TEMPO PASQUALE: ALLELUIA!
Antonio Donghi


Il tempo pasquale rappresenta il tempo per eccellenza, nel quale la comunità cristiana si sente chiamata a gustare la soavità della scelta sacramentale del Cristo morto e risorto. Sono le tematiche che percorrono tutti i testi delle celebrazioni liturgiche, sia del messale che del lezionario e della Liturgia delle Ore.
Dopo il tempo quaresimale della penitenza, della conversione e del perdono, ci apriamo con gioia a quell’itinerario mistagogico che ci permette di vivere in modo particolarmente intenso quella progressiva trasfigurazione esistenziale che ci porta un po’ alla volta a vivere la sensibilità e la mentalità del Cristo, come ci insegna l’apostolo Paolo: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo seduto alla destra di Dio; rivolgere il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.
Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio.” (Col 3,1-3). In questo ambito appare quell’uomo nuovo che dilata sempre più il gusto nel godere la bellezza e la grandezza della vita.

E’ il cantare la vita nell’esodo della storia in attesa della terra promessa.

Questa esperienza si elabora celebrativamente nel rincorrersi dell’Alleluia che in trasversale accompagna l’intero cammino del tempo pasquale, rendendolo un unico giorno di festa, un meraviglioso preludio dell’eternità beata.

L’alleluia è un tipico canto ebraico, che ritraduce l’invito a lodare e a benedire Dio.
Infatti un’autentica spiritualità che voglia definirsi storico-salvifica vive della lode e del rendimento di grazie, attraverso la profondità della supplica.
Questa è l’espressione più autentica della lode biblica poiché scaturisce dalla dialettica tra il fascino delle meraviglie divine e la profonda consapevolezza da parte dell’uomo della propria irriducibile povertà creaturale. In questa inebriante sintesi il cuore di chi loda è sempre profondamente aperto alla speranza, poiché respira l’eterno e sa leggere in chiave di storia di salvezza l’intero tracciato quotidiano.

La lode nella sua essenzialità nasce dallo stupore, dall’ammirazione, dello stare alla presenza di Dio, in una intensa contemplazione del darsi del Dio della rivelazione nella storia degli uomini. Una lode astorica non avrebbe consistenza, poiché il nostro Dio ama farsi storia. È lo stupore della veglia pasquale dove l’intrecciarsi dell’alleluia e del salmo 117 dice chiaramente come l’esodo biblico fosse il luogo della fedeltà feconda di Dio che fa rivivere continuamente il canto del mare per essere persone che maturano nel Dio che è sempre più meraviglioso nella storia degli uomini. Attraverso lo stupore la storia di Dio penetra in noi e diventa la nostra storia. L’agire sacramentale di Dio ricrea in modo inesauribile chiunque si lasci attirare nella lode ricca di supplica.

Tale esperienza suppone un’anima rapita e aperta, profondamente attirata dal Mistero per inabissarsi in esso e per gustare l’ineffabilità del Dio per, con e in noi. In tal modo tutta la nostra persona si lascia avvolgere dallo Spirito Santo nel mistero pasquale per elaborare la propria identità,. in una docilità spirituale veramente inesauribile. In tal modo il trascorrere della giornata assume queste caratteristiche e il discepolo matura nel vero gusto della bellezza di Dio.

Un simile atteggiamento rappresenta il motivo per il quale si loda Dio prima e dopo la proclamazione del vangelo, è l’acclamazione della comunità celebrante che si ritrova pienamente concentrata spiritualmente sulla persona viva del Maestro divino. In questa lode si incarna la gioia per tutti i beni che Dio continua a donarci in ogni occasione, in particolare nell’ascolto della Parola. Lì il Cristo si sta manifestando e rivelando, rigenerando i fedeli che interiormente sono attenti alle parole del Risorto. In Cristo abbiamo ciò che cerchiamo, troviamo il senso qualificante la vita e perciò non possiamo non accoglierne la presenza, se non lodandolo e onorandolo. Lì abbiamo il gusto della manifestazione del Signore.

Se andiamo alla scuola della spiritualità ebraica scopriamo che l’alleluia è un canto eseguito da uomini e da angeli, come il canto rivolto al tre volte Santo, qui avvertiamo la meravigliosa comunione tra il cielo e la terra, una comunione che ci attrae in modo estatico e ci permette di avvertire come nella celebrazione dei divini misteri gustiamo in modo pregustativo la grandezza dell’amore divino. In questo esercitiamo il nostro sacerdozio cosmico che è quello di portare a Dio tutto il creato, perché risulti un unico e molteplice inno di lode al Creatore del mondo intero.

Alla scuola della divina liturgia cogliamo come l’alleluia sia un cantare la signoria di Dio, che non è altro che il proclamare nell’esultanza del cuore quel mistero della fede che trasfigura il soggetto, conducendolo ad essere egli stesso un canto. Esso allora diventa l’espressione del voler andare a sviluppare quegli stati d’animo che devono essere presenti prima della proclamazione della storia di Dio e dopo la sua proclamazione. L’entusiasmo dell’accoglienza, il desiderio del voler vedere-udire le meraviglie divine, l’entusiasmo dell’appagamento del compimento dopo il loro ascolto rappresentano i sentimenti presenti in chi sta aprendo il cuore all’ascolto dell’amore storico-salvifico di Dio, specie nella proclamazione del vangelo. In tal modo veniamo progressivamente condotti a rendere la storia quotidiana in tutte le sue sfaccettature un inno a Dio, a diventare puro canto, un giubilo veramente inesauribile. E’ quello che ci insegna Agostino:” Il cantore diventa egli stesso la lode del suo canto. Siate voi stessi quella lode che si deve dire, e sarete la sua lode , se vivrete bene” (Seconda lettura del martedì della terza settimana del tempo pasquale).

Nello stesso tempo l’alleluia è un canto alla santità di Dio, esprime l’esultanza della comunità che si sente chiamata a prendere sempre più coscienza che appartiene alla Fonte di ogni dono, e una simile convinzione rappresenta il punto di partenza per dare un senso al proprio agire. L’uomo nella glorificazione divina intuisce la grandezza della propria vocazione di creatura chiamata a dare senso eucaristico all’esistenza, a crescere nel lasciarsi attirare nella intimità divina che è la verità e la pienezza di ogni vocazione alla santità. Qui c’è solo la gioia di crescere giorno per giorno nella interiorità delle tre Persone divine, riscoprendo la grandezza della propria identità divino-umana.Allora la storia diventa un inno, una benedizione , un fecondo rendimento di grazie, fino a giungere al puro giubilo, alla esaltante esuberanza del cuore che è pura nota musicale senza alcuna parola come definirebbe tale stato d’animo Agostino.

Una simile esperienza si ritraduce nel linguaggio dell’Apocalisse come un meraviglioso inno nuziale: vi si cantano le nozze messianiche tra il Cristo e la sua chiesa. In questa condizione spirituale la comunità viene immersa nella intimità con il Dio della rivelazione, nel gusto dell’appartenenza trinitaria, di cui è ricco l’ultimo tratto del libro del profeta Isaia (60-66). Il fatto che la domenica sera alla celebrazione dei vespri si canti l’alleluia con il testo dell’Apocalisse (19,1-7) ritraduce la consapevolezza credente dell’assemblea liturgica, che vede nella conclusione del giorno domenicale la pregustazione della gloria della Gerusalemme celeste. E’ il senso escatologico di ogni domenica e l’anima di chiunque nel tempo voglia coniugare continuamente eternità e tempo nell’operare le scelte nella monotonia del feriale. In certo qual modo abbiamo la successione del rapporto tra quaresima e tempo pasquale. La quaresima ci aiuta a vivere da discepoli nello sviluppo di una feconda e piena conversione, il tempo pasquale ci introduce in quell’unica festa che rappresenta la conclusione nella lode della gustazione delle meraviglie del triduo pasquale. Una simile esperienza costruisce l’interiorità di chiunque voglia nel tempo maturare giorno per giorno nella vocazione al discepolato, per divenire simile al Maestro e così accedere alla contemplazione del volto del Padre.

L’alleluia allora diventa un inno a tutta orchestra, dove il lodare Dio nel suo santuario si incarna in una meravigliosa comunione tra cielo e terra, dove l’uomo in Cristo e nello Spirito diventa il grande liturgico del Padre, come opportunamente ci insegna il salmo 150 che conclude l’intero salterio.

Lodate il Signore nel suo santuario,
lodatelo nel firmamento della sua potenza.
Lodatelo per i suoi prodigi,
lodatelo per la sua immensa grandezza.
Lodatelo con squilli di tromba,
lodatelo con arpa e cetra;
lodatelo con timpani e danze,
lodatelo sulle corde e sui flauti.
Lodatelo con cembali sonori,
lodatelo con cembali squillanti;
ogni vivente dia lode al Signore.


da: Antonio Donghi - testo tratto da un intervento fatto ma non non riveduto dall'autore



 

 

 

 

 

 

 

 

 

sito web ufficiale: www.suoredimariabambina.org