IV DOMENICA DI QUARESIMA
Giovanni Benedetti



In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce, perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Gv 3,14-21).

Questo brano del vangelo è la conclusione del colloquio che Gesù ebbe a Gerusalemme con Nicodemo. Costui apparteneva alla setta dei farisei ed era «un capo di giudei». Per non compromettersi dinanzi ai suoi colleghi, era venuto di notte per avere un colloquio con Gesù. Forse pensava di conoscere bene chi gli stava davanti. «Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio» gli dice, infatti, introducendo il discorso. Egli era ormai vecchio e voleva fare un complimento a questo giovane «rabbì», che dalla disprezzata Nazaret veniva a insegnare a Gerusalemme. Era convinto di «sapere» chi era Gesù. Era un vecchio, che aveva molta esperienza ormai di queste cose. Gli sembra di aver capito che Gesù era veramente «venuto da Dio».

Quale accoglienza riservò Gesù a questa testimonianza di Nicodemo a suo favore? «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio [...]. Quel che è nato da carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito» (Gv 3,3.6) gli rispose Gesù, anche con un pizzico di ironia.
Era già vecchio, ma per sapere chi era Gesù doveva addirittura «rinascere dall’alto», «dallo Spirito».
Ma non c’è altro rimedio per convincere che è in errore «colui che è convinto di sapere ciò che non sa»
scriveva Agostino (Lettere, 199,13,52).


Infatti come si può pensare che questo vecchio fariseo, con la mente piena di idee e tradizioni umane, potesse «vedere il regno di Dio», di Dio cioè che «tanto ha amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito»? Come avrebbe potuto capire che doveva essere «innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna»? «Ogni concetto formato dall’intelligenza umana per cercare di raggiungere e capire la natura divina, non riesce che a costruirsi un idolo di Dio, non a farlo conoscere» scriveva Gregorio di Nissa (La vita di Mosè, 2,165). Bisogna invece «lasciare a Dio d’esser Dio» diceva stupendamente von Balthasar. La salvezza degli uomini dipende da questo profondo mistero.

  Un’immagine Gesù la ricavò dall’Antico Testamento. Durante l’esodo dall’Egitto attraverso il deserto, gli ebrei si ribellarono contro Mosè. Dio li castigò con un’invasione di serpenti. Allora

il popolo venne da Mosè dicendo: Abbiamo peccato. Prega Dio che ci liberi. Mose pregò per il popolo e Dio rispose: Fa’ un serpente e mettilo sopra un palo: chi, dopo essere stato morsicato, lo guarderà, vivrà. Mosè fece un serpente di bronzo e lo mise sul palo: chi lo guardava, viveva (Nm 21,6-9).

Ebbene, Gesù avrebbe salvato il mondo inchiodato e innalzato in croce sul monte Calvario. E da lì fino alla fine del mondo egli resterà a braccia aperte, «perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna». Come concepire questa presenza del Crocifisso per la salvezza di tutti gli uomini?
È perché egli è il Verbo del Dio onnipotente — scriveva Ireneo di Lione verso la metà del II secolo —, Verbo che, sul piano invisibile, è coestensivo alla creazione tutta intera e sostiene la sua lunghezza e la sua larghezza e la sua altezza e la sua profondità, perché dal Verbo di Dio è governato l’universo. Egli fu anche crocifisso in queste quattro dimensioni, lui, il Figlio di Dio che si trovava già fisso in forma di croce nell’universo. Bisognava in effetti che il Figlio di Dio, diventando visibile, presentasse visibilmente la sua immagine in forma di croce nell’universo, al fine di rivelare, attraverso la sua posizione visibile di crocifisso, la sua azione sul piano invisibile. Cioè è lui che illumina l’«altezza», cioè le cose che sono nei cieli; è lui che sostiene la «profondità», cioè le cose che sono nelle regioni al di sotto della terra; è lui che stende la «lunghezza» dall’oriente fino all’occidente; è lui che dirige come un pilota la «larghezza» dal polo nord fino al polo sud; è lui che chiama da tutte le parti i dispersi alla conoscenza del Padre (Dimostrazione della predicazione apostolica, 33-34).


La citazione è un po’ lunga, ma è di un’efficacia particolare. Il dono dell’infinito amore di Dio verso gli uomini è contenuto totalmente in Cristo, innalzato sulla croce, che occupa tutto l’universo, tutta la storia umana, per offrire tale dono a tutta la realtà creata, definitivamente, totalmente, rivelando così l’amore del Padre: «Dio ha tanto amato il mondo...».

Se tu desideri ardentemente questa fede e desideri abbracciarla, tu comincerai a conoscere il Padre.
Perché Dio ama gli uomini - scrive l’autore della Lettera a Diogneto. - E quando l’avrai conosciuto, quale gioia riempirà il tuo cuore! Quanto più amerai colui che ti ha amato per primo!
E amandolo, sarai un imitatore della sua bontà, e non mi meraviglio che un uomo possa così divenire un imitatore della sua bontà: lo può, volendolo Dio (10,1-4).


Il concilio Vaticano II ci ha riproposto questa universale potenza salvifica dell’incarnazione e della redenzione del Cristo.

La Chiesa [...] non avrà il suo compimento se non nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose (At 3,21) e col genere umano anche tutto il mondo, il quale intimamente congiunto con l’uomo per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente restaurato in Cristo (LG 48).

Questa restaurazione finale, che riguarda non solo la dimensione escatologica della Chiesa ma dell’intero universo, sarà ripresa e completata nel terzo capitolo della Gaudium et spes.

E c’era bisogno di riproporcela, perché per lungo tempo, nella mentalità e nella condotta del cristiano, spirito e materia, anima e corpo, uomo e mondo spesso non sono stati considerati come valori essenziali e complementari. Nel vocabolario biblico, invece, spirito e carne non sono visti come due parti dell’uomo, ma come l’uomo intero sotto aspetti differenti. La stessa nostra sofferenza corporale, attraverso la passione del Figlio, non lascia impassibile il Padre.

La tradizione patristica ha conservato e approfondito questo contenuto del dato biblico. Se il Padre, infatti, ha mandato il suo Figlio per esprimere il suo amore per gli uomini, egli ci ama, dunque, con la stessa «passione di carità» di Gesù, concludeva Origene:

E il Padre stesso, Dio dell’universo, non è vero che anch’egli soffre in qualche maniera? Ignori che, quando si occupa delle vicende umane, egli prova una passione umana? [...]. Dio prende su di sé le nostre maniere di essere, come il Figlio di Dio prende le nostre passioni. Il Padre non è impassibile. Se lo si prega, egli ha pietà, condivide la sofferenza, prova una passione di carità (Omelie su Ezechiele, 6,6)
come il Figlio incarnato. «Nel suo amore per l’uomo l’Impassibile ha sofferto una passione di misericordia» egli concludeva (Omelie sul Vangelo di Matteo, 20,23).

Questa visione esaltante, non condivisa però da altri, per esempio da Ireneo (Contro le eresie, 2,28,4), potrebbe venire offuscata da quella tremenda e inaspettata affermazione: «Chi non crede è già condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». Noi non viviamo più in un mondo dominato dal sentimento del sacro; al contrario, viviamo in un mondo in cui il sacro sembra quasi scomparso. E allora siamo portati a ragionare con Dio in modo laico. Per conseguenza non si capisce bene perché un dono non richiesto, per quanto grande esso sia, comporti una pena qualora non venga accettato. Può capitare anche che un figlio, rimproverato da un genitore severo, gli replichi: «Non ti ho chiesto mica io di mettermi al mondo!». Certamente, a tale obiezione si potrà sempre controbattere che all’inizio la vita è donata, senza che possa esistere in precedenza il nascituro a chiederla o a rifiutarla. Dio stesso, gli stessi genitori, non possono fare altrimenti. E c’è poi anche da notare che Gesù non parla di una condanna inflitta da Dio al termine della nostra vita terrena: «Chi non crede è già stato condannato» egli afferma. In altre parole: chi rifiuta il dono di Dio, chi compie il male, si condanna già da sé, senza che dall’esterno intervenga il castigo di Dio. «Dio per punire il male non ha altro da fare - affermava Lacordaire - che lasciarlo agire».

Tertulliano, in polemica contro i seguaci di Marcione, che dichiaravano Dio responsabile dei mali di cui soffre l’uomo, replicava:

Essi si basano sul significato ambiguo del termine, che confonde due specie di mali — si chiamano infatti mali sia i peccati che i castighi —,perciò pretendono di vedere in Dio il creatore dei mali, proclamandolo anche, in tal modo, autore della malvagità (Contro Marciane, 2,14,1).


Non sempre però le spiegazioni, anche le più chiare, sono sufficienti da sole a sbloccare certi stati d’animo. Tutto questo può esser vero — scriveva C.M. Martini — solo se teniamo presente quella verità implicita che è la croce, che è Cristo, il quale mediante la morte di croce, mediante il dono di sé fino alla fine, glorifica il Padre, dà la vita all’uomo, ed è la soluzione dei problemi umani.





da: Giovanni Benedetti - Il Vangelo della Festa,
Intelligenza spirituale della Parola di Dio secondo i Padri della Chiesa
Centro editoriale dehoniano 2001, pp 311-313





 

 

 

 

 

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