III DOMENICA DI QUARESIMA
Gianfranco Ravasi




Esodo 20, 1-17; 1 Corinti 1, 22-25 ; Giovanni 2, 13-25


Tre brani classici nella liturgia e nella meditazione quaresimale e pasquale occupano il lezionario odierno. Li seguiamo secondo il loro articolarsi logico. Alla base è da porre il Decalogo, la «Magna Charta» dell’alleanza sinaitica, il solenne impegno che definisce e delinea la vera fisionomia del credente.
Le Dieci Parole della proposta di Dio e della risposta dell’uomo sono articolate lungo due direttrici, l’una verticale (uomo-Dio), l’altra orizzontale (uomo-uomo). Due linee che s’incrociano proprio nel cuore, cioè nella coscienza dell’uomo.
La prima parola, detta anche comandamento principale (Es 20, 2-6), è la base e il sostegno di tutte le altre nove. Dio si lega ad un impegno, il dono della libertà che continuerà ad offrire all’uomo come un giorno l’ha offerto ad Israele «facendolo uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù» (v. 2); Israele risponde con l’adesione di una fede pura (il monoteismo: v. 3), non magica (il rifiuto delle immagini, essendo il volto dell’uomo, del fratello la vera «immagine di Dio»: v. 4 e Gen 1, 27), liturgica (il «prostrarsi» del v. 5). Ed anche se Dio è per eccellenza il giusto, tuttavia nei confronti del suo popolo non applicherà mai la rigida norma della giustizia: una punizione che si espande in quattro generazioni, un favore che si estende fino alla millesima generazione (v. 6).

Ecco poi la sequenza degli altri impegni.
Il secondo comandamento non è tanto un attacco alla bestemmia quasi inconcepibile nel mondo semitico, quanto piuttosto una condanna della riduzione della divinità a «vanità», cioè ad idolo: è un atto d’accusa contro tutti i surrogati della religione (v. 7).

  La terza parola è l’esaltazione del culto (il sabato) visto come possibilità dell’uomo di entrare nel «riposo» di Dio, cioè nell’eternità: pregando, l’uomo, che è sempre creatura imperfetta (è stata creata il «sesto giorno», simbolo dell’imperfezione), entra nell’intimità con Dio e partecipa della sua perfezione e della sua gloria.
Il diritto alla vita sociale è codificato dalla quarta prescrizione: il padre e la madre sono il simbolo di tutte le relazioni sociali che devono essere vissute con impegno e con passione.


Il diritto alla vita e al matrimonio sono i contenuti dei due comandamenti successivi (vv. 13-14). «Non rubare» è forse da tradurre meglio con «non rendere schiava una persona» ed è, quindi, la celebrazione del diritto alla libertà. Il diritto all’onore è affermato nella proibizione della «falsa testimonianza» processuale (v. 16), mentre il diritto all’autonomia, all’indipendenza, ad uno spazio creativo e di proprio possesso è affermato dai due comandamenti finali (v. 17).

Questa solenne pagina del Sinai potrebbe essere la traccia sintetica della nostra verifica quaresimale per ritrovare, nella conversione, Dio, il nostro io e il nostro prossimo.Se questa prima lettura è il ritratto del credente, le altre due sono la definizione dell’oggetto del credere, o meglio la descrizione del ritratto della persona a cui credere, il Cristo. Paolo lo delinea in forma polemica opponendosi a quelle concezioni intellettualistiche di Corinto secondo le quali il cristianesimo altro non era che un sistema ideologico molto qualificato, accettando il quale, la salvezza era assicurata.
In realtà, dice l’Apostolo, al centro del
kerigma cristiano c’è un Dio che scandalosamente vuole essere vicino all’uomo fino a raggiungere il livello più basso, la morte dello schiavo. Il cristianesimo perciò contraddice coloro che, come i Giudei, vogliono una religione non rischiosa basata su indici ben precisi di sicurezza (Mt 18, 38) e contraddice anche coloro che come i Greci, vogliono un’economia di salvezza basata su una sapienza scientifica e razionale. Ad essi Paolo oppone la figura del Cristo crocifisso, scandalo ed assurdità per costoro, forza salvifica e sapienza autentica per coloro che credono perché è proprio in questo atto supremo della libertà e dell’amore di Dio che si attuano la salvezza e la liberazione dell’uomo.

Anche Gesù nel gesto simbolico e profetico della purificazione del tempio dagli interessi economici (vedi Ger 7) oppone ad una religione superficiale umana e interessata la purezza della fede nella sua persona (Gv 2, 13-25: Vangelo).
Dio non può essere presente in un tempio materiale quando esso non è più il luogo dell’incontro, la «tenda del convegno», secondo la felice definizione veterotestamentaria, ma è solo un centro di magia, di superstizione e di oscuri interessi. Dio è presente in maniera nuova e perfetta nella «tenda di carne» dell’umanità del Figlio (Gv 1, 14). È lui il nuovo tempio: «egli parlava del tempio del suo corpo» (v. 21).
Per cogliere e vivere questa nuova Presenza è necessario «ricordare» (v. 22): il verbo in Giovanni indica l’esperienza della fede matura e pasquale («quando fu Risuscitato dai morti»).
È solo con questa «sapienza» pasquale che riusciamo a riconoscere il Cristo.
Non cercheremo più Dio oltre il velo del tempio, ora squarciato e quindi «svelato» (Mt 27, 51), né nel tempio di pietra perché c’è qualcuno superiore al tempio (Mt 12, 6).
Lo cercheremo, infatti, in questo «qualcuno», il Cristo glorioso che è la pienezza del mistero del tempio, già annunciata nell’Antico Testamento: «Abiterò in mezzo ai figli d’Israele e sarò il loro Dio.
Ed essi conosceranno che sono il Signore loro Dio che li ha condotti fuori dal paese d’Egitto per abitare in mezzo a loro, io il Signore loro Dio» (Es 29, 45-46),


SPUNTI PASTORALI

1.    «
Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48): la Quaresima è la verifica del proprio impegno spirituale non tanto su un modello di santo ma su Dio stesso. Il cristiano ha perciò un ideale infinito ed è per questo che non deve mai considerare la religione come una tassa pagata una tantum con un gesto di carità o con un atto liturgico.

2.    Al centro della spiritualità cristiana c’è, come ci ricorda Paolo, il
Cristo crocifisso, nostra sapienza e forza. La verifica quaresimale deve attuarsi sul vangelo, come test ineliminabile.

3.    L’ambito in cui verificare se stessi e in cui alimentare la propria spiritualità non è il culto in quanto tale ma il
tempio di carne, cioè la fede innervata nell’esistenza. Il senso cristiano del tempo e il mistero della redenzione nella storia danno valore all’impegno concreto e quotidiano nel tempio di carne della vita umana. Come diceva il famoso teologo Cullmann, «la venuta di Cristo nel mondo, la sua morte e pasqua sono la battaglia decisiva. Ora noi siamo in attesa e collaboriamo per il Victor Day, per il giorno della vittoria in cui Dio sarà tutto in tutti».

4.    La verifica dell’esistenza cristiana ha un testo privilegiato nel
Decalogo che la liturgia oggi ci fa meditare. Esso è un disegno perfetto dei nostri legami con Dio e col prossimo. Così Lutero stesso concludeva una delle sue «Lezioni di catechismo»: «Non c’è specchio migliore in cui tu possa vedere quello di cui hai bisogno se non appunto i Dieci Comandamenti nei quali trovi ciò che ti manca e ciò che devi cercare»..





da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola,
Commenti al lezionario festivo anni A-B-C
Àncora editrice, 1997, pp 308-311





 

 

 

 

 

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