IV DOMENICA DI AVVENTO
Gianfranco Ravasi



2 Samuele 7, 1-5.8b-12.14a.16 ; Romani 16, 25-27; Luca 1, 26-38


La promessa di Natan (2 Sam 7) è un testo-base per l’intero tracciato dalla teologia messianica biblica.
Al desiderio di Davide di possedere un tempio grandioso nella capitale appena costituita, Gerusalemme, così da avere come cittadino del proprio regno anche Dio, il profeta contrappone la scelta inattesa di Dio. Il Signore più che essere inquadrato nello spazio sacro di un tempio, edificato in concorrenza con i monumentali santuari pagani delle altre nazioni, ama essere presente nella realtà che più aderisce all’uomo, cioè la storia, espressa nella linea dinastica davidica: «sono stato con te dovunque sei andato... Io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere» (vv. 9.12).

Alla
casa materiale che Davide vuole progettare per il suo Dio si sostituirà allora la casa fatta di pietre vive, cioè di persone: «Te il Signore farà grande, poiché una casa farà a te il Signore» (v. 11).
Al tempio Dio preferisce il tempo in cui anche l’uomo abita con lui.

Ora questo «tempio nella carne e nel tempo» è presente nel Cristo. Sia Giovanni nel prologo («il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi») che Luca nella narrazione della vocazione di Maria si orientano proprio sulla profezia di Natan per precisare il senso dell’Incarnazione e del Natale: «il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33).
Maria diventa allora la nuova Sion: come su quel colle della Gerusalemme storica si ergeva il simbolo vivo della «Presenza» di Dio nella storia (il palazzo di Davide) e nello spazio (il Tempio) e il fumo dei sacrifici e degli incensi evocava la trascendenza divina protesa verso l’uomo, così Maria è il centro della Gerusalemme escatologica perché nel suo grembo è presentato all’umanità il Figlio di Dio e su di lei «si stende l’ombra dell’Altissimo» (v. 35).

 

La linea vivente della dinastia davidica, cioè la storia della salvezza veterotestamentaria, sfocia ora, attraverso Maria (per Mt anche attraverso la paternità legale di Giuseppe) nella storia definitiva, la presenza vivente di Dio stesso «Emmanuele».

La narrazione dell’annunciazione, strutturata su un genere letterario notissimo nell’A.T., non è tanto una risposta all’obiezione di Maria: «In che modo deve avvenire questo dal momento che non conosco uomo?» (v. 34).
Come ha scritto giustamente un esegeta, G. Lohfink, il centro dell’annuncio odierno per noi e per Maria è nella concezione per opera dello Spirito Santo, cioè nella presenza divina nella carne del figlio Gesù: «Gesù è il Messia, il Figlio di Dio, intronizzato nella gloria: questo è l’autentico significato del racconto dell’annunciazione. La fede pasquale della comunità cristiana viene proiettata prima della nascita di Gesù per scoprirne la vera natura».

L’invito che il Natale ci rivolge è, allora, quello della ricerca di Dio non in cieli lontani ma nella realtà della nostra storia attraversata dalla presenza divina del Cristo.
Il Cristo risorto, naturalmente, perché è solo nella luce della Pasqua che la nascita del Cristo perde il suo alone puramente sentimentale e diventa il germe che trasforma il mondo e la storia.
È giusto, perciò, che l’impegno del cristiano sia proprio per questa storia e per questa umanità. L’uomo ha, infatti, un fratello perfetto che con lui vive nella fragilità e nella sofferenza della sua carne.
Era scritto nella leggenda del monaco Epifanio: «Non cercate mai nel Cristo il volto d’un solo uomo, ma cercate in ogni uomo il volto del Cristo».


È questo il «mistero» che Paolo pone alla base del suo annuncio. Lo dice anche nella seconda lettura di oggi, la contestata finale della lettera ai Romani, da alcuni esegeti ritenuta un’aggiunta posteriore e in alcuni codici collocata in altra posizione.
Si tratta di una maestosa dossologia in cui la Chiesa esprime con Paolo il suo stupore di fronte al mistero dell’incarnazione e della salvezza offerta all’umanità intera.

 

Un mistero «annunziato mediante le scritture profetiche», tra le quali possiamo collocare l’oracolo di Natan che oggi abbiamo letto, un mistero ora manifestato e «rivelato»: la Chiesa, che ora celebra il Natale, guardando verso il passato, gioisce per il dono di vivere nel tempo in cui il nome, cioè la persona del Cristo è la chiave di volta della storia universale e del destino di ogni uomo (Ef 1, 10).
Questo frammento innico della lettera ai Romani potrebbe diventare il canto d’introduzione e di preparazione all’ormai imminente liturgia natalizia.



SPUNTI PASTORALI

1.    L’imminenza del Natale centra questa liturgia sul tema della
Presenza di Dio nella storia.
Con l’incarnazione, come scriveva il celebre filosofo danese Kierkegaard, le due sfere, prima antitetiche, di Dio e dell’uomo sono entrate in collisione. Ma non per uno scontro o una esplosione, bensì per un abbraccio. Siamo invitati perciò a cercare Dio non in orizzonti nebulosi ma nella quotidianità della storia e nel volto dei fratelli in cui Cristo si fa presente.

2.    Si esalta oggi l’offerta spirituale della nostra «carne», del nostro
corpo (Rom 12, 1) a Dio. Proprio come fa Maria offrendo la sua esistenza e il suo corpo per l’ingresso di Dio nel mondo. Il nostro essere può accogliere e trasfigurarsi in Dio. Diceva un apologo rabbinico del ‘700: «È come un povero che non ha mangiato da tre giorni e i suoi abiti sono stracciati e così egli appare davanti al re; ha forse bisogno di dire che cosa desidera? Così sta il fedele davanti a Dio, egli stesso è preghiera» (M. BUBER, I Racconti dei Chassidim, Garzanti 1979).

3.    Dio non rifiuta la presenza nello spazio (il Tempio) ma predilige quella nel
tempo: la comunità umana, la Chiesa fatta di pietre vive, la coscienza di ogni persona.
«Dio non abita in luoghi costruiti da mano di uomo», dice Paolo ad Atene (At 17, 24), abita, invece, nel tempio vivo che lui si è innalzato, l’uomo vivente. Il Natale è anche un invito a riscoprire la nostra umanità, la nostra interiorità, la nostra personalità, la nostra storia.





da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola,
Commenti al lezionario festivo anni A-B-C
Àncora editrice, 1997, pp 260-263





 

 

 

 

 

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