COMMEMORAZIONE DI TUTTI FEDELI DEFUNTI - 2 NOVEMBRE
terza Messa

Gianfranco Ravasi

Letture; Sapienza 3, 1-9; Apocalisse 21, 1-5a.6b-7; Matteo 5, 1-12

In un certo senso possiamo dire di essere in presenza di tre pagine classiche nella teologia della speranza cristiana, legate tra loro da un sottile filo conduttore. La prima pericope è tratta da un delizioso libretto deutero-canonico, il libro «alessandrino» della Sapienza.
Questa operina poetica, fiorita nella comunità giudaica di Alessandria d’Egitto e tutta impastata dei migliori fermenti della cultura greca anche se ancorata alla matrice biblica, è quasi il saluto che l’Antico Testamento rivolge al Nuovo che sta per iniziare il suo cammino.
Il volumetto, infatti, è stato composto forse attorno alla metà del I sec. a.C. ed è quindi l’ultimo testo veterotestamentario. Il primo tema che occupa i cc. 1-5 del libro è quello dell’immortalità beata, un tema che nella pericope odierna ha forse il suo vertice espressivo.
Pur usando le categorie platoniche, l’autore presenta un modello di immortalità che è profondamente diverso da quello greco. Per Platone, infatti, l’immortalità è una qualità metafisica dell’anima derivante dalla sua spiritualità e incorruttibilità.
Per il poeta biblico, invece, l’immortalità è comunione piena con Dio e quindi è dono.


Già durante l’esistenza terrena i giusti vengono percorsi da questa grazia di eternità che feconda la loro persona, la loro vita, il loro essere. Anche se il loro cammino terreno è costellato di sofferenze, di prove e di oscurità, anche se la loro morte sembra un fallimento, essi sono nella pace perché il loro itinerario terreno segnato già da Dio non può non affacciarsi su Dio. Usando un’immagine del profeta Naum, l’autore descrive la loro sorte come quella delle scintille di un canneto in fiamme. Nel fuoco di Dio essi sono come scintille che compongono mirabili arabeschi di luce e di gioia. Nella grandezza di Dio essi saranno potenti come lui, governando il destino della storia. Nell’amore di Dio saranno anch’essi avvolti di «grazia e di misericordia». Il brano si trasforma, allora, in un cantico di pace e in una promessa di luce: «la loro speranza è piena di immortalità».


  In dissolvenza, sulla scena tracciata dalla Sapienza possiamo immaginare che appaia il quadro della Gerusalemme celeste disegnata dall’ultima sezione dell’Apocalisse.
È questo il grande affresco della speranza cristiana che, dalle persecuzioni e dagli incubi della storia, sa trarre un appello alla fortezza, alla fiducia e all’attesa. La meta verso cui la città ecclesiale terrena sta camminando è quella di un nuovo mondo in cui il mare, simbolo del male, del caos e del nulla, è stato definitivamente prosciugato. Al centro di questi nuovi cieli e nuova terra c’è «la nuova Gerusalemme» la cui fisionomia è tratteggiata con una sequenza di lineamenti esaltanti.


Essa è la sposa amata, abbandonata alla gioia dell’unione col suo sposo divino (Os 2; Ez 16,11-13); essa è la «residenza» di Dio con gli uomini per cui il Signore, l’Emmanuele, è veramente concittadino dell’umanità; essa è il luogo della felicità ove morte, lutto, affanno, lamento e lacrime sono ostracizzate; essa è l’ambito in cui l’uomo può dissetarsi trovando quella «fonte della vita» da cui zampilla un’acqua che toglie la sete per sempre; essa è la casa, la famiglia in cui noi tutti siamo figli dello stesso padre.
Questa città è già ora edificata e sarà in pienezza innalzata ed abitata alla fine. Il v. 5 («Ecco, io faccio nuove tutte le cose») evoca un passo di Is 43,19 ove si lancia questo messaggio di speranza certa:
«Farò cose nuove! Ma esse già germogliano: come mai non le riconoscete?».

Ed eccoci all’ultima pagina, quella più alta, fondamentale per l’intera speranza cristiana: l'abbiamo letta ieri nella solennità dei Santi, la leggiamo ripetutamente nel lezionario liturgico, la tradizione cristiana l’ha meditata ininterrottamente. Le Beatitudini, infatti, sono il progetto del regno di Dio.
In questa comunità dei fedeli autentici del Cristo si allineano coloro che il mondo getta ai margini: poveri, afflitti, miti, giusti, misericordiosi, puri, operatori di pace, perseguitati.
Il nostro cammino terreno se è costellato di umiliazioni per il regno e la sua giustizia ha, allora, una meta precisa e meravigliosa, la meta della «beatitudine», della «grande ricompensa», dell’«allegria» festosa col Dio dell’amore.
È seguendo questo programma «scandaloso» di povertà e di purezza che incontriamo l’«eredità della terra» e la «visione di Dio».


La liturgia dei Defunti da celebrazione troppo spesso sentimentale e persino superstiziosa si trasforma in questa luce in un cantico di speranza e di impegno.
Se stiamo con Dio che è l’eterno, anche noi siamo coinvolti nel divino e nell’eterno.
Attraverso la scelta della donazione totale per la giustizia, l’amore, la povertà e la pace noi entriamo nella Pasqua del Signore. Scriveva il teologo J. Moltmann nella sua Teologia della speranza: «Se Paolo chiama la morte “l’ultimo nemico” (1 Cor 15,26) bisogna d’altra parte proclamare che il Cristo risorto e con lui la speranza della risurrezione sono i nemici della morte e di un mondo che vi si adatta.
La fede è la contraddizione al mondo della morte».


SPUNTI PASTORALI

1.    Oggi dobbiamo celebrare la speranza e la sua vittoria sul gorgo dell’assurdo e della disperazione. Dobbiamo ritornare ad aver fiducia nella Parola efficace del Cristo e della sua Pasqua liberatrice. Commentando Eb 11,1 Calvino scriveva: «La vita eterna è promessa a noi, ma a noi che siamo morti.
Ci viene annunziata una beata risurrezione, ma intanto siamo circondati dalla corruzione. Udiamo parlare di una beatitudine ineffabile, ma intanto qui siamo oppressi da una miseria infinita. Ci è promessa l’abbondanza di ogni bene, ma noi siamo ricchi soltanto di fame e di sete. Che cosa sarebbe di noi se non ci appoggiassimo sulla speranza e se il nostro cuore non si affrettasse oltre questo mondo camminando, in mezzo alle tenebre, sul sentiero illuminato della Parola e dello Spirito di Dio!»
.

2.    Oggi dobbiamo celebrare la comunione d’amore che ci lega a Dio e che ci deve legare soprattutto a tutti i sofferenti per la perdita d’una persona cara. Questa comunione in Cristo ci lega a tutti i fratelli che ci hanno preceduto nel segno della fede e ora dormono nel sonno della pace
.

3.    Oggi dobbiamo celebrare l’inizio dell'eterno già qui e ora nell’impegno quotidiano per i poveri, nell’amore, nella lotta per la nuova Gerusalemme, nella giustizia, nella mitezza, nella purezza, nella costanza
.





da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola,
Commenti al lezionario festivo anni A-B-C
Àncora editrice, 1997, pp 847-850





 

sito web ufficiale: www.suoredimariabambina.org