LE CELEBRAZIONI NATALIZIE
Mariano Magrassi



Il tempo liturgico di Natale inizia la sera del 24 dicembre con una vigilia che già anticipa la solennità, e si chiude con la celebrazione del Battesimo del Signore.
L’arco dei giorni è molto breve, ma è denso di celebrazioni e di misteri. Esso si raccoglie tutto intorno alle due grandi solennità, Natale ed Epifania, che formano quasi i due poli di una ellisse.
Si tratterà dunque anzitutto di precisare la fisionomia di queste due feste, tenendo presente la loro origine storica; poi di enucleare i grandi temi che interessano la liturgia di questo tempo.

NATALE ED EPIFANIA

La Chiesa primitiva ha conosciuto una sola festa: la Pasqua settimanale (domenica) e annuale.
Solo nel IV secolo appare la solennità dell’avvento del Signore tra gli uomini.
La data non è scelta per la sua coincidenza con l’evento storico, a differenza della Pasqua al cui carattere anniversario le Chiese hanno anneso fin dall’inizio una grande importanza. Qui si tratta piuttosto di "cristianizzare" le feste pagane del solstizio invernale che celebravano il "
Sol invictus", la rinascita del sole. Il persistere di quelle feste era un po’ il simbolo dell’ultima resistenza del paganesimo.
La Chiesa ne trionfa sostituendovi la festa del nuovo “sole invincibile”, Cristo, “sole di giustizia” (Mal 4,2) e “luce del mondo” (Gv 8,12), immensamente più risplendente di quella che emana dagli elementi del cosmo.

La nuova festa risponde inoltre a una esigenza interna della Chiesa: nel IV secolo l’arianesimo, negando la divinità di Cristo, e riducendo la Chiesa al suo aspetto umano e giuridico, mina alle basi il contenuto della fede. Il Natale, proclamando l’aspetto divino di Cristo e della Chiesa, e la conseguente divinizzazione dell’uomo, costituisce una splendida affermazione del dogma di Nicea.

Il solstizio era celebrato a Roma il 25 dicembre; in oriente invece (Egitto e Arabia) il 6 gennaio; questo spiega il sorgere in data diversa di una duplice solennità, l’una di origine occidentale, l’altra di origine orientale. IL nome: diverso che essa assume (Natale ed Epifania) ne indica abbastanza bene la rispettiva fisionomia.
Natale ha una riferenza indubbia all’anniversario della nascita e celebra a Roma il fatto storico della nascita di Gesù a Betlemme.
Il termine orientale “Epifania”, più conforme al genio contemplativo di quei popoli, più che un fatto indica un aspetto del Mistero: Dio che si rivela (tale è appunto il senso del verbo greco
epiphaino) nella natura umana di Cristo. L’Epifania è dunque una «festa tipicamente ideologica » (C. Mohrmann) ed ha come oggetto una pluralità di eventi che si collocano nella prima fase dell’opera redentiva: in particolare l’adorazione dei Magi, che riconoscono in Gesù il Messia atteso, il Battesimo nel Giordano con la sua teofania, il miracolo di Cana, primo “segno” operato da Cristo.
Una bellissima antifona del breviario unifica i tre fatti intorno al tema delle nozze tra Cristo e la Chiesa:
«
Oggi la Chiesa si unisce al suo Sposo Celeste, perché nel Giordano Cristo ha lavato i suoi peccati;
i Magi corrono con doni alle nozze regali, e i convitati gioiscono vedendo l’acqua mutata in vino, alleluia»
(ant. delle lodi).

Si potrebbe forse aggiungere che mentre la festa di Natale vede il movimento discendente dell’incarnazione (
Dio si fa uomo), quella dell’Epifania ne sottolinea il movimento ascendente (questo uomo è Dio, e tale si rivela agli occhi della fede). Ben presto l’oriente arricchisce la sua liturgia con la solennità del Natale romano, e l’occidente con quella della Epifania orientale. Con ciò non si crea un duplicato per la fisionomia diversa e complementare delle due feste, che viene fedelmente conservata.

MEMORIA O MISTERO?

Si è posto ben presto nella Chiesa il problema del contenuto teologico di queste celebrazioni. Si tratta cioè di una semplice “memoria”, un ricordo che viene richiamato alla mente, o di un “sacramento” cioè di un segno sacro che, mentre celebra un evento, lo riattualizza, lo rende presente? Per la celebrazione pasquale la risposta non lascia adito a dubbi perché essa è segno della morte e risurrezione di Cristo, in cui il fedele viene realmente inserito attraverso l’iniziazione battesimale e la liturgia eucaristica. In esse passiamo realmente dalla morte alla vita con Cristo. Ma per il Natale si può affermare altrettanto?

[...]

L’evento di Betlemme trova in quel giorno una misteriosa attualità: non certamente in Cristo, quasi che potesse nascere di nuovo, ma nella Chiesa e in ogni anima. «La festa di oggi rinnova per noi la venuta sacra di Gesù» (Serm. VI).

Ma che cosa si rinnova concretamente?

Evidentemente non l’evento storico, ma piuttosto il suo contenuto mistico. L’azione efficace della grazia lo rende presente in noi come mistero di salvezza (
Serm. II di Nat. e V dell’Epif.).
Questo “contenuto” è così espresso da Leone: «Se ricorriamo a questa inesprimibile condiscendenza della misericordia divina, che ha inclinato il Creatore degli uomini a farsi uomo,
essa ci eleverà alla natura di colui che adoriamo nella nostra» (Serm. VIII di Nat.).
Si tratta dunque della nascita dell’uomo alla vita di Dio, della sua divinizzazione: ed è questo l’aspetto più esaltante e più glorioso della nostra salvezza. Il tema è caro ai Padri orientali che si ricollegano in questo alla visuale di Giovanni Evangelista. Con l’incarnazione la vita divina è penetrata nell’umanità per mezzo della persona di Cristo Gesù.

Ogni celebrazione natalizia costituisce una
nuova rivelazione di questo dono meraviglioso; e insieme una nuova attuazione, mediante un incremento di grazia. Perciò la Chiesa in quei giorni lo riceve in forma misteriosa, ma reale e può cantare: «Accogliamo, o Dio, la tua misericordia in mezzo al tuo tempio».

Questo non ci fa però dimenticare che la salvezza ha il suo atto centrale nella Pasqua. L’abbiamo già rilevato: Natale non è che il punto di partenza della nostra salvezza. «Con la nascita del tuo Unigenito,
hai dato inizio in modo mirabile all’opera della Redenzione» (giov. di Nat., coll.).

La prospettiva giovannea, che vede la salvezza dell’umanità già attuata nell’incarnazione, e l’uomo celeste già presente nel Cristo della vita mortale, ha bisogno di essere integrata dalla visuale di Paolo che solo dall’annientamento della morte vede sbocciare in Cristo quell’«uomo nuovo» che vivifica il mondo con il suo Spirito e lo salva. L’efficacia della liturgia natalizia è infatti tutta legata ai sacramenti che in qualche modo prolungano l’incarnazione fino a noi, perché ci mettono in contatto con l’umanità vivificante del Signore; ma soprattutto rendono presente il Mistero Pasquale.
Non per nulla anche queste celebrazioni, come quelle pasquali, orientano lo spirito verso il mistero della Chiesa che, verginalmente feconda, partorisce le membra di Cristo nell’acqua battesimale; e l’Epifania è diventata, soprattutto in oriente, una festa dell’iniziazione cristiana.
Il Mistero cristiano è uno solo, ed è presente in ogni Messa: Nascita, Passione, Risurrezione, Pentecoste ne sono i diversi momenti, ognuno dei quali partecipa dell’efficacia della esaltazione pasquale.

L’anno liturgico rivive e attualizza successivamente questi vari momenti, scomponendo l’unico mistero nei suoi vari aspetti: e lo fa per venire incontro alle nostre limitate capacità psicologiche, che non ci permettono di comprenderne e di viverne tutta la ricchezza con un solo atto e in un solo tempo.



da:
Mariano Magrassi osb - CRISTO IERI OGGI SEMPRE , La pedagogia della Chiesa-Madre nell'anno liturgico

Ecumenica editrice, agosto 1978, pp 103-107


 

 

 

 

 

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