso conclusivo e per un altro iniziale del cammino di fede della primitiva comunità apostolica, e conseguentemente, un modello di pedagogia alla fede per ogni credente.

Il ruolo fondamentale in queste letture è quello di illuminare il passaggio da un certo tipo di presenza (non ancora ben definita o compresa) di Cristo tra i suoi discepoli ancora legata a schemi prepasquali, ad un altro suo permanere tra loro molto più profondo, e, anche in forza di quest’ultimo carattere, molto più esigente. Cogliere dunque la fatica di questo cammino che la fede di ogni credente è chiamata a compiere e, insieme, anche la pienezza pasquale del suo traguardo (la Pentecoste che celebreremo), è per noi lasciarci guidare ancora una volta dallo «Spirito di sapienza e rivelazione) di cui parla oggi il brano della lettera di Paolo ai cristiani di Efeso (1, 17).

  Potremmo allora tentare di definire i versetti iniziali degli Atti come una descrizione, nella quotidiana esperienza dei discepoli, del faticoso cammino di continua penetrazione del mistero della risurrezione di Cristo, nella fedele attesa della venuta dello Spirito promesso. Infatti, dice Gesù, solo allora «avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (At 1, 8).

Si diceva dunque di un «faticoso cammino», ma forse potremmo anche parlare qui di una crisi, di una reale confusione interiore dei discepoli. Sono infatti loro che subito dopo la risurrezione chiedono, pieni di attesa, al Maestro: «Signore, è questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele?». E ancora, quando il Signore Gesù li guida definitivamente ad una esperienza di fede più profonda e meno evidente ai loro occhi circa il suo autentico essere presente tra loro risorto, «sottratto ai loro sguardi» (1, 9), essi ancora con insistenza sembrano fissare il loro sguardo in cielo, legati ad un messianismo apocalittico ed evasivo.


Al contrario, il brano evangelico descrive la decisione e la comprensione esatta dei discepoli dopo l’Ascensione. Essa non lascia spazio ai loro dubbi: «Allora essi partirono e predicarono dappertutto», mettendo così subito in opera l’istruzione ricevuta dal Maestro poco prima: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16, 15.20).

Va tuttavia sottolineato che anche Marco ricorda che il Gesù risorto, manifestandosi agli Undici mentre erano a tavola. «biasimò la loro incredulità e durezza di cuore, poiché non avevano creduto a coloro che l’avevano contemplato risuscitato» (Mc 16, 14). Pertanto, l’esperienza pasquale del discepolo, e dunque del credente di sempre, è un effettivo cammino nella fede.
È in fondo un ritrovarsi continuamente nella condizione di una possibile decisione per Cristo risorto, che sempre esige di essere rinnovata, che sempre comporta l’ascolto della Parola e l’attesa e invocata venuta dello Spirito.

All’ascensione di Cristo, descritta dagli Atti ed evocata in modo essenziale da Marco, Paolo dedica una menzione piuttosto originale all’interno di quella specie di «enciclica» per le chiese dell’Asia Minore che è la lettera agli Efesini. Il brano che la liturgia oggi ci propone è ritagliato da un intenso appello che l’Apostolo indirizza a quelle comunità perché conservino intatta la loro unità, bloccando le discordie e le divisioni dottrinali e celebrando lo splendore dell’unica fede.


È a questo punto che Paolo cita una frase del Salmo 68, che è un arcaico e difficile «Te Deum» trionfale al Signore della storia e del cosmo: «Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini» (v. 19). Nell’originale ebraico si trattava del rientro del Signore nel tempio di Sion, dopo aver diretto personalmente la guerra santa contro gli abitanti di Canaan. Egli era seguito dalle colonne dei prigionieri e dal bottino del trionfo che avrebbe distribuito al suo popolo. Già la tradizione giudaica aveva applicato questo versetto a Mosè che ascendeva al cielo per ricevere la Torah.

Paolo va oltre in questa esegesi di stile rabbinico. Nel verbo «ascendere» egli vede la prefigurazione dell’ascensione di Cristo, «disceso» in mezzo a noi nell’incarnazione. Nell’espressione «distribuire doni» l’Apostolo intravede l’effusione dello Spirito Santo con tutta la meraviglia dei suoi carismi, cioè dei doni spirituali offerti ad ogni credente. Si ha, quindi, una rilettura dei due grandi eventi dell’Ascensione e della Pentecoste alla luce dell’Antico Testamento e nella prospettiva dell’unità della Chiesa. Nei suoi Dialoghi S. Giustino martire scriverà: «È stato profetizzato che, dopo che il Cristo sarà salito al cielo, ci farà suoi prigionieri, conquistandoci all’errore e offrendoci i doni dell’unità e della pace».


SPUNTI PASTORALI

1.    Il mistero dell’Ascensione in sé considerato è certamente un modo concreto per svelare il significato profondo del mistero pasquale. Lo schema verticale terra-cielo distingue simbolicamente due settori, quello umano e quello divino, quello spaziale e quello trascendente, quello storico e quello eterno. La celebrazione di oggi è un invito a non ridurre il Cristo solo ad un essere «secondo la carne», presenza vera ma insufficiente a comprendere il mistero completo del Cristo «Figlio di Dio secondo lo Spirito». Cristo è uomo, profeta, combattente per la giustizia, per l’amore ma è anche «al di sopra di ogni principato». Egli può superare lo spazio e il tempo ed essere presente ancor oggi, qui, in questa Chiesa e in queste persone («Il Signore era insieme con loro»: Mc 16, 20).

2.    Di fronte all’affresco teologico dell’Ascensione tre sono le reazioni. C’è quella dell’incredulità: «Biasimò la loro incredulità» (Mc 16, 14); «alcuni di loro dubitavano» (Mt 28, 17). C’è quella dell’illusione e dell’incomprensione: sono i discepoli che attendono ancora un messia che «ricostruisca il regno di Israele» o che sperano in un messianismo evasivo e clamoroso («Perché guardate il cielo?»). C’è, infine, l’adesione autentica, quella che trasforma la persona in missionaria: «partirono e predicarono dappertutto». È questo l’unico, vero sbocco dell’Ascensione: la predicazione che è parola umana e parola divina, la Chiesa che è comunità di uomini e corpo del Cristo glorioso, ormai strappato alla prigione dello spazio e del tempo.







da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola, Commenti al lezionario festivo anni A-B-C
Àncora editrice, 1997, pp 351-354



 

 

 

 

 

 

 

 

 

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