V DOMENICA DI QUARESIMA
Giovanni Benedetti



In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c’erano anche alcuni greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsaida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose: «É giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne una voce dal cielo: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!». [...] Rispose Gesù: «[...] Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me […]» (Gv 12,20-33).

Gesù era a Gerusalemme per la celebrazione della sua ultima Pasqua. Per l’occasione la città rigurgitava di devoti, venuti da tutta la Palestina e anche dalla diaspora, cioè di devoti ebrei «dispersi» in altri paesi. Fra questa enorme massa di gente, vi erano anche coloro che erano stati testimoni per esperienza diretta di molti miracoli compiuti da Gesù, soprattutto in Galilea. Appena seppero che Gesù era presente in città, lo rintracciarono e vollero portarlo in trionfo. Fu un’esplosione di entusiasmo popolare, che irritò i farisei e li convinse ad affrettare l’arresto e la condanna di Gesù.

Ma fra tale folla entusiasta vi erano «alcuni greci», provenienti cioè da una nazione pagana, che però avevano aderito alla religione giudaica. Essi erano chiamati «proseliti», perché avevano accettato totalmente il giudaismo, compresa la circoncisione, e quindi appartenevano al popolo eletto e potevano con pieno diritto partecipare al culto nella sinagoga e nel tempio. Essi si rivolsero a Filippo e gli dissero: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Che cosa intendevano dire con questa espressione?


Il suo senso più ovvio sarebbe: «vogliamo un incontro con Gesù», «vogliamo parlare con Gesù». Ma nel linguaggio biblico, e particolarmente nel Vangelo di Giovanni, «vedere» ha un senso forte. Quando, infatti, Gesù disse a Giacomo e a Giovanni: «Venite e vedrete»; quando Filippo disse a Natanaele, per invitarlo a incontrare Gesù: «Vieni e vedi», con quel verbo si voleva dire molto più che una semplice curiosità. «Nel contesto teologico giovanneo "vedere" può anche significare "credere in"» fa notare R.E. Brown.

  Questa precisazione è importante per capire il senso del comportamento di Gesù in questa delicata situazione. Era, infatti, la prima volta che «gentili», cioè persone non di razza ebraica, esprimevano il desiderio di «credere in Gesù». E Gesù, d’altra parte, stava ormai vicino alla conclusione tragica della sua esperienza terrena. In questa situazione delicata, come si comportò?

A Filippo e Andrea, che gli dicevano che «alcuni greci» desideravano vederlo, Gesù rispose: «È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano non muore, rimane solo [...]. Chi ama la sua vita la perde». Quei greci che chiedevano di vedere Gesù sono scomparsi dalla scena in un modo inaspettato. Chiedevano un colloquio con Gesù, e non si sa se l’ottennero, tanto meno si sa con quale eventuale risultato. Il Vangelo di Giovanni ha messo, invece, in primo piano le condizioni essenziali per «vedere Gesù». Non ha creduto necessario raccontarci il resto.


Questo discorso di Gesù è stato un discorso duro in tutti i tempi della Chiesa. Lo ripeteremo anche in questa quinta domenica di quaresima. E forse c’è il rischio che non si trovi nessuna difficoltà ad accettarlo, né da parte di chi lo predica, né da parte di chi lo ascolta, perché viene relegato «in quel tempo», riducendolo a un puro racconto storico. Dal punto di vista intellettuale, si tratta del mistero più profondo della nostra fede. Né il Nuovo Testamento, né i teologi ci aiutano a capirne il motivo. Non è stata una scelta di Gesù la sua morte in croce. È stato un suo libero atto di obbedienza alla volontà del Padre: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu» Gesù pregò nel Getsemani; e ripeté ancora: «Padre mio, se questo calice non può passare senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà» (Mt 26,39.42).


Ma il Padre perché volle che il suo Figlio morisse in croce per salvarci? Gesù, parlandone con gli apostoli, ricorreva alla piccola parabola del chicco di grano, che deve morire per dar frutto. E una semplice immagine, che dice però più di mille discorsi. Anche oggi, il crocifisso rappresenta il messaggio più espressivo e convincente della nostra fede. Lo stesso discorso delle beatitudini diventerebbe un discorso moralistico senza il crocifisso. Esso è il solo discorso cristiano che non trova oppositori, neppure fra gli aderenti ad altre religioni, neppure fra gli stessi avversari del cristianesimo.


E la forma più espressiva dell’amore verso Dio e dell’amore verso l’uomo. È stato detto che con il Cristo crocifisso è entrato nella storia umana un nuovo concetto di Dio e un nuovo concetto dell’uomo. In croce, infatti, c’è l’uomo-Dio, in un supremo atto di amore reciproco: l’amore di Dio verso l’uomo e dell’uomo verso Dio si compenetrano totalmente. E questo mistero si prolunga per analogia nel corpo di Cristo che è la Chiesa. Per cui, come diceva Agostino, «in Cristo ho tutto. Vuoi amare il tuo Dio? Lo hai in Cristo. Vuoi amare il tuo prossimo? Lo hai in Cristo» (Discorsi, 261,8).







da: Giovanni Benedetti - Il Vangelo della Festa,
Intelligenza spirituale della Parola di Dio secondo i Padri della Chiesa
Centro editoriale dehoniano 2001, pp 319-321





 

 

 

 

 

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