DOMENICA DELLE PALME
Gianfranco Ravasi





Isaia 60, 4-7; Filippesi 2, 6-11; Marco 14,1 - 15,47


La liturgia di oggi ci presenta a commento del racconto della passione di Marco un brano tratto dal Libro delle consolazioni di Isaia e un inno della Chiesa primitiva che Paolo ha inserito nella lettera ai Filippesi.

Nel contesto dell’annuncio di speranza e di consolazione del Secondo Isaia (Is 40-55) si inseriscono i quattro
Carmi del Servo di Jahweh nei quali la Chiesa ha sempre visto una prefigurazione del Messia, e soprattutto della sua passione. In effetti il terzo di questi Carmi, quello che leggiamo in questa domenica, è una composizione autobiografica che racconta l’esperienza di persecuzione di cui è vittima il profeta. Annunciatore della Parola di Dio agli sfiduciati (v. 4), ai quali si presenta come modello di costanza nella speranza, il profeta subisce persecuzione e violenza. È percosso sulla schiena, secondo il trattamento riservato agli stolti e alle bestie (Gb 16, 7-11; Prov 10, 13; 19, 29) lui che è il sapiente per eccellenza perché porta la Parola di Dio.

L’inno cristologico della lettera ai Filippesi era, con ogni probabilità, originariamente una professione di fede molto antica ad uso liturgico che Paolo inserisce nella lettera per invitare i cristiani di quella comunità a vivere secondo uno stile ispirato alla vita di Cristo.


Si parte proprio dalla preesistenza e dalla divinità (v, 6) per sottolineare il senso della vicenda terrena del Cristo. Egli da quella condizione si è abbassato, ha «svuotato» se stesso facendosi «servo», come l’uomo che è servo del peccato, e condividendo anche la morte (vv. 7-8), cioè la radicalità estrema della realtà umana. Fin qui il soggetto è stato Gesù; d’ora in poi l’inno descrive l’intervento di Dio su questa storia: il soggetto sarà il Padre.

  «Perciò» il Padre lo ha esaltato al di sopra di tutto (v. 9), lo ha fatto oggetto di adorazione universale (v. 10) e gli ha dato il titolo di «Signore» (v. 11), termine col quale la Bibbia greca traduceva Jahweh (Kyrios).
La professione di fede nella divinità di Cristo è in stretta connessione con la sua vicenda terrena. Nelle coppie terminologiche «condizione di Dio» — «simile all’uomo» e «servo» — «Signore» è racchiuso il mistero di Gesù Cristo nostro Signore. Proprio perché il Cristo ha attraversato l’intera vicenda umana, l’uomo può essere recuperato a Dio e riconquistato nella sua totalità.

E, parallelamente, solo la vicenda di Gesù e in particolare la croce ci permettono di incontrare Dio che si rivela nel suo Figlio.

Guidati da queste due chiavi di lettura possiamo allora accingerci a leggere il racconto della passione. Andremo a cercare un uomo trattato come un buffone, rifiutato dai suoi contemporanei e che invece parla a nome di Dio (prima lettura), e un uomo che attraverso la sua vicenda mostrerà il vero volto di Dio, perché egli solo può dire di Dio Abbà-Padre (seconda lettura).


Con l’arresto (14, 43-51) Gesù è abbandonato dai discepoli che fuggono spaventati: il racconto del giovanetto che fugge nudo sembra il tipo dell’atteggiamento di chi finora ha seguito Gesù, ma non ha ancora capito quale mistero racchiuda veramente quest’uomo.

Quella domanda sulla vera identità di Gesù che ha fatto da motivo conduttore per tutto il vangelo di Marco comincia a ricevere ora una risposta definitiva: la croce dirà veramente chi egli sia. Durante il processo (14, 52-65) Gesù svela la sua vera identità, per la prima volta dice chiaramente che egli è il Figlio di Dio. Di fronte a questa rivelazione scattano però il rifiuto e la condanna del Sinedrio e il rinnegamento di Pietro (14, 66-72).

In modo quasi ironico anche l’autorità romana riconoscerà la verità di Gesù solo nella motivazione della condanna: in una coreografia che richiama le apparizioni pubbliche dei re, con un ministro alla destra e uno alla sinistra, è crocefisso il «re dei giudei». Di fronte alla croce, però, Marco colloca il vertice tematico del suo vangelo: ora è possibile professare veramente il riconoscimento del Cristo, ora è possibile la fede. Il centurione romano per primo riconoscerà in quell’uomo crocefisso il Figlio di Dio (15, 39).

Anche noi allora dobbiamo guardare alla croce per riconoscere il Figlio di Dio, per ripulire la nostra fede dagli idoli che ci siamo fatti, magari manipolando secondo i nostri schemi il Dio della croce, per professare la nostra fede limpida assieme al centurione romano.

Il Dio della croce ci si presenta come il Dio che si «svuota» e condivide la situazione dell’uomo: questa è la lettura della sua vicenda terrena secondo la professione di fede dell’inno di Filippesi. Il Dio della croce non è il Dio che sta lassù e al quale dobbiamo strappare la vita eterna, ma è il Dio che viene quaggiù per offrirci la sua comunione. Lui si è fatto nostro fratello chiamandoci a farci fratelli gli uni degli altri, perché così siamo in comunione con lui. La via della salvezza diventa allora la via della condivisione e della solidarietà contro l’egoismo e l’individualismo.

Il Dio della croce non è nemmeno un Dio che ci strappa al mondo, che cancella la vicenda di questa storia umana, è il Dio che è venuto nella storia dell’uomo per dare ad essa un significato. Anche la morte non è più un fallimento, una fine, ma è un momento decisivo, come per Cristo è stata il momento della completa adesione a Dio. La via della salvezza allora non è la via del disinteresse per questo mondo, della fuga per cercare qualcos’altro, ma la via in cui si vive la storia per il suo vero valore: una storia che Dio ha fatto la sua storia di salvezza.

Infine il Dio della croce non è il Dio della resa dei conti, non è il Dio che giudica secondo la giustizia dell’uomo, ma è il Dio misericordioso e disponibile, che aspetta che l’uomo torni a lui come il padre della parabola di Lc 15. Non è il Dio che pianifica giustiziando i cattivi, ma che aspetta che tutti possano salvarsi: il Dio della croce vuole che nessuno si perda (Gv 3, 17). La via della salvezza è allora quella della misericordia, quella che fugge i giudizi affrettati, quella protesa a sollevare gli uomini, quella che si preoccupa di perderne il meno possibile lungo la strada.

Questa liturgia è anche un concreto invito catechetico allo studio e alla meditazione del ciclo evangelico «Passione-Pasqua», una delle prime «schede» della predicazione cristiana apostolica, uno dei primi articoli di fede del credo cristiano (1 Cor 15, 3-5; At 13). Si tratta di pagine destinate a credenti che celebrano liturgicamente la Pasqua del Signore: At 4, 24-31 presenta appunto la Commemorazione della Passione in un contesto di preghiera. Non è quindi, come abbiamo visto, una mera biografia o un racconto drammatico che voglia suscitare commozione sentimentale.

È invece una narrazione «profetica» che cerca di svelare negli eventi la presenza salvifica di Dio che, divenendo nel Figlio uomo, può salvare l’uomo. Marco in particolare ci offre un testo fortemente kerigmatico pur secondo l’ottica del «segreto messianico»; l’obbiettività dei fatti è dura, realistica, scandalosa. Ma questa paradossalità diviene annuncio di salvezza. Infatti è dalla croce che si ha la piena e più alta adesione di fede.

La Passione, allora deve diventare il vero
thesaurus credentium, come scriveva l’Imitazione di Cristo.
O, come suggeriva una glossa agostiniana, la narrazione della Passione,
«diretta dalla fede, deve dirigere la fede».




SPUNTI PASTORALI

1.    Il Dio della croce è il Dio «svuotato» (11 lettura), solidale con l’uomo sino alla frontiera estrema, quella della morte. Da questa vicinanza estrema nasce una
diversa concezione di Dio: egli non sta lassù, isolato nella sua splendida sfera trascendente, ma si fa solidale e fratello.
Da questa vicinanza estrema nasce una
diversa concezione dell’uomo: la «carne» e la storia dell’uomo hanno un senso, contengono un seme di divinità e di eternità che sta crescendo e fiorendo.
Il mondo e l’uomo sono ora santi e consacrati dal passaggio di Dio: è nata la «storia della salvezza». Da questa vicinanza estrema nasce anche una
diversa concezione del destino: alla visione del Dio giudice si sostituisce quella del Dio che ama e che si dona per riscattare dal male il suo fratello più debole. Scriveva J. Moltmann nella sua nota opera II Dio crocifisso: «Il Dio della libertà, il vero Dio, non lo si conosce dalla potenza e dalla gloria che egli manifesta nel mondo ma dalla sua impotenza e agonia sofferte sul legno della vergogna, sulla croce di Gesù. Gli dei del potere e dell’opulenza, che vivono nel mondo e nella sua storia, stanno dall’altra parte della croce, perché è in loro nome che Gesù viene crocifisso».

2.   Davanti alla croce di Cristo sfila l’umanità con la sua
risposta: c’è il rifiuto drammatico di Giuda, l’odio implacabile del potere sinedrale, la fragilità traditrice di Pietro, la paura del giovinetto anonimo, ma c’è anche il vertice dell’amore e della fede, quello del centurione romano che accoglie nella sua pro-fessione di fede (Mc 15, 39) le parole rivelatrici pronunziate da Gesù durante il suo processo. Si chiude così l’itinerario di tutti i credenti: «Veramente costui è Figlio di Dio!».Dio.






da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola,
Commenti al lezionario festivo anni A-B-C
Àncora editrice, 1997, pp 320-324





 

 

 

 

 

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