NATALE - Notte di grazia
Cesare Massa



Nella notte dell’esilio di Israele e di ogni esilio e di ogni oppressione è più facile “vedere una grande luce” (Is 9, 1) e ammirarne il fulgore in noi deposto dalla speranza. Nella caligine morale emerge come una apparizione di forza la grazia di Dio “apportatrice di salvezza per tutti gli uomini” (Tt 2, 11). Nella notte è possibile un magistero di attenzione a tutto, di accoglimento delle voci e di partecipazione alle realtà così poco distinguibili all’occhio nudo della ragione e alle chiarezze aride di un cuore non ammirato.

In questa notte dell’esilio d’Israele e in questa notte dei tempi, viene promessa e prevista una nascita regale e liberatrice: “un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di David e sul regno che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre” (Is 9,5-6).

In questa notte etica e spirituale di ogni situazione pagana appare “la grazia di Dio” (Tt 2,11), questo gesto dell’accondiscendenza del Padre che è Gesù, dato come energia di salvezza e come maestro di vita lungo la strada che porta all’evento della seconda venuta; quando l’apparizione dalla grazia sarà intensa nella “manife-stazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo” (Tt 2,13).

In questa notte viene accesa per i pastori una luce davanti ai loro occhi e viene costruito uno splendore che avvolgerà la loro esistenza di piccoli e di poveri: “oggi vi è nato nella città di David un salvatore che è il Cristo Signore” (Lc 2,11).


I MIEI OCCHI TI VEDANO

L’uomo biblico ha sempre visto e cantato, ammirato l’orma di Dio in tutto, a ciò invitato dai testi messianici: “Alza gli occhi e vedi” (cf. is 60,4). Questa esortazione si fa più vivida con l’avvento di Gesù, il Figlio di Dio, nella nostra carne mortale: in lui Dio manifesta se stesso in pienezza sicché possiamo confessare: “Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42,5).

L’occhio può vedere, può percepire Dio nella creazione, non nella sua essenza, ma nella sua luminosa verità. Più ancora, può adorare, ammirare, stupirsi, sorprendersi davanti a un Dio che si fa bambino, che si fa “uno di noi”, che si fa silenzio, che si fa indigenza, onde assumere tutto e tutti i silenzi e tutte le indigenze umane e trasfigurarle, impreziosirle, dare loro senso e perché, significato ed esito.

Il mistero del Natale educa il nostro occhio a guardare, a vedere, ad ammirare. Ad andar sempre oltre il velo delle apparenze, delle superficialità, delle visuali consuete e abitudinarie. A scorgere il mistero di Dio in ogni uomo, in ogni povero, in ogni fatto non banale, in ogni annuncio degno, in ogni parola che venga dal cuore. Il mistero di Dio si svela massimamente nel Cristo presente in quell’avvenimento che lo comunica e lo diffonde, che è la chiesa; il volto di Dio nei santi; la voce di Cristo nella parola evangelica e così come suona sulle labbra degli annunciatori, entro la vivente e preziosa tradizione spirituale e dogmatica della chiesa; la forza dello Spirito come sa esprimersi nella luminosa e pacificante liturgia di tutti i riti e di tutti i tempi cristiani.

Certo, oggi abbiamo qualche ostacolo in più nel “vedere”. Romano Guardini direbbe che “il vedere è diventato un osservare e un constatare” e poi, subito, “un astrarre”. Questo ostacolo è l’aridità della ragione troppo ragionante o è la falsa praticità di chi volge tutto all’utile o al fare. Il mistero del Natale ha poco da dire in questa prospettiva.

IL PARADOSSO DELL’INCARNAZIONE

“È nato” (Lc 2,11): se la nostra formazione intellettuale reclamerebbe una concezione staccata, immobile, idealistica di Dio, così alta e asettica da coincidere solo con il nostro gusto mentale o con le astrattezze del nostro pensiero, il Natale viene come un paradosso a scandalizzarci con questa prossimità di Dio a noi, con questa umiliazione di Dio fino a noi, con questa condivisione dei tempi del nostro nascere (“si compirono per lei i giorni del parto”: Lc 2,6), delle necessità del nostro esistere (“lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia”: Lc 2,7), delle povertà del nostro coesistere (“perché non c’era posto per loro nell’albergo”: Lc 2,7).

Questa umanità di Dio ci scandalizza, come l’immagine del bambino deve aver scandalizzato gli ascoltatori del profeta Isaia (cf. Is 9,5-6) attenti piuttosto all’affacciarsi di un forte come è nella logica delle politiche umane. E più scandalizzerà quando il potere, qui presente nel riferimento al “decreto di Cesare Augusto” (Lc 2,1), metterà a morte sulla croce questo “bambino” destinato a essere qui “avvolto in fasce” (Lc 2,7) da una madre premurosa e là “avvolto in un lenzuolo” (Lc 23,53) da un cuore amico; “deposto in una mangiatoia” (Le 2,7), qui, tra le umili cose disponibili dalla stessa cordialità della natura e, infine, là “deposto in una tomba scavata nella roccia” (Lc 23,53).




da:
Cesare Massa - Il tempo del vivere -
Edizioni Qiqajon - comunità di Bose - 1997, pp 25-29



 

 

 

 

 

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