NATALE DEL SIGNORE - Messa dell'aurora
Gianfranco Ravasi

Isaia 62, 11-12; Tito 3, 4-7; Luca 2, 15-20


I testi biblici che siamo chiamati a meditare in questa messa natalizia sono «quantitativamente» piuttosto ridotti ma contengono un richiamo fondamentale per la fede cristiana: si tratta dell’invito, messo esplicitamente a tema dalla lettera a Tito, a riconoscere che «si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini» e che, di fronte a ciò, risulta radicalmente contestata ogni nostra pretesa di situarci in un rapporto corretto con Lui grazie ai nostri meriti: «egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia».

La venuta del Figlio nella carne (con tutto ciò che le è connesso e particolarmente la morte di croce) è naturalmente il luogo privilegiato per comprendere che «in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio» (1 Gv 4, 10). Ma già Israele aveva fatto esperienza in tutta la sua vicenda storica dell’amore fedele di Dio al suo popolo: il brano del Terzo Isaia è appunto una delle testimonianze veterotestamentarie più vive ed appassionate.

Il profeta pronuncia questo oracolo di salvezza nel momento forse più disperato della storia di Israele, l’esilio babilonese: non solo Israele ora non possiede più la terra promessa ai patriarchi ed in cui Jahweh lo aveva condotto, non solo non possiede più il discendente di Davide che il Signore aveva promesso di far sedere per sempre sul trono di Gerusalemme (2 Sam 7), ma ha addirittura perso la libertà donatagli con l’esodo dall’Egitto e grazie alla quale si era potuto costituire come un vero popolo. Israele sa che tutto questo è avvenuto perché troppo spesso ha dimenticato l’alleanza col Signore e gli ha preferito il molto meno impegnativo culto degli idoli o ha cercato sicurezza nei trattati politici con le altre nazioni. Troppo spesso si è insuperbito ed ha dimenticato l’ammonimento del Dt: «Guardati dunque dal pensare: la mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze. Ricordati invece del Signore perché Lui ti dà la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere l’alleanza che ha giurato ai tuoi padri» (Dt 8, 17-18).

 

Ora Israele è un non-popolo: è senza terra, senza re, senza città, senza Tempio. Il profeta interviene in questa situazione tragica per proclamare che se il popolo ha dimenticato l’alleanza, Dio invece si mantiene fedele e perciò farà rivivere al suo popolo l’esperienza dell’esodo: «Dite alla figlia di Sion: ecco arriva il tuo salvatore».
Egli ricondurrà Israele nella terra promessa e tornerà lui stesso ad abitare in Sion, cosicché la città distrutta potrà essere chiamata «Ricercata», «Città non abbandonata».

Di fronte a questo intervento di Dio le genti si renderanno conto dell’amore geloso di Dio per il suo popolo: «li chiameranno popolo santo» cioè popolo che appartiene alla sfera di Dio, che ha un posto del tutto singolare nei suoi disegni.
Mentre dunque «Sion ha detto: il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato», egli ha assunto un atteggiamento ben diverso:
«Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?»
(Is 49, 14-15).


È quindi un fatto chiaro fin dall’A.T. che il rapporto che l’uomo stabilisce con Dio non nasce dall’iniziativa del primo ma da quella di quest’ultimo. Un’iniziativa che prescinde totalmente dai criteri umani e si caratterizza come una sovrana libertà di amare: «Il Signore vi ha scelti e si è legato a voi non perché siete più numerosi degli altri popoli — siete infatti il più piccolo di tutti i popoli — ma perché il Signore vi ama...» (Dt 7,7-8a).
Paolo riprenderà questo tema con estrema chiarezza: «Dio infatti dice a Mosè: ‘userò misericordia con chi vorrò e avrò pietà di chi vorrò averla’. Quindi non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia» (Rom 9, 15 ss).

La prospettiva dell’A.T. acquisisce la sua dimensione più profonda in Gesù: il dono del Figlio che il Padre ci fa mette radicalmente in crisi tutte le nostre iniziative per «metterci a posto» con Lui: la su, grazia, cioè il suo amore misericordioso e fedele, raggiunge in Cristo una dimensione tale da far impallidire e persino rendere risibili le nostre pretese di essere giusti nei suoi confronti. E questo risulta tanto più vero nella misura in cui ci rendiamo conto che non siamo neppure particolarmente giusti davanti a Lui dal momento che il peccato affligge tutta la nostra vita. «E Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rom 5,8).


L’unico modo autentico con cui è possibile vivere il Natale è dunque quello di essere poveri, essere cioè delle persone che non accampano diritti presso Dio ma sono invece disponibili a riconoscerne l’amore che sorpassa ogni attesa e speranza. Nel brano di Lc sono appunto i pastori, che rappresentano la categoria dei poveri, i destinatari dell’incontro con il Signore; i farisei, i giusti che sanno già bene come «mettersi a posto» con Dio non potrebbero assolutamente riconoscerne l’iniziativa preveniente.

Solo chi è povero può vivere profondamente e gustare il mistero dell’incarnazione, può capire la meravigliosa grandezza del fatto che Gesù di Nazareth, un nostro fratello, uno come noi, è la Parola eterna di Dio, l’«immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura» (Col 1, 15).
Solo chi è povero può intravedere che se Dio è strutturalmente un Dio che ama e se Gesù è l’espressione di questo amore, tutta la storia dell’umanità e del cosmo intero deve essere riletta alla luce dell’evento di Cristo: non solo la storia di Israele è tutta una manifestazione della vicinanza paterna di Dio, ma «tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui (= Gesù)» (Col 1, 16).

Il disegno di Dio sull’intera creazione è, infatti, quello di « ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1, 10) «e quando tutto gli sarà sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti» (1 Cor 15,28).


Solo chi è povero e perciò pone la sua fiducia in Dio e non nel suo potere o nella sua ricchezza può sperare di ricevere una vita non più segnata dai limiti e dalla sofferenza umana: infatti, come insegna la seconda lettura, «egli ci ha salvati... perché diventassimo eredi della vita eterna» e cioè di una vita pienamente liberata nella comunione con Lui. Solo chi è povero può celebrare con autenticità la liturgia natalizia: grazie alla sua apertura al riconoscimento dell’amore di Dio il povero può, come i pastori del vangelo, «glorificare e lodare Dio per tutto quello che ha visto e udito» e rivolgere a Lui una preghiera fiduciosa, nella consapevolezza che se «Egli non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui?» (Rom 9, 32).

Il fatto che «siamo salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute ma per sua misericordia» non può però assolutamente essere frainteso come un invito a non dare più im-portanza alla carità fraterna, agli impegni terrestri. Se da un lato, infatti, la grandezza dell’amore di Dio ci fa scoprire le nostre meschinità, l’angustia della nostra carità, il nostro fariseismo che ci porta all’autocompiacimento, dall’altro costituisce un fondamento formidabile perché, abbandonati questi atteggiamenti di pseudo-amore, ci impegnamo radicalmente a favore dei fratelli e particolarmente dei «pastori» del nostro tempo: gli sfruttati, gli emarginati, quelli che sono soli. È solo a questa condizione che ci è possibile risultare credibili quando, come il profeta della seconda lettura, ci rivolgiamo al povero, allo sfiduciato e all’oppresso per dirgli: «Ecco, arriva il tuo salvatore» (Is 62, 11).




da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola,
Commenti al lezionario festivo anni A-B-C
Àncora editrice, 1997, pp 268-271





 

 

 

 

 

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