GIOVEDÌ SANTO
Comunità di Bose





Es 12,1-8.11-14; Sal 115; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15


I tre testi biblici presentano rispettivamente la memoria della notte della liberazione dall’Egitto e dei preparativi per il banchetto pasquale (I lettura), la memoria dell’istituzione del banchetto eucaristico (II lettura) e la memoria del gesto di Gesù di lavare i piedi ai suoi discepoli «prima della festa di Pasqua» (vangelo). L’eucaristia, memoria della pasqua di Gesù, trova nella lavanda dei piedi il gesto che ne significa la realtà esistenziale: il farsi quotidianamente servi gli uni degli altri perché Dio stesso, in Gesù Cristo, si è fatto servo degli uomini.
Il gesto con cui Gesù lava i piedi ai suoi discepoli è
profetico e rivelativo. Deponendo le sue vesti, Gesù profetizza la sua deposizione della vita per amore degli uomini, e inginocchiandosi di fronte ai discepoli egli narra l’amore di Dio.
Non è in quanto «maestro e Signore», ma in quanto «Signore e maestro» (Gv 13,13-14) che egli compie quel gesto che non ha dunque valore didattico, ma rivelativo. Lavare i piedi è gesto che spetta alla schiavo: qui è il Signore che lo compie.
L’
inversione dei ruoli tra Gesù e i discepoli è impegnativa: «Se io, il Signore e il maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio perché, come ho fatto io, facciate anche voi» ( Gv 13,14-15). Quest’ultimo comando corrisponde al «fate questo in memoria di me» dell’istituzione eucaristica (1Cor 11,23.25). Ma sarebbe insufficiente e deviante pensare che si tratti del comando di ripetere un gesto rituale. I gesti che Gesù compie per lavare i piedi ai discepoli sono gesti umani, umanissimi, e indicano nel quotidiano il luogo in cui l’eucaristia diviene vita, esistenza, realtà, non semplicemente rito. Dal sacramentum alla res!

  Sono i gesti che compie lo schiavo oppure colui cha ama.
Maria di Betania cosparse i piedi di Gesù con olio profumato e li asciugò (Gv 12,3). Gesù compie questo gesto per narrare l’amore che lo rende servo dei suoi discepoli.
Lavando loro i piedi Gesù continua a fare ciò che sempre ha fatto, amare: «Li amò sino alla fine» (Gv 13,1).

Li ama con perseveranza, non cessa di fare ciò che aveva iniziato a fare fin dal momento della chiamata.
Li ama anche quando si mostrano decisamente poco amabili: tra loro si fa spazio il tradimento (Gv 13,2), il rinnegamento (Gv 13,38), l’incomprensione. Li ama fino al punto di non ritorno.


Non solo Gesù non prende decisioni forti, di esclusione, di rimprovero aspro e nemmeno di rifiuto di condivisione del pane nei confronti di colui nel cui cuore ha preso dimora satana (Gv 13,2), ma continua ad amare. Gesù vive l’amore unilaterale, che non cerca reciprocità e che narra la fedeltà radicale di Dio al peccatore. Ciò che potrebbe sembrare debolezza o timidezza o lassismo, è invece forza e gloria del Signore: la gloria di amare.
La gloria di chi è pienamente cosciente che nulla può impedirgli di amare.
Che ogni occasione, anche le più dolorose e tragiche, possono essere vissute nell’amore, fino a donare la vita. È la grande libertà che Gesù mostra: egli è cosciente della situazione reale e misera dei suoi discepoli, ma sa anche che quella è l’occasione per manifestare la sua obbedienza al Padre e il suo amore per i suoi.
Quella domanda sulla vera identità di Gesù che ha fatto da motivo conduttore per tutto il vangelo di Marco comincia a ricevere ora una risposta definitiva: la croce dirà veramente chi egli sia. Durante il processo (14, 52-65) Gesù svela la sua vera identità, per la prima volta dice chiaramente che egli è il Figlio di Dio.
Di fronte a questa rivelazione scattano però il rifiuto e la condanna del Sinedrio e il rinnegamento di Pietro (14, 66-72).

Nessuna evasione sognando situazioni ideali per poter vivere più evangelicamente e poter amare con più agio, ma l’assunzione della concretezza della situazione così com’è, nella coscienza che è in quell’
hic et nunc che si gioca tutto. Il resto è tempo perso.

Ed è importante ricordare che i cristiani non sono chiamati solamente a ripetere il gesto, ma anzitutto a conoscerlo per fede su di sé da parte del Signore. Pietro si ribella all’idea che Gesù possa inchinarsi davanti a lui e lavarlo, ma Gesù spiazza con vigore la sua illusione: non ci può essere servizio cristiano se non nell’umiltà e nel riconoscimento della propria ‘sporcizia’ che abbisogna di purificazione. La pretesa e la presunzione di purezza sono contrarie allo spirito cristiano. Non vi è sporcizia più grande di chi non vede la propria sporcizia e non si ritiene bisognoso di pulizia.






da: Eucaristia e Parola – Testi per le celebrazioni eucaristiche di Quaresima e tempo Pasquale,
a cura di Enzo Bianchi, Goffredo Boselli, Lisa Cremaschi e Luciano Manicardi - Comunità di Bose
Vita e Pensiero - Largo A. Gemelli, 1 - 20123 Milano, pp 29-31





 

 

 

 

 

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