DOMENICA DELLE PALME
Giovanni Benedetti



Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei giudei. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra. I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: «[...] Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». [...] Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso. Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse «Veramente questo uomo era Figlio di Dio» (Mc 14,24-39).

Molti personaggi si avvicendano in questa scena terribile, che ha al centro Gesù crocifisso fra due ladroni. In essa le categorie dei suoi nemici sono tutte rappresentate. E ciascuna scaglia contro quel martoriato corpo di Gesù, che soffre per tre ore gli strazi dell’agonia, inchiodato sulla croce, la propria specifica accusa e la sua beffarda sfida. La prima, gente del popolo, giudica Gesù come un illuso. Se egli credeva, quand’era libero, di esser capace di fare cose sovrumane, perché ora non salva se stesso? Se ne è capace, scenda ora dalla croce!
Si son dati convegno sotto la croce anche personaggi importanti: i sommi sacerdoti e alcuni scribi. Anche loro, che mai hanno voluto crederlo quando era libero, ora, vedendolo in croce, si dichiarano disposti a ravvedersi, gli dicono. Basterebbe che compisse il miracolo di scendere dalla croce. Per lui non dovrebbe esser difficile, poiché si era dichiarato «il re d’Israele, il Messia», gli dicono con crudele ironia. E, ultimi, si uniscono a questo coro di insulti e di sfide contro Gesù in croce anche i due ladroni. Così la scena si chiude.


Ma resta un vuoto. Un tremendo vuoto, che tormenta Gesù agonizzante in croce. Fra tante voci ostili e blasfeme, c’è il silenzio del Padre. Non solo gli apostoli, gli amici, le pie donne l’hanno lasciato solo, sulla croce. Gesù non avverte più neppure la presenza del Padre nella sua umanità agonizzante sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». La voce del Padre si era fatta udire sulle rive del Giordano, in occasione del suo battesimo, e sul monte Tabor, in occasione della sua trasfigurazione: «Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo». Allora Gesù affrontava due tappe decisive della sua missione: iniziava la vita pubblica, affrontava la sua dolorosa passione. Ora, la sua condanna a morte in croce da parte dei suoi nemici sembra che sia avallata anche dall’abbandono del Padre.

  Non si può leggere e meditare questo racconto della passione del Signore senza porci il terribile interrogativo del silenzio di Dio, del senso profondo dell’abbandono di Dio, che spesso avvertiamo anche di fronte al problema del male nel mondo. E un fatto significativo, e di estrema importanza, che proprio il vangelo ponga questo interrogativo sulla stessa bocca di Gesù, come un «grido». I teologi hanno cercato di dargli una risposta. Lutero contrapponeva una «teologia della croce» a una «teologia della gloria», che attribuiva alla Chiesa cattolica. La quale, al contrario, unisce quello che egli voleva dividere. In realtà,
la Chiesa non ha mai cessato e mai cesserà di vedere nell’amore di Gesù, manifestato attraverso la sua passione e la sua morte, la manifestazione stessa della santità di Dio e la rivelazione della sua gloria (E Guimet).


Noi, pur così duri di cuore, non possiamo però contemplare Cristo in croce senza lasciarci prendere dalla tenerezza, dalla commozione, dal desiderio di alleviargli i tormenti e la solitudine, se lo potessimo. I grandi mistici hanno talmente partecipato ai tormenti della passione che, per esempio, Francesco d’Assisi ne ricevette anche le stigmate. Gesù stesso desiderò di aver vicino i tre apostoli prediletti nel Getsemani, quando sudò sangue pensando alla sua prossima morte in croce: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me» (Mt 26,38). Come spiegare che proprio il Padre, che amava infinitamente l’umanità di Gesù, ora l’abbandoni mentre essa soffre gli strazi della croce? C’è da chiederci, in altre parole, come dobbiamo concepire questo amore del Padre.


Ebbene, Gesù soltanto poteva rivelarcelo. E ce l’ha chiaramente rivelato. L’amore del Padre è totalmente gratuito. Egli fa sorgere il sole e manda la pioggia sui buoni, che lo onorano, e sui cattivi, che lo offendono. Ama dando, senza ricevere nulla in contraccambio da noi. Il Figlio, che è della stessa natura del Padre, doveva darci con la sua morte il modello perfetto di questo amore del Padre. E la sua morte in croce ce l’ha offerto in modo esemplare.


È un modello che ogni discepolo ha l’obbligo di imitare. Chiunque, infatti, vuol seguire Gesù, deve amare anche i nemici, anche i persecutori. Deve amare a fondo perduto, senza pretendere il contraccambio o la ricompensa, come ha fatto il suo Maestro morendo in croce perché amava e perdonava tutti, ma abbandonato da tutti, anche dal Padre. Sembra un paradosso, questo. E lo è veramente. Ma di questi paradossi Gesù ha intessuto tutta la sua vita.


Se ben meditato, se bene illustrato ai fedeli, il racconto che leggiamo in questa domenica delle palme potrebbe e dovrebbe essere più che una commossa rievocazione. La croce di Gesù è certamente il mistero che più colpisce, anche oggi, il sentimento dei nostri fedeli. Sta al centro della pietà popolare.
Sta di fatto, però, che Gesù preferì porla al centro della sua rivelazione, suscitando le incomprensioni non solo della folla, ma anche degli apostoli, e particolarmente di Pietro. Poneva la sua morte in croce prima ancora della sua risurrezione, e non soltanto in senso temporale.
Il trionfo della risurrezione nella sua opera salvifica era il culmine, che supponeva però come suo fondamento la croce. E non soltanto per il suo valore di «soddisfazione vicaria», cioè per la remissione dei nostri peccati, ma più radicalmente come rivelatrice del senso profondo della Scrittura. «Letta dai cristiani, essa è come un tesoro nascosto nel campo, e solo la croce lo rivela e lo spiega» scriveva Ireneo di Lione (Contro le eresie, 4,26,1). È il mistero che sta, dunque, a fondamento dell’intelligenza spirituale di tutti gli altri misteri della rivelazione cristiana.

Gesù non si è incarnato per riconciliare il Padre con gli uomini, ma per riconciliare gli uomini con il Padre. La dottrina che concepisce la redenzione soprattutto come pagamento di un riscatto richiesto dalla giustizia di Dio è offensiva nei confronti di Dio. Dio non è giusto secondo la giustizia umana, che esige il pagamento della pena. Dio è giusto perché ama, la sua giustizia «giustifica l’empio» (Rm 4,5). E per non imporgli con la costrizione il ritorno, il Padre manda il suo Figlio, uomo fra gli uomini, per mostrare agli uomini quanto il Padre li ama e vuole che ritornino a vivere a casa con lui.







da: Giovanni Benedetti - Il Vangelo della Festa,
Intelligenza spirituale della Parola di Dio secondo i Padri della Chiesa
Centro editoriale dehoniano 2001, pp 323-325





 

 

 

 

 

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