III DOMENICA DI QUARESIMA
Giovanni Benedetti



Si avvicinava la Pasqua dei giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato».
I discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divora».
Allora i giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?».
Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».
Gli dissero allora i giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo e credettero nella Scrittura e alla parola detta da Gesù (Gv 2,13-22).

Questa scena di Gesù che scaccia i mercanti dal tempio è talmente movimentata e vivace che rischia di occupare tutta la nostra attenzione, lasciando il resto nell’ombra. E il resto può veramente restare nell’ombra anche perché c’è difficoltà a ben capire la risposta che Gesù dà ai giudei. Gli avevano chiesto un «segno» che giustificasse quel suo gesto così deciso e violento contro venditori e cambiavalute nell’atrio del tempio. Essi neppure si contentavano di una prova basata sulla parola di Dio, contenuta nella Bibbia. Volevano un «segno», cioè un fatto prodigioso ben visibile ai loro occhi, e di sicura provenienza divina, cioè «dal cielo» (cf. Mt 16,1).
E Gesù, per tutta risposta, né opera il «segno» richiestogli, né porta come prova una parola della Scrittura, ma lancia una misteriosa sfida: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».
La profezia era però talmente misteriosa che neppure i discepoli la capirono.
Gesù parla del «tempio» del suo corpo glorioso dopo la risurrezione. Gli apostoli lo capiranno solo a evento realizzato.


  Ora si capisce perché la cacciata dei mercanti dal tempio, operata da Gesù, non dovrebbe occupare tutta la nostra attenzione.
Il rapporto, infatti, fra il tempio di Gerusalemme profanato dai mercanti e il «tempio», cioè corpo di Gesù straziato sulla croce e risuscitato glorioso, equivale al rapporto che c’è fra la figura e la realtà, fra il «segno» e la cosa significata.

In altre parole, al centro dell’attenzione, sollecitata anche dalla scena della cacciata dei venditori dal tempio, deve stare la solenne dichiarazione di Gesù che il vero tempio, dove abita Dio, non sarà più il tempio di Gerusalemme, né qualsiasi altro tempio «costruito da mano d’uomo», ma sarà il «corpo», di cui il Risorto sarà il capo e del quale tutti i credenti saranno le membra, cioè la Chiesa.
Soltanto questo sarà il «segno», che Gesù preannuncia ai giudei, e sarà per sempre il vero «tempio» di Dio. Fin dall’età apostolica si provò difficoltà a dare un’immagine alla misteriosa presenza del Risorto nella comunità ecclesiale: «Io sono con voi tutti i giorni» aveva detto Gesù. Ma come pensare questa sua misteriosa presenza?
Ogni mistero cristiano è «sacramentale», cioè deve farsi visibile e operante attraverso un «segno». Quale «segno» poteva garantire la presenza del Cristo risorto nella Chiesa?
S. Pietro lo propose ai fedeli attraverso le pietre usate per costruire un edificio: Stringendovi a lui [il Risorto], pietra viva, [...] anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale» ( 1Pt 2,4-5). S. Paolo lo propose con l’immagine del corpo: «Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte» (1Cor 12,27).


Era questa la prima verità di fede che anche Agostino illustrava ai suoi neobattezzati:

In questo giorno coloro che sono stati battezzati in Cristo e rigenerati, dopo la solenne celebrazione dei sacramenti, si debbono unire al resto del popolo di Dio. Noi parliamo ad essi. Ecco, siete diventati membra di Cristo (ecce facti estis membra Christi) (Discorsi, 224,1).

Da qualche tempo è diventata d’uso comune l’espressione «corpo mistico di Cristo» per indicare la Chiesa. S. Paolo usò l’espressione più concreta: «il corpo [di Cristo], che è la Chiesa» (Col 1,24).
E nella Prima lettera ai cristiani di Corinto egli sottolineò con forte realismo l’immagine e le varie funzioni del corpo umano, come «segno» della presenza del misterioso corpo di Cristo, che è la Chiesa (1Cor 12,12-27). All’inizio fu il corpo eucaristico del Signore a essere chiamato «corpo mistico», cioè corpo esistente nel mistero, cioè nel sacramento.
Ma poi, per il fatto che esso realizza l’unione dei cristiani con il Cristo e dei cristiani fra di loro, l’espressione — come ha dimostrato H. De Lubac — fu applicata alla Chiesa.

Noi che siamo spesso abituati a trattare argomenti religiosi solo in modo spirituale e mistico, possiamo meravigliarci che Paolo, per dimostrare quella verità di fede, cioè la Chiesa, corpo di Cristo, si attardi a descrivere nei vari particolari quello che accade in un corpo umano e che cade sotto gli occhi di tutti ogni giorno: il corpo è uno, eppure ha molte membra; quando un membro ha bisogno, tutte le altre membra vanno in suo soccorso; le membra più deboli sono le più necessarie per il corpo; le membra meno onorevoli, o indecorose, sono circondate da maggiore rispetto da parte delle altre; quando un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui, se è onorato tutte le membra gioiscono con lui...

Sembra che Paolo abbia qui dimenticato la verità di fede che voleva insegnarci. E invece no. «Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte» egli conclude. «Mistero di amo-re! Simbolo di unità! Vincolo di carità!» esclamava Agostino, che su questo argomento ricorreva anche alla sua abilità di retore.

Chi vuoi vivere, ha dove vivere, ha di che vivere. S’avvicini, creda, entri a far parte del corpo, e sarà vivificato. Non disdegni d’appartenere alla compagine delle membra, non sia membro infetto che si debba amputare, non sia membro deforme di cui si debba arrossire. Sia bello, sia valido, sia sano, rimanga unito al corpo, sopporti ora la fatica in terra per regnare poi in cielo (Commento al Vangelo di Giovanni, 26,13).

È stato notato da Yves Congar che a questa tradizione fortemente comunitaria, nel medioevo occidentale subentrò la tendenza a elevare una persona o una categoria di persone, isolandola dal suo insieme, per definirne meglio le proprie prerogative. Così avvenne nei riguardi del papa in rapporto al collegio dei vescovi, del prete in rapporto ai fedeli, del religioso in rapporto alla consacrazione battesimale, dei sacramenti in rapporto alla sacramentalità della Chiesa, della vergine Maria in rapporto alla Chiesa e all’insieme dei santi. Se la distinzione portò i suoi benefici effetti, il rischio di trasformarla in divisione dovrebbe però essere sempre evitato, anche oggi.





da: Giovanni Benedetti - Il Vangelo della Festa,
Intelligenza spirituale della Parola di Dio secondo i Padri della Chiesa
Centro editoriale dehoniano 2001, pp 311-313





 

 

 

 

 

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