NATALE - Natale e presenza di Dio
Mariano Magrassi



Siamo abituati a vedere il Natale solo come un incantevole bambino che sorride (o piange) fra la paglia;
il tradizionale idillio del presepio. E allora l’unica spinta che ne può venire è il ritorno all’innocenza, vera o presunta dell’infanzia. Invece è un fatto tremendamente serio e severo, pieno di povertà e di umiliazione. È l’epifania, cioè il rivelarsi della Divinità in carne umana per salvare il mondo.
Natale celebra la presenza di Cristo nel mondo, proprio in questo nostro mondo impastato di problemi e di tragedie. Non ci invita a evadere dal mondo per ritirarci in un regno idillico creato dalla fantasia, ma piuttosto a cercare e trovare Cristo nel nostro mondo così com’è,
non come dovrebbe essere.
Diceva bene Gregorio Magno che tutti i cristiani dovrebbero continuare la missione profetica di Giovanni, e mettere in evidenza la presenza di Cristo nel mondo. Noi non siamo capaci di salire fino a Dio, e allora è lui che discende. La sua luce ci è inaccessibile, e allora è lui che si fa vedere in modo umano.

Da questo fatto sgorgano tre esigenze prioritarie: anzitutto cogliere questa presenza attraverso i «segni» squarciandone il velo per incontrarsi con Cristo.
La liturgia natalizia ama riprendere le parole di Isaia: «Il mio popolo conoscerà il mio nome, comprenderà in quel giorno che io dicevo:
Eccomi qua» (Is 52, 6). Per capire quel l’«Eccomi», bisogna passare per l’umile legge dell’incarnazione, che porta Dio a «farsi carne».
Si diventa capaci allora di vedere le tracce della presenza e dell’azione di Cristo, qualche manifestazione visibile del suo Spirito.
Nella Chiesa, ad esempio: non pretenderemo che essa sia tanto «spirituale» da non avere nessun elemento visibile; ma insieme nel visibile si diventa capaci di scoprire l’Invisibile.

La seconda esigenza è di farla vedere in noi quella presenza. Diventare «icona» di Cristo. Natale è Dio che si fa
conoscere visibilmente: «dum visibiliter Deum cognoscimus». Se vive in noi e noi viviamo in lui, si deve pur vedere. Cristo nasce per noi oggi per potersi mostrare al mondo attraverso di noi. Ogni giorno della nostra vita deve essere la sua divina «epifania» nel mondo. Il nostro mondo ha bisogno di vedere. Tocca a noi dare un volto a Dio. Dobbiamo permettergli di nascere e di vivere veramente in noi, in modo che tutti i nostri pensieri e le nostre azioni lo mostrino in trasparenza.

Poichè in Cristo l’uomo e Dio si trovano uniti nella stessa persona, anche questo va riconosciuto da noi in modo pratico. I Nestoriani vedevano in lui soltanto l’uomo. Molti oggi si mettono sulla stessa linea, considerano «divina» (ma allora questa parola diventa vuota) la vita ordinaria così com’è.
Cristo non avrebbe bisogno di trasformare la vita degli uomini. Basta vedere Dio nel proprio vicino. La salvezza sta nel sociale, non c’è bisogno d’altro. Che farne allora di segni sacramentali che si pongono al di sopra della vita di ogni giorno? L’Eucaristia ha senso solo come banchetto fraterno. E così via.


Gli Eutichiani, all’opposto, vedevano in Cristo solo Dio. I seguaci di oggi collocano tutto il sacro e il religioso al di sopra delle nuvole, senza alcun aggancio con l’esperienza quotidiana.
Un «divino» totalmente estraneo all’umano. Si ama il linguaggio ermetico, si vuole una liturgia inaccessibile, col pretesto del sacro e del mistero.
Chi si mette in simili atteggiamenti dimostra di non aver capito nulla dell’incarnazione, fatto sconvolgente che ha cambiato tutto nel la vita dell’uomo: sia nella storia del mondo che nella nostra storia personale.

È Dio che viene a stare con noi e a lavorare con noi, perché noi stiamo con lui e lavoriamo con lui.
Ormai Dio e l’uomo sono inseparabili.
E mentre Dio si fa uomo, l’uomo diventa «figlio di Dio», e riceve in tutto il suo essere e il suo agire una dimensione divina.
E Dio si può conoscere vedendolo e toccandolo (1 Gv 1,1).





da:
Mariano Magrassi osb - Cristo luce del nostro cammino - relazione tenuta alla Settimana liturgica nazionale (Bari 28 agosto - 1 sett. 1978)
Edizioni "LA SCALA" - Noci, pp 32-34



 

 

 

 

 

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