NATALE DEL SIGNORE - Messa del giorno
Gianfranco Ravasi

Isaia 52, 7-10; Ebrei 1, 1-8; Giovanni 1, 1-8


«Tutti i confini della terra hanno veduto la salvezza del nostro Dio. Acclami al Signore tutta la terra!»: il motivo dominante di questo inno salmico (Salmo responsoriale: 98) si anima e si svolge da una parola ormai comune persino banale a causa del frequente e scontato uso liturgico, la salvezza. Per la Bibbia, però, il significato è molto più preciso ed evoca la gioiosa e continua esperienza che Israele ha dell’irruzione del Signore nella trama della sua storia. È, quindi, la scoperta della vicinanza di Dio nell’itinerario che l’uomo sta percorrendo su questa terra. La solitudine è finita, l’uomo ha una mano che lo guida, lo salva e lo consola. Sin nella prima lettura, ripresa da un famoso brano del «libro della Consolazione», il Secondo-Isaia vede l’imminente ritorno in Gerusalemme degli esiliati ebrei che giungono da Babilonia come la «consolazione» che Dio opera per il suo popolo. È, una «consolazione» che dice soprattutto riscatto da una situazione di miseria: «Il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme» (I lettura: Is 52, 9b). Sui monti che circondano la città santa si erge un messaggero il cui «evangelo», come dice il vocabolo ebraico usato, ha come tema essenziale il «Regno di Dio» (v. 7).

Ha inizio un’era nuova nella quale i rapporti con Dio saranno contrassegnati dal suo amore e dalla sua pace che per l’uomo biblico ha anche risvolti che dicono salute, benessere, prosperità, sicurezza.
È quindi un evento di salvezza che investe la globalità dell’esistenza umana e non coinvolge soltanto la popolazione di Gerusalemme ma tutta l’umanità: «Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutti i popoli, tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio» (Is 52, 10).

Il Signore è il Dio dell’intera umanità e la missione di Israele consiste proprio nel riflettere la gloria di Dio. Israele è come una luce elevata e proiettata verso ogni orizzonte, una luce che svela la gloria del Signore. La gloria non è tanto la manifestazione di ciò che Dio è in se stesso, quanto la rivelazione delle grandi azioni salvifiche che egli ha compiuto per noi, il progetto della nostra salvezza nei secoli e negli spazi del nostro pianeta. Questa rivelazione del Dio vivente, incarnata nell’«umanità» di un popolo, Israele, ora si perfeziona e totalizza in Gesù Cristo. Mandando in mezzo a noi l’Unigenito, il Padre esaurisce tutto quello che ha da comunicare perché il Cristo è il mediatore supremo, la pienezza della rivelazione di Dio all’uomo. È il tema dell’esordio di una splendida omelia della chiesa primitiva, la lettera agli Ebrei: «Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (
II lettura: Ebr 1, 1-2a).

 

Se nella profezia antica la parola di Dio era il frammento di un discorso, ora essa si trasforma nella pienezza di un dialogo d’amore senza schemi, reticenze o limiti. Secondo la felice espressione di Claudel, alle parole subentra la Parola, celebrata nel grandioso inno d’apertura del Vangelo di Giovanni (Vangelo).
In questa vera e propria sintesi teologica del quarto Vangelo tutto è orientato verso la dichiarazione della presenza di Dio in Cristo. Si tratta di un solenne quadro in cui la comunità primitiva traccia e organizza la sua contemplazione della persona di Gesù visto come la manifestazione piena di Dio che dà senso alla storia e al mondo.


Ma la ricchezza e la profondità di questo «sguardo sull’infinito», come lo ha definito Lacordaire, meritano un’analisi dettagliata che ne faccia emergere le linee essenziali.

«
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (v. 1). Il prologo si apre con tre proposizioni che esprimono, con un ritmo crescente, la natura eterna del Verbo. Il Cristo è presentato anche come l’inizio di una nuova creazione e, a causa delle allusioni veterotestamentarie, come la sapienza che spiega tutta la storia. Egli infatti è la manifestazione definitiva del Padre che si rivela nella storia degli uomini.
Infatti tra il Verbo e il Padre si intesse un dialogo d’amore continuo e perfetto ed è per questo che egli diviene per l’umanità la manifestazione massima di Dio, il grande atto salvifico di Dio.

Ora il Cristo non soltanto crea ma redime: «tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di ciò che esiste» (v. 3). Egli è il principio vitale del mondo e degli uomini. All’infuori del Cristo non ci può essere nulla di permanente e di valido: «senza di me non potete fare nulla» (Gv 15, 5).
Quindi nella persona di Gesù la presenza creatrice e redentrice di Dio celebra il suo trionfo.
Proprio perché il Cristo crea e salva egli è la pienezza della vita. Tutti i beni della salvezza che avvolgono e arricchiscono l’intero essere dell’uomo sono inglobati nel Cristo: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini». Questa luce non solo è la luce che illumina il cammino degli uomini ma, assieme alla vita, è lo svelamento della pienezza della realtà di Dio. Tuttavia essa trova paradossalmente davanti a sé la barriera della cecità che non «comprende», che non è disposta ad accoglierla con disponibilità (v. 5).

«Venne un uomo mandato da Dio..., egli venne come testimone... perché tutti credessero per mezzo di lui». Il Battista è il simbolo del testimone che non si limita ad affermare la realtà dei fatti evangelici, ma che vi appone il sigillo della sua vita: egli è l’invito costantemente rivolto al mondo perché esso creda nel Figlio unigenito di Dio.
E coloro che credono non nascono alla vita della grazia per un’operazione umana, attraverso dinamismi ed energie solo umane e volontaristiche, bensì per un intervento di Dio.
L’esistenza divina alla quale partecipa il credente non è quindi frutto dell’impegno dell’uomo ma nasce da un dono di Dio a cui deve corrispondere dialogicamente l’«accoglienza» nella fede del credente. Colui che crede partecipa quindi ad un tipo di nascita simile a quella del Cristo («da Dio sono stati generati»: v. 13; cfr. Gv 3, 5-7).

«
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi vedemmo la sua gloria» (v. 14a).
Il Verbo non soltanto entra nel mondo ma diventa membro della razza umana. Con un’allusività verbale di resa impossibile nella nostra lingua, Giovanni dichiara che la presenza di Dio (detta dagli Ebrei
Shekinah) attuata nella tenda dell’alleanza è ora pienamente realizzata nella «tenda di carne» (il verbo greco del v. 14 evoca appunto la Shekinah) del Cristo uomo e Dio. La divinità non troneggia silenziosa come arbitro distaccato ed eterno delle contese terrestri, ma si è implicata nelle complessità della realtà umana. Ed è lì che noi l’incontriamo. Questa presenza che «noi abbiamo visto, toccato, sentito» (1 Gv 1, 1-3) è «pienezza di grazia e verità» è effusione degli attributi specifici del Dio fedele dell’alleanza.
Il Verbo quindi è la concretizzazione «carnea» dell’amore fedele di Dio, dell’alleanza indistruttibile ed eterna fra Dio e l’uomo (Ger 31, 31-34).
L’articolo di fede fondamentale del Cristianesimo diventa, perciò, l
’incarnazione del Verbo.

E «Giovanni rende testimonianza» (v. 15a). Ancora una volta il Battista rappresenta l’invito ad entrare nel cuore del dramma dell’incarnazione del Verbo. Agli occhi dell’evangelista egli è il testimone del Natale, è un segnale puntato verso la nuova fase della storia, è lo sguardo rivolto verso la speranza e la pace del nuovo mondo messianico, è il simbolo del credente che, come scriveva sant’Agostino, sa cogliere nella celebrazione del Natale l’evento decisivo della nostra esistenza, «la salvezza del nostro Dio» (Sal, 98, 3).


SPUNTI PASTORALI

1.    La filigrana esegetica del lezionario natalizio rivela un sottile collegamento con la Pasqua. Bisogna perciò superare un troppo facile sentimentalismo natalizio sostenuto dal folklore, dai consumi e dal candore della neve, dal notturno poetico ed alimentato spesso da quella che giustamente E. Flaiano chiamava «la melassa religiosa». Bisogna invece recuperare il Natale come
inizio dell’incontro pasquale tra umanità e divinità, tra creatura e creatore.

2.    La parola fondamentale del Natale è l’incarnazione:
nascita del Cristo nella dimensione della carne, nascita di ogni uomo come evento santo ed ancor più nascita di ogni credente «non da carne né da volere di uomo ma da Dio». Vita, persona, storia dell’uomo sono ora innervate di eternità, senza essere annientate in un panteismo disumano.

3.    
Cristo è la Parola, quindi esige ascolto-obbedienza; Cristo è Luce, quindi esige la lotta alla cecità (vedi il prologo di Gv); Cristo è Vita, quindi esige adesione nel cuore e nell’esistenza. Il Natale è l’occasione per la revisione della conoscenza della Bibbia (Parola), per l’adesione fedele nel culto (Luce), per l’impegno concreto nella giustizia e nell’amore (Vita).

4.    Giorno di consolazione (Is 52), il Natale è radice di pace, di serenità, di apertura, di libertà. Sia pure con un po’ di paradosso, nel Natale di Cristo chiediamo per noi un po’ meno di «religione» tradizionale e un po’ più di «fede».





da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola,
Commenti al lezionario festivo anni A-B-C
Àncora editrice, 1997, pp 272-276





 

 

 

 

 

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