I DOMENICA DI QUARESIMA
Giovanni Benedetti



In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto ed egli vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò in Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,12-15).

La parola che dovette disturbare di più gli abitanti di Nazaret fu certamente quel «convertitevi!». Essi, come tutti gli ebrei, attendevano il Messia, che avrebbe chiamato a conversione i pagani per aggregarli al popolo eletto, per il trionfo di Israele. Il Messia sarebbe venuto per convertire i peccatori, che erano i popoli che ancora non obbedivano alla Legge di Mosè. Ora, questo giovane ebreo, nato a Nazaret, figlio di Maria e di Giuseppe, ha l’ardire di cominciare la sua predicazione con quel tono imperativo che offendeva l’orgoglio dei discendenti da Abramo, loro «padre nella fede».
Non è facile fare una meditazione su questo argomento, tanto meno farci una predica. E tuttavia questo argomento è sempre sottinteso in ogni lettura della parola di Dio, in ogni rito della liturgia, nella celebrazione di ogni sacramento. La stessa tradizione, la stessa storia della salvezza, ce lo ripetono sempre. Ma resta spesso nell’ombra.

Anche i profeti richiamavano talvolta alla conversione in momenti particolari in cui il popolo di Israele disubbidiva alla Legge. C’era, però, sempre un «resto d’Israele» che rimaneva fedele al Signore.
Ma ora Gesù si rivolge a tutti i presenti e impone loro una conversione totale e senza eccezioni.
Fa chiaramente capire che egli parla di una conversione di tipo diverso da quella che i profeti avevano fino allora predicato:
«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo».

  «È possibile amare a metà - scriveva il cardinal Newman -;
è possibile obbedire a metà;
ma non è possibile credere a metà: ho fede, oppure non ho fede».
E questa fede assoluta e incondizionata in lui e nella sua missione egli chiedeva ai suoi discepoli.
Ma, si potrebbe obiettare, non è necessaria una ricerca personale circa la validità della verità da credere, prima di fare l’atto di fede? L’incertezza propria del ricercatore non deve comunque oltrepassare i limiti della fede cattolica - faceva però notare Agostino.


E precisava: - Ora, poiché molti eretici sono soliti esporre le sacre Scritture interpretandole alla stregua delle proprie opinioni contrarie alla fede insegnata dalla dottrina cattolica, prima di interpretare questo libro è necessario esporre brevemente la fede cattolica (La Genesi alla lettera,1,1).

In altre parole, secondo Agostino bisogna accettare, almeno come ipotesi, una proposta di fede, per poterla esaminare e quindi giudicare se essa è da credere o no. Per questo egli espone breve-mente tutte le verità della fede cattolica ad alcuni eretici, prima di iniziare il dialogo con loro.

E, d’altra parte, cosa intende Gesù quando dice: «Convertitevi»? In genere, si pensa che di conversione abbiano bisogno solo i peccatori, cioè coloro che intendono liberarsi da un passato da cancellare.
Il loro sarebbe come una specie di saldo nei nostri conti con Dio. Gesù certamente non pensava solo a questa categoria di ebrei. La conversione per Gesù, infatti, consiste in una novità che solo lui può offrire; una «buona notizia» che solo lui può dare. Non è solo un’esortazione morale, un pentimento dei propri peccati, uno sforzo ascetico.

La conversione di cui parla Gesù è un cambiamento radicale di vita. In greco si chiama metanoia, cioè un rovesciamento di rotta, che prende la mente, il cuore, la vita di colui che si converte. La strada dell’esistenza così cambia direzione: prima era orientata verso gli idoli (denaro, sesso, orgoglio...), ora è rivolta verso Dio.
E una specie di esodo: si lascia la schiavitù e si cammina nella santa libertà dei figli di Dio. Un uomo che si decidesse a vivere così la libertà dimostrerebbe in concreto anche cos’è l’uomo dinanzi a Dio.

Gesù esige che il discepolo si liberi da ogni pregiudizio, mentale e morale, ma soprattutto religioso. L’accettazione della sua proposta di conversione deve essere radicale, anche se appena inizio del suc-cessivo, lungo, cammino della sequela. È un’accettazione che esige un preliminare e radicale vuoto interiore, perché la radicalità della vocazione cristiana non trovi nel discepolo intralci o limitazioni.
La stessa sua dignità di uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, non consente alcun condizionamento.

Colui che è fatto a somiglianza di Dio, e che ha ricevuto da Dio in ere-dità il potere su tutto ciò che sta sulla terra, chi può venderlo, dimmi, chi può comprarlo?
-
dichiarava Gregorio di Nissa contro la schiavitù del suo tempo.
- A Dio solo appartiene questo potere: anzi, neppure a Dio! Perché «egli non si pente dei suoi doni», è scritto. Dio non potrà rendere schiava la natura, perché egli volontariamente ha chiamato di nuovo alla libertà noi, che eravamo diventati schiavi del peccato (Omelie sull’Ecclesiaste, 4,1).

Il penitente «implora la misericordia di Dio non secondo la coscienza che ha dei propri peccati, ma secondo la parola di Dio stesso» precisava Ilario di Poitiers (Commento al salmo 118,8,9).

Di solito, quando si parla di conversione la si intende, invece, in senso riduttivo.
Ci sono persone che non ne sentono il bisogno appunto perché si considerano «giusti», e sono in genere le persone più vicine alla Chiesa. Le piccole «imperfezioni» le confessano volentieri.
Ma se si propone ad esse di «convertirsi», cioè di compiere quell’interiore rovesciamento di mente e di cuore che richiede una vera conversione, si rischia di offenderle. Eppure c’è la «conversione dei peccatori», che si riconoscono bisognosi del perdono di Dio, e c’è la «conversione dei giusti», di coloro cioè che si considerano in regola con Dio, perché credono di non aver peccati gravi sulla coscienza, e forse non ne hanno realmente. Ma anche un filo di seta può impedire a un uccello di volare!

La conversione non bisogna, quindi, concepirla solo in senso negativo: liberarsi dai propri peccati. La liberazione deve avvenire in senso più profondo: scendendo alla radice da cui nasce il peccato. La conversione, perciò, non riguarda solo alcune azioni contrarie alla volontà di Dio. Si possono benissimo evitare azioni cattive, compiere anche alcune azioni buone, e avere mente e cuore vuoti di Dio, pieni di sé. Questi cosiddetti «giusti» hanno bisogno di «conversione» più ancora dei peccatori. Soltanto si deve tener presente che con essi bisogna usare un metodo particolare, che spesso è ancor più difficile, di effetto meno controllabile. Gesù ha provato meno difficoltà a convertire i peccatori, che a convertire i giusti, cioè gli osservanti della Legge di Mosè.


Una seconda difficoltà a obbedire al «convertitevi» che Gesù ripete anche oggi alla sua Chiesa, la proviamo per un altro motivo. Come si può oggi proporre a un cristiano di convertirsi? Nel registro di battesimo egli è già cristiano dalla nascita. «Cristiani si diventa, non si nasce» diceva però un autore antico. Con il sacramento del battesimo, infatti, un tempo si diventava cristiani dopo un faticoso cammino di conversione, dopo un lungo catecumenato.

Oggi diventa difficile far compiere un vero cammino di conversione a bambini-ragazzi dagli otto ai tredici anni, cioè durante il tempo impiegato per l’iniziazione cristiana. Quando verrà poi il tempo che potrebbe consentire una vera conversione, cioè all’inizio della maggiore età, sarà assai difficile educare alla conversione cristiana adolescenti, che tutto congiurerà a distogliere dalla pratica religiosa, dalla Chiesa, forse anche dalla fede.

Capisco di aver proposto un problema angustiante. Ma ora inizia il tempo quaresimale e molte iniziative ci vengono proposte con vario metodo e varie finalità. Credo, però, che al centro sarebbe bene porre sempre questa prima condizione, posta da Gesù all’inizio della sua predicazione: la «conversione».
E il cosiddetto «passo della soglia», necessario per entrare a casa, ma anche il più difficile a fare.
Ed è forse più difficile farlo oggi, perché non si pensa di avere una casa, tantomeno una casa comune, per risolvere i profondi problemi dell’esistenza.

In una società in cui esiste una diffusa crisi dei valori, diventa ancor più difficile proporre un valore per cui valga la pena di fare quel passo della soglia, che è appunto la «conversione cristiana».
Se riuscissimo, però, a proporla seriamente almeno a coloro che vengono assiduamente in chiesa e a coloro che intendono essere nostri collaboratori pastorali in parrocchia o in diocesi, già sarebbe un buon inizio per costruire una comunità ecclesiale evangelizzata ad evangelizzante.





da: Giovanni Benedetti - Il Vangelo della Festa,
Intelligenza spirituale della Parola di Dio secondo i Padri della Chiesa
Centro editoriale dehoniano 2001, pp 303-306





 

 

 

 

 

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