COMMEMORAZIONE DI TUTTI FEDELI DEFUNTI - 2 NOVEMBRE
seconda Messa

Gianfranco Ravasi

Letture: Isaia 25, 6.7-9; Romani 8, 14-23 Matteo 25, 31-46

Nel triplice formulario per questa celebrazione «pasquale» della risurrezione dei credenti in Cristo selezioniamo il secondo lezionario. Esso si apre con una celebre pagina desunta da quella che gli studiosi sono soliti chiamare l’Apocalisse Maggiore di Isaia, una sezione racchiusa nei cc. 24-27 del rotolo del grande profeta di Israele, opera però di un’altra mano, probabilmente di quel profeta anonimo convenzionalmente chiamato il «Secondo Isaia», autore dei cc. 40-55 del libro di Isaia e vissuto alla fine dell’esilio babilonese (dopo il 538 a.C.). Sul colle del Tempio, Sion, è apparecchiato un pranzo sontuoso, regale; gli invitati sono tutti gli uomini, senza distinzioni (vedi Is 2, 2-3).
Essi, prima di accedere al banchetto, devono far cadere dagli occhi la loro cecità, il velo delle lacrime che appanna la vista: è la miseria umana che dev’essere annientata, distrutta e inghiottita (v. 7).
L’opera negativa di liberazione comprende anche l’annichilamento della morte, maledizione originale dell’uomo (Gen 3).
Le parole di Paolo sono il miglior commento: «Quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria.
Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (1 Cor 15, 54-55).


Il banchetto che dice comunione e intimità è, invece, il momento positivo della liberazione. Gesù riprende spesso questo tema per annunziare l’offerta del Regno di Dio (parabola delle dieci vergini, delle nozze regali, dei posti a tavola) e veramente «beato è colui che mangerà il pane nel regno di Dio» (Lc 14, 15). Questa duplicità di morte e di vita che domina la scena della prima lettura si trasferisce anche nel celebre dittico di Mt 25 che costituisce la lettura evangelica.
Al centro dell’affresco domina la figura di Cristo re, arbitro della storia, giudice capace di penetrare nei meandri nascosti della coscienza, al di là dei paraventi di difesa o delle incrostazioni delle opinioni umane. La storia non è abbandonata al caos e alle potenze terrene, è destinata a quella meta che Dio pazientemente sta costruendosi affidandosi anche all’amore dei giusti che con lui collaborano ad innalzare nuovi cieli e nuova terra.


  Da un lato si stende la teoria sterminata dei «capri», cioè di chi ha scelto l’egoismo e l’orgoglio come norma suprema della propria esistenza.
Attraverso la simbologia classica del fuoco, della Geenna, della punizione eterna Gesù traccia lo sbocco tragico di una simile esistenza chiusa agli altri e a Dio.

In questo tribunale supremo della storia si allinea, però, un’altra presenza, quella dei «benedetti del padre mio», cioè di coloro che hanno avuto il cuore aperto all’amore per «i piccoli», per gli affamati, gli ignudi, i carcerati, gli emarginati.

Certo, Matteo attraverso quei «piccoli» allude innanzitutto ai membri della comunità più fragili e poveri nei cui confronti la chiesa dev’essere attenta e sensibile.
Ma contemporaneamente si riferisce a tutto il respiro di dolore che sale dall’umanità e che attende una mano amorosa e fraterna che lo lenisca e lo conforti.
È interessante a questo riguardo sottolineare la sorpresa dei giusti quando scoprono che dietro i lembi miseri del malato, del prigioniero, dell’affamato si nascondeva il volto di Cristo.
Tutto il bene che si fa su questa terra, anche se fatto da un ateo, da un uomo di qualsiasi religione, è subito registrato nel «libro della vita» e diventa automaticamente amore cristiano.


Il primato della carità non è solo fondamentale nell’etica cristiana, è alla base anche dell’escatologia: chi ama si salva e, come commentava S. Giovanni della Croce, «al tramonto della vita saremo giudicati sull’amore».
«L’uomo che ama il prossimo è colui che accetta concretamente, pur ignorandolo, Dio e il suo piano, per questo è salvo. Non è la professione teoretica della fede che conta o l’attività culturale ma le azioni che mostrano concretamente la coincidenza con la volontà divina e l’agire di Cristo» (O. da Spinetoli).

Attraverso l’amore di Cristo e col nostro amore di risposta noi entriamo nella gloria; il passaggio di Cristo, eterno figlio di Dio, nella nostra mortalità di figli dell’uomo legati al limite e al tempo, trasforma la nostra creaturalità innervandola di eternità. E ciò che Paolo canta in una delle sue pagine più famose e più commosse, il c. 8 della lettera ai Romani (seconda lettura). Vivendo intensamente la nostra storia con le sue sofferenze noi entriamo in sintonia con la passione e la storia terrena del Cristo.
Da questa sintonia di fede e di grazia scaturisce la nostra partecipazione anche alla tappa successiva, quella della gloria pasquale. Tutto l’essere presente, cosmo e umanità, attraversato dalla forza salvifica del Cristo si trova quasi nella situazione di una partoriente che sta per vivere l’esperienza drammatica ed esaltante della maternità. Tutto l’essere presente è simile, come suggerisce il verbo greco del v. 19, ad una sentinella che, col capo eretto e lo sguardo fisso, sta scrutando l’orizzonte nell’attesa dell’aiuto liberatore. Noi uomini, posseduti dallo Spirito di Dio che ci fa sentire figli di Dio (v. 15), sentiamo sempre più questa profonda nostalgia della piena comunione con Dio quando, «liberati dalla schiavitù della corruzione, entreremo nella libertà della gloria dei figli di Dio» (v. 21).
Un’attesa attiva e dolorosa, non pigra né tranquilla, una speranza all’ombra della passione e della croce, una promessa che si fa strada attraverso le oscurità del presente e il dramma della morte. Ma questo grande dolore per il cristianesimo non è il rantolo estremo della morte, è la doglia straziante ma feconda di una generazione e di una nuova nascita
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SPUNTI PASTORALI

1.    È importante l’educazione costante e progressiva al senso pasquale di questa celebrazione che appunto per tale qualità è conservata anche in caso di ricorrenza in giorno domenicale. L’itinerario della vita umana, da quando Dio vi ha inserito la presenza divina del suo Figlio e della sua Parola, è strappato al limite e ai puri meccanismi biologici o esistenziali
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2.    La celebrazione odierna è, perciò, intensamente cristologica e ci si dovrebbe sforzare di correggere e di ben orientare la sensibilità dei fedeli che troppo spesso compiono riti di sapore più «shintoista» che cristiano. La figura del Cristo che campeggia su molte tombe dovrebbe essere più viva nella fede e nella speranza oltre che nella meditazione e nella riflessione di questa giornata. La storia di Gesù è la «storia di un vivente» («Perché cercate tra i morti colui che è vivo?») e la nostra è la storia di un passaggio dal limite e dalla morte alla vita piena di figli di Dio che «saranno per sempre col Signore»
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3.    La via per questo incontro con l’eterno e l’infinito è l’amore che ci rende progressivamente «connaturali» con Dio. «Colui che ama già gusta i cieli e la gloria», scriveva S. Agostino.
Questa simbiosi con Dio, che è la vita eterna, è preparata già ora da un serio e continuo impegno d’amore distribuito nelle nostre ore e nei nostri giorni caduchi
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da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola,
Commenti al lezionario festivo anni A-B-C
Àncora editrice, 1997, pp 843-846





 

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