NATALE DEL SIGNORE - Messa della notte
Gianfranco Ravasi

Isaia 9, 2-4.6-7; Tito 2, 11-14 Luca 2, 1-14


«Rallegriamoci tutti nel Signore perché è nato nel mondo il Salvatore». Con questa antifona di inizio la Chiesa sintetizza tutta la sua tradizione di fede nel Cristo Figlio di Dio presente in mezzo a noi.
La celebrazione del Natale è stata, fin nelle sue origini, la celebrazione pasquale del trionfo del Signore nell’arco del nostro tempo e della nostra storia.
La liturgia stessa, nelle sue diverse composizioni, non manca di puntualizzare il carattere regate della festa di Natale. Fin dalla prima antifona dei primi vespri essa canta il «Re della pace che viene nella gloria...», mentre l’inno descrive i privilegi regali del Cristo: «O Gesù salvatore, immagine del Padre, re immortale dei secoli, luce d’eterna luce...».
L’antifona al Magnificat annuncia il Re dei re: «Quando sorgerà il sole, vedrete il Re dei re...». L’orazione stessa della messa è tutta intessuta di luce, una luce che è lo splendore regale di Dio (Ebr 1, 3).
Anche il salmo responsoriale allude alla regalità salvifica del Cristo: «Oggi è nato per noi il Salvatore», dove il pronome «per noi» conferisce al testo il significato della gloriosa redenzione pasquale.
Inoltre tutte le liturgie natalizie riprendono il passo di Isaia 9, 5: «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità...». Non è tanto la menzione della nascita del bambino ma piuttosto la descrizione della sua regalità che rende caro questo testo ad una liturgia che concepisce il Natale come festa di gloria. E anche quando essa ci presenta il Cristo nella sua condizione umana lo fa per condurci alla sua regalità.
Egli certamente appare nella debolezza della carne (Fil 2, 7) ma è in questa condizione che realizza il suo trionfo liberatore. L’inno delle lodi di Natale, attribuito a Sedulio, esclama: «Il beato creatore del mondo riveste un corpo di servo…». E conseguentemente le antifone che cantano la gloria si alterneranno a quelle che ricordano l’umile mangiatoia.

 

Comincia allora per l’umanità un’avventura di luce e di gioia, come suggerisce lo splendido inno del c. 9 di Isaia (I lettura). La luce cancella le tenebre, simbolo del nulla e della morte, si inizia così una nuova creazione. La gioia che ne deriva è dipinta con due immagini vigorose, la mietitura e la vittoria militare. È un’allegria primitiva ed elementare che riassume tutta l’esistenza dell’umanità abbracciando guerra e pace.

Tre motivazioni giustificano la gioia del mondo. La prima causa di felicità è la liberazione dall’oppressione: sono spezzati i simboli della schiavitù, il giogo, la sbarra e il bastone del sorvegliante. La seconda causa della gioia è la pace, dipinta come un rogo che annienta tutte le reliquie insanguinate della guerra, le calzature e gli abiti militari intrisi di sangue. Ma il vertice della gioia è racchiuso nel dono «per noi» (Emmanuele) di un bambino che è intronizzato solennemente come nuovo sovrano.


I titoli regali che gli vengono attribuiti hanno contenuti molto concreti per Israele perché rappresentano le funzioni di corte caratteristiche del re. Ma ai quattro titoli umani si accompagnano altrettante specificazioni eccezionali, anzi divine (ammirabile, Dio, eterno, pace messianica) che svelano il mistero di gloria e di salvezza racchiusa in questo bambino.
È ormai «l’apparizione della grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, è la manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (Tito 2, 11. 13: II lettura).

Ora il carattere pasquale della celebrazione del Natale si rivela proprio nel fatto che «un bambino (
pais) è nato per noi» (I lettura) e il vocabolo greco pais col suo duplice significato di «figlio» e «servo» permette di esprimere, in tutte le sue dimensioni, ciò che è Gesù: è il figlio mandato dal Padre, ma è anche il suo Servo messianico. È questo il paradosso di un re che è nello stesso tempo un servo. Sono questi i due temi pasquali del Natale già magnificamente riassunti dal Secondo-Isaia nel quarto carme del Servo (Is 52, 13-53, 12) secondo lo schema umiliazione-glorificazione.

È un’antitesi che ritroviamo anche nel racconto lucano della nascita di Gesù: «...Troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio...» (Lc 2, 12-13). È interessante notare, a conferma del carattere pasquale di questo racconto, che esiste un parallelismo strutturale nel vangelo di Luca tra la narrazione della nascita (Lc 2, 1-20) e quella della morte-resurrezione (Lc 23, 50-24, 12).

2,7a : Lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia
23,53a: Lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba
2,9a : Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce
24,4 : Ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti
2,9b : Essi furono presi da grande spavento
24,5a : Essendosi le donne impaurite
2,10 : Ma l’angelo disse loro
24,5b : Essi dissero loro
2,11 : Un salvatore che è Cristo Signore
24,6 : Non è qui è risuscitato
2,16 Andarono.., e trovarono
24,3 : Ma entrate non trovarono
2,17 : E dopo averlo visto riferirono ciò che... era stato detto loro
24,9 : E tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo
2,18 Tutti quelli che udirono si stupirono
24,11b: Non credettero ad esse
2,19 : Maria da parte sua serbava tutte queste cose
24,8 : Ed esse si ricordarono delle sue parole.

Il Cristo allora è il re pacifico che muore per salvarci; è il Dio-uomo che ha sentito la fatica, che ha avuto sete, che è passato attraverso la sofferenza fisica provando anche l’esperienza radicale dell’uomo, la morte, per recuperare l’intero essere umano alla sua divinità.
In questo senso la nascita del Cristo è il punto di partenza e di direzione della storia: è l’unico evento in grado di darle un senso; èl’unico evento che può conferirle la sicurezza di gravitare verso la vita e non verso la morte. Fuori di questo mistero, secondo le parole di Pascal, c’è solamente l’assurdo.





da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola,
Commenti al lezionario festivo anni A-B-C
Àncora editrice, 1997, pp 264-267





 

 

 

 

 

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