IV DOMENICA DI AVVENTO
Giovanni Benedetti



In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù [...]».
Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo».
Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei (Lc 1,26-38).


In questo racconto dell’annunciazione Luca ci presenta Maria, che è già fidanzata di Giuseppe (quindi da considerare legalmente già «moglie», anche se ancora non «convivente»), e tuttavia ha intenzione di restare «vergine». «Non conosco uomo» ella risponde all’angelo, che le annuncia la sua maternità divina. Come si può spiegare questa sua decisione? Non era certamente una scelta di tipo «culturale»: l’ambiente ebraico spingeva verso tutt’altra decisione. «Nel giudaismo di allora l’uomo era obbligato a sposarsi» (B. Bauer), e tanto più lo era la donna. Cosa, dunque, aveva spinto Maria a prendere questa straordinaria decisione? Come conciliarla con il suo proposito di sposare Giuseppe?
Possiamo pensare che si tratti di un puro caso e non dargli importanza? Ma allora, perché il Vangelo di Luca, come anche quello di Matteo, gli danno tanto rilievo?
Perché il vangelo si preoccupa, inoltre, di mettere in risalto questo strano modello di famiglia, in cui coesistono verginità, maternità, vita di coppia?

É facile passar sopra a tali interrogativi e fare considerazioni mistiche o moraleggianti su questa sacra famiglia di Nazaret, presentandola come modello della vita coniugale, di coppia e di famiglia, oggi.
Ma si farebbe un discorso incomprensibile, se non se ne spiegasse il vero significato.

  Nel Credo facciamo la nostra professione di fede affermando che Gesù fu concepito nel grembo di Maria «per opera dello Spirito Santo», ma la nostra gente cosa pensa quando professa questa verità di fede? Talvolta ho visto un’ombra di scetticismo, se non di velata ironia, sul volto dei miei ascoltatori, quando trattavo questo argomento. È un argomento difficile da trattare, ma, come si vede, sta allìorigine della nostra fede, e non si può evitare. Come trattarlo?
Ai tempi dei padri della Chiesa erano considerati eretici coloro che assolutizzavano il matrimonio a scapito della verginità, oppure assolutizzavano la verginità a scapito del matrimonio.

Se qualcuno vuol rimanere nella castità in onore della carne del Signore — scriveva nei primi anni del II secolo Ignazio di Antiochia — vi rimanga nell’umiltà.
Se se ne fa una gloria, egli è perduto.
Conviene anche agli uomini e alle donne che si sposano, di contrattare la loro unione con il parere del vescovo, perché il loro matrimonio si faccia secondo il Signore e non secondo la passione (Lettera a Policarpo, 5,2).


«Chi è puro nella carne non se ne vanti — scriveva anche Clemente di Roma — ben sapendo che è un altro che accorda a lui la continenza» (Lettera ai Corinzi, 38,2). È questa la prima indicazione circa il carattere ecclesiastico del matrimonio cristiano.

Il matrimonio è una bella cosa — scriveva due secoli dopo Gregorio di Nazianzo — ma non posso dire che è superiore alla verginità. Questa, in effetti, non sarebbe una grande cosa, se non fosse più bella di ciò che effettivamente è bello. Non offusca voi, che siete soggette al giogo del matrimonio. Tuttavia, siate unite le une alle altre, vergini e donne maritate, non siate che una sola cosa nel Signore e servitevi d’ornamento le une alle altre. Non vi sarebbe il celibato se non vi fosse il matrimonio: da dove, infatti, una vergine è venuta in questo mondo? Il matrimonio non sarebbe venerabile, se non avesse come frutto la vergine per offrirlo a Dio e alla vita (Discorsi, 37.10).

È questa la prima indicazione circa il carattere ecclesiastico del matrimonio cristiano. L’alto concetto che del matrimonio si aveva nella Chiesa primitiva si intravede anche nel fatto che il vescovo non poteva sposare una vedova; doveva essere «uomo di una sola donna», come scrive s, Paolo; «ed essa di un solo sposo», aggiungono le Costituzioni apostoliche (2,2.1).

Oggi, c’è forse quella che si può chiamare l’eresia del silenzio: quando si parla del matrimonio si tace della verginità, e viceversa. Ed è un modo subdolo di snaturare una verità evangelica, senza cadere in aperta eresia. La famiglia di Nazaret ci obbliga a mettere insieme matrimonio e verginità.
Come si può parlare, infatti, di matrimonio senza tener presente la rivelazione cristiana circa l’amore? L’amore evangelico
(agape) deve guidare il pensiero e la condotta di chiunque si professa cristiano, diventato figlio di Dio con il battesio e obbligato a vivere e a testimoniare l’amore gratuito del Padre celeste. O si sceglie il matrimonio o ci si consacra celibi e vergini: l’amore, che deve stare alla radice in ambedue i casi, è lo stesso, ha le stesse esigenze, produce gli stessi effetti.

Un amore coniugale che, invece, non fosse fondato su un amore gratuito, si esporrebbe a un assai probabile fallimento. Infatti, l’amore coniugale comporta la reciprocità, ma viene prima della reciprocità. Non si lascia imprigionare dalla logica della parità fra il dare e l’avere. Un’alleanza, misurata sulla parità tra il dare e l’avere, non dura a lungo. Per reggere deve scaturire da un amore che sa dare più di quanto riceve, anche quando nulla riceve addirittura. Solo la gratuità rende stabile l’amore.

Per questo l’amore coniugale, secondo il vangelo, è un dono definitivo per sua natura: con esso si seguita ad amare anche quando il proprio amore non è stato capito dall’altro, non è stato ricambiato dall’altro, perfino quando è stato tradito dall’altro: esso garantisce così l’indissolubilità del matrimonio.
L’amore coniugale, insomma, è un dono definitivo, totale e perpetuo, perché è fondato appunto sulla gratuità.
«Anche la relazione matrimoniale deve custodire in sé un’apertura alla verginità» (B. Maggioni).
Cioè, anche nei matrimonio il «dare» viene prima del «ricevere», e non è condizionato dal «ricevere»;
può anche persistere, deve persistere, anche quando questo «ricevere» non c’è più.

Così la persona «consacrata» vive l’amore verginale senza l’esperienza coniugale, ma il coniuge non può vivere un’esperienza coniugale autentica senza la gratuità dell’amore verginale.
Per questo, la verginità è dichiarata nel Nuovo Testamento e nella tradizione cristiana «bene migliore». Questa, però, è un’affermazione di principio, che non esclude valutazioni diverse, anche opposte, quando si tratta dei singoli casi concreti, personali.
Circa le virtù cristiane da praticare, Agostino faceva infatti osservare: «È più facile che seguano l’Agnello le persone sposate, ma umili, che non le vergini, che siano superbe» (
La santa verginità, 51,52).

Il racconto dell’annunciazione non solo sta all’inizio del vangelo, ma sta anche all’inizio e a fondamento della Chiesa e della vita del cristiano. Maria è immagine perfetta della Chiesa quando vive la verginità e la maternità insieme. Perciò, quando si parla del matrimonio bisognerebbe tener presente mentalmente, e al momento opportuno segnalarlo esplicitamente, il suo rapporto con la gratuità verginale. E ugualmente, quando si parla della verginità bisognerebbe fare altrettanto segnalando la fecondità del matrimonio. Il Nuovo Testamento e la tradizione costante della Chiesa hanno sempre abbinato questi due stati di vita, perché si illuminano e integrano a vicenda.





da: Giovanni Benedetti - Il Vangelo della Festa,
Intelligenza spirituale della Parola di Dio secondo i Padri della Chiesa
Centro editoriale dehoniano 2001, pp 279-281






 

 

 

 

 

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