NATALE DEL SIGNORE - Messa del giorno
Giovanni Benedetti



In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta. [...] Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità (Gv 1,1-14).

Giovanni, di solito, per imprimere meglio nella mente del lettore alcune verità, le ripete più volte. Sono ripetute più volte dall’inizio alla fine del prologo del suo vangelo. Riguardano anzitutto la preesistenza divina del Verbo, cioè del Figlio di Dio eterno insieme al Padre. «Egli — precisava infatti Ambrogio di Milano — non è primo avanti al Padre, e il Padre non è solo senza il Figlio. Se neghi l’uno distruggi l’altro: confessa l’uno e l’altro, e confermerai ambedue» (
Trattato sul Vangelo di Luca, 2,12).

Nel prologo viene poi l’affermazione dell’incarnazione del Verbo, e dell’adozione a figli di coloro che credono in lui. Egli è la luce che illumina ogni uomo che viene al mondo. In altre parole: il Bambino che nacque a Betlemme non era un estraneo che scendeva dal cielo per prender parte alla storia degli uomini e per salvarli. Osservava Agostino:
Dio non ha creato nulla che già non conoscesse: era nel suo Verbo tutto ciò che è stato creato. Il mondo è stato creato, ma già in lui esisteva. [...] Così presso il Verbo di Dio erano tutte le cose che sono state create. [...] Prima d’ogni cosa c’è dunque il Verbo (Commento al Vangelo di Giovanni, 37,8).
Non veniva, dunque, da lontano: «Bisogna sapere che veniva anche prima, sebbene non corporalmente, in ciascuno dei santi, e dopo è venuto fra noi visibilmente» affermava Origene (Omelie su Geremia, 9,1).

 

Anzi, Ilario di Poitiers vedeva già in Adamo «prefigurata la nascita del Signore».

Tutta l’opera contenuta nei sacri libri — egli affermava — annuncia con parole, rivela con fatti, fissa con figure esemplari la venuta del nostro signore Gesù Cristo.
E lui, in realtà, che per tutta la durata del mondo, attraverso figure vere e manifeste, genera, lava, santifica, sceglie, separa e riscatta la Chiesa nei patriarchi. [.. .]

In una parola, durante tutto lo svolgersi dei tempi, attraverso l’insieme delle profezie ci è stato dato con benevolenza per la conoscenza della futura incarnazione (Trattato dei misteri, I,1).


Ma «il mondo non lo riconobbe» (Gv 1,10). La liturgia natalizia commenta la scena della natività di Gesù a Betlemme con le parole della Sapienza: «Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente scese dal cielo» (Sap 18,13-14). Si sono fatte considerazioni mistiche su questo «profondo silenzio», quasi fosse l’ambiente più adatto per l’incontro dell’universo intero con il suo creatore e dell’umanità con il suo redentore. Ed è esatto. Un qualcosa di simile avvenne, però, anche nella città santa, quando i magi, guidati dalla stella, chiesero a Erode, e per suo tramite a sacerdoti e dottori della Legge, dov’era nato il re dei giudei. Anche qui ci fu un «profondo silenzio»!

Un’interpretazione morale del fenomeno potrebbe fermarsi qui, attribuendo il fatto solo all’ignavia o alla malvagità degli uomini di quel tempo, e per analogia anche a quella degli uomini di ogni tempo.
E sarebbe questa la spiegazione più facile. Ma questa interpretazione dovrebbe comprendere poi tutti i fatti della vita di Gesù, da Betlemme al Calvario. La stessa situazione si ripete sempre nei fatti raccontati dai vangeli.

Forse sarà meglio allora concludere che questo «profondo silenzio» non significa soltanto l’incapacità di risposta da parte dell’uomo alla parola di Dio, ma anche — e più radicalmente — il luogo preferito da Dio per incontrare l’uomo. Il mistero di Dio per rivelarsi all’uomo deve servirsi di segni sensibili; e quanto più è povero il loro spessore sensibile, tanto più essi diventano espressivi della trascendenza della realtà in essi contenuta e significata.
«Il suo splendore si offre con molta moderazione e dolcezza agli occhi fragili e deboli dei mortali» scriveva Origene, commentando Eb 1,3; «li istruisce a poco a poco e li abitua così a sopportare il chiarore della luce.
Anche in questo egli agisce come un mediatore fra gli uomini e la Luce» (
Trattato dei principi, 1,2,7).

Al profeta Elia, in cammino verso l’Oreb, Dio si era già rivelato allo stesso modo: dopo il vento impetuoso, dopo il terremoto e dopo il fuoco, «ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello. Ed ecco sentì una voce...» (1Re 19,12-13). Solo quando il rumore attorno cessa, la voce di Dio diventa udibile.

Come si può dire di essere in grado di parlare del Verbo e del Padre del Verbo? — si chiedeva infatti Gregorio di Nissa in un’omelia. — Quando il pensiero esce dalle realtà sensibili e comincia con il discorso a dire ciò che ha concepito, sopraggiunge una grande fatica a parlare, perché questa parola non trova alcun mezzo per mostrare chiaramente le realtà indicibili [...]. Non c’è discorso possibile, qualunque cosa si dica, se si paragona la parola pronunciata alla dignità dell’oggetto. [...] Non si troverà nessun discorso che afferri esattamente in se stesso ciò che si cerca (Omelie sull’Ecclesiaste, 1,12).

E concludeva: «Un uomo prudente direbbe che il silenzio è spesso più decoroso che la parola» (7,8).

I filosofi hanno tentato ogni espediente per trovare la forma meno indegna, quando ipotizzarono un possibile incontro fra l’uomo e Dio. Non andarono, però, oltre i possibili intermediari spirituali, quali sono gli angeli. A Dio non si poteva attribuire un incontro a livello più basso rispetto a quello angelico. L’incarnazione ha, perciò, fatto scandalo fin dall’inizio, e suscitò la prima eresia: il docetismo.

Pretendevano che il Cristo fosse un fantasma [...], perché reputavano incredibile un Dio fatto carne. [...] Mentivano su quello che era: carne senza esser carne, uomo senza essere uomo. Perciò un Cristo Dio senza esser Dio:
così Tertulliano definiva i doceti (Contro Marcione, 3,8). «Vuoi sapere — replicava Girolamo contro un eretico — come con Cristo diventiamo un solo corpo? Ce lo insegna lui, che affermò: Chi mangia la mia carne...» (Contro Gioviniano, 2,29).

In difesa della dottrina cattolica gli apologisti ripeterono la forte espressione del Vangelo di Giovanni, che pone la «carne» del Signore come intermediaria della salvezza, fra Dio e l’uomo. «La carne — precisava Tertulliano — sta a fondamento della nostra salvezza
(caro cardo salutis)» (La risurrezione, 8,2). «Il Verbo Dio si fece carne, perché [.. .] la carne si elevasse fino a Dio il Verbo» e abitando tra noi «egli diventerebbe così non altro che Dio carne della nostra carne (nostrae carnis Deus caro factus esset)» confermava Ilario di Poitiers (La Trinità, 1,11). «Se crederai in Cristo nato nella carne, giungerai a Cristo nato da Dio, e lui stesso Dio presso Dio» concludeva Agostino (Commento ai salmi, 123,2).

Il «profondo silenzio» che Maria e Giuseppe trovarono nella città di Betlemme e i magi trovarono a Gerusalemme è un fenomeno caratteristico della rivelazione del Nuovo Testamento.
Per un verso, appartiene alla logica della fede, per un altro appartiene all’ignavia e alla malvagità degli uomini. Non è bene confondere le due cose. Il trionfalismo religioso è una deviazione che non dà gloria a Dio, al contrario, anche se lo si cerca e lo si approva con apparenti motivazioni evangeliche.
D’altra parte, seppellire il «seme» della parola di Dio nella sabbia arida dell’indifferenza e dell’ignoranza non fa forse scandalo come la negazione del laicismo o dell’ateismo, ma il risultato è simile, se non peggiore.

Il Vangelo di Giovanni non ci racconta la nascita e l’infanzia di Gesù. Ha tutto racchiuso in questa lapidaria espressione: «E il Verbo si fece carne». Non poteva esprimere meglio i due punti estremi del dogma dell’incarnazione, che contiene tutta la realtà divina e umana: nulla c’è al di sopra da trascendere, nulla al di sotto in cui abbassarsi di più. E questa è anche la situazione in cui si trova chi vuol compiere un vero atto di fede. La persona del Verbo si è resa visibile: «Chi vede me vede il Padre» ha detto Gesù (Gv 14,9). Se si nega tale «visibilità» si nega il mistero dell’incarnazione. Ma come conciliarla con l’incomprensibilità del mistero di Dio?

Bisogna tener presente che l’incomprensibilità del mistero di Dio ha pure un aspetto positivo. Se fosse totale incomprensione, vuota di contenuto, non sarebbe presente nella nostra coscienza e nel nostro pensiero. D’altra parte, però, tale conoscenza non sarebbe conoscenza di Dio se non fosse cosciente di toccare l’incomprensibile, quando si pone dinanzi a Dio. La fede e la visione beatifica debbono, quindi, essere concepite come due aspetti d’un solo e medesimo processo, che inizia già nella nostra esistenza terrena e si completerà nell’incontro con il Risorto.

Il Verbo di Dio, benché fosse perfetto — scriveva Ireneo di Lione —, si è fatto un piccolo bambino insieme all’uomo (coinfantiatton est homini), non per se stesso, ma a causa dello stato infantile d’intendere, in cui era l’uomo. L’impotenza e l’indigenza non stava dunque da parte di Dio, ma da parte di colui che da poco era diventato uomo: perché non era increato (Contro le eresie, 4,38).

Ma anche lasciando da parte questa interpretazione del Natale, meditare, predicare, celebrare il mistero dell’incarnazione è il compito di ogni cristiano, che dovrebbe però essere affrontato con «timore e tremore», come scrive s. Paolo (Fil 2,12).

Provo un certo turbamento — dichiarava Agostino in un’omelia.— Come riuscirò a dire? [...] E allora, o fratelli, resteremo in silenzio? — Ma concludeva: — A che serve leggere se si rimane in silenzio? A che giova a voi ascoltare, se io non spiego? Ma a che giova spiegare se non è possibile capire? [...] Da parte sua la misericordia di Dio ci assisterà, in modo che tutti abbiano a sufficienza e ciascuno riceva secondo la propria capacità, perché anche chi parla dice quel che può (Commento al Vangelo di Giovanni, 1,1).

Il «timore» nella Bibbia non viene escluso dall’amore, ma, insieme ad esso, esprime il sentimento che il credente prova alla presenza della trascendenza del mistero di Dio e delle proprie colpe.
Entra quindi la carità — precisava ancora Agostino — e caccia via il timore. Anch’essa, però non entra da sola, ha con sé il proprio timore, che essa appunto introduce: è il casto timore per il quale temi di dispiacere a Dio (Discorsi, 161,9.9).

Questa riflessione potrebbe aiutarci a non provare solo un sentimento di tenerezza, contemplando il bambino di Betlemme: contemplazione e timore debbono conciliarsi nell’atto di adorazione.
Commentando l’espressione biblica: «L’inizio della sapienza è il timore del Signore» (Sir 1,16), Gregorio di Nazianzo scriveva:
Non bisogna cominciare con la contemplazione e finire con il timore, perché la contemplazione senza freno spingerebbe forse nei precipizi; ma prendendo come guida il timore, purificandoci e, per così dire, dirozzandoci, ci eleveremo. [.. .] L’illuminazione sta là, dov’è la purificazione (Discorsi, 38,8).

E il timore di Dio è una virtù da consigliare soprattutto agli adulti, perché «raramente, con il progredire degli anni, aumenta la perfezione del timore di Dio» faceva notare Ilario di Poitiers (Commento al salmo 118, 2,2).




da: Giovanni Benedetti - Il Vangelo della Festa,
Intelligenza spirituale della Parola di Dio secondo i Padri della Chiesa
Centro editoriale dehoniano 2001, pp 31-35






 

 

 

 

 

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