SOLENNITÀ di CRISTO RE
Mario Serenthà



L’immagine del re attribuita a Gesù può essere deviante: può suggerire un’idea deformata, pensieri di ricchezza, di sfarzo, di potere, di magnificenza che non si addicono per nulla al nostro Salvatore.
Ma le letture impediscono di fraintendere la celebrazione di oggi. La II lettura, anzitutto ci ricorda che colui che oggi celebriamo è sì un re, ma che domina sulla morte, sul dolore, sulla sofferenza. Queste realtà a volte sembrano prevalere, avere il sopravvento nella nostra vita di singoli: sono momenti di sofferenza, di difficoltà — magari anche lunghi — che sembrano interminabili.
Oppure nella storia dell’umanità: a volte sembra davvero che l’inimicizia, l’odio, la prepotenza prevalgano sulla giustizia, sul rispetto, sulla collaborazione reciproca. La celebrazione odierna vuol essere una visione di speranza: tutte queste cose non hanno l’ultima parola.
È Gesù Cristo il re dell’universo, non ci sono altri dominatori accanto a Lui.

Nella I lettura, il brano del profeta Ezechiele, all’immagine del re viene accostata quella del pastore. «Così dice il Signore Dio: “Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge, quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi, dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine”».
Ora, l’immagine del pastore richiama una figura tutta dedita al bene del gregge... Che non domina dall’alto, bensì vive in mezzo alle pecore. Semmai, il pastore deve essere come Gesù: il vero buon pastore. Da questo punto di vista è impressionante l’elenco dei verbi usati dal profeta per indicare le premure del Signore nei confronti del suo popolo: «cercare», «curare», «pascere», «passare in rassegna», «radunare dalla dispersione», «condurre al pascolo», «far riposare», «cercare la perduta», «ricondurre la smarrita», «fasciare la ferita», «curare la malata».

Si può fare in proposito una notazione: si parla di pecore disperse che vengono radunate.
Ora, spesso noi siamo proprio come quelle pecore disperse.
Ecco, la I lettura ci dice: «Dio non ci abbandona.
Egli viene a cercarci. È come un pastore che ha a cuore le sorti del suo gregge».
Sta a noi ascoltare la sua voce e il suo invito. Ma è soprattutto il brano di Vangelo che opera la precisazione essenziale a proposito dell’immagine del re: qui Gesù si identifica con il povero, l’affamato, il carcerato, il malato.

Qui è evidentissimo che non è un re che siede comodo sul trono, bensì è un re che si mette dalla parte di chi soffre, di chi patisce ingiustizia, di chi non ha il sufficiente per vivere. Il regno di Dio bussa così alla nostra porta: dice Gesù: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere». Proprio così Gesù è sovrano: appellandosi alla nostra disponibilità. Questa è l'obbedienza che ci è richiesta.




da: Mario Serenthà - La rivista del clero italiano - anno LXXX- ottobre 1999
1999 Vita e Pensiero, Pubblicazioni dell'Università Cattolica del Sacro Cuore
- Largo A. Gemelli, 1 Milano, pp 719-720



 

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