Questa speranza anticipa l’incontro finale risolutivo tra Dio e il sofferente che concluderà l’intera opera.
     

 

 

 

 

 

COMMEMORAZIONE DI TUTTI FEDELI DEFUNTI - 2 NOVEMBRE
Gianfranco Ravasi

Giobbe 19, 1.23-27; Romani 5, 5-11; Giovanni 6, 37-40

L’
Ordo Exequiarum si apre con una premessa che potrebbe idealmente illuminare questa celebrazione di origine medievale e monastica spesso deviata da forme pietistiche e persino superstiziose.
«Nei riti funebri per i suoi figli la Chiesa celebra con fede il Mistero pasquale, nella fiduciosa speranza che coloro i quali sono diventati, per il battesimo, membri del Cristo morto e risorto, attraverso la morte passino con lui alla vita». Il destino glorioso del Cristo uomo e Dio è lo stesso destino del fedele a lui «conformato» nella fede e nel battesimo. La morte non è, allora, l’estuario tragico nel baratro del nulla, ma l’ingresso nella comunione piena con Dio già gustata in frammento durante l’arco limitato dell’esistenza terrestre. Questo è anche il messaggio del lezionario della prima Messa odierna per tutti i fedeli defunti.

In apertura abbiamo un passo denso ed oscuro di quel capolavoro in assoluto che è il
libro di Giobbe. Il nucleo tematico centrale di questo poema non è tanto il problema del male quanto piuttosto l’analisi della vera fede contro tutti i surrogati teologici e filosofici (gli «amici» di Giobbe): essa nel dolore innocente sperimenta la sua «agonia» più lacerante ma anche rischia la sua soluzione più alta e mistica. Giobbe a metà del suo tempestoso e torrenziale contendere con Dio si ferma e intravede un barlume di speranza. Esso è contenuto nella nostra pericope.
La
Vulgata, molti Padri Latini e la liturgia hanno esplicitato l’oscuro testo ebraico originale ed hanno visto in questa pagina una dichiarazione di fede nella risurrezione: Scio quia redemptor meus vivit et in novissimo die surrecturus sum et rursus circumdabor pelle mea et in carne mea videbo Deum meum (S. Gerolamo).

  Il «redentore» (in ebraico go'el)
di cui parla Giobbe è Dio stesso, il «redentore» di Israele dalla schiavitù d’Egitto, è colui che deve nella tribù salvare dalla schiavitù e dalla miseria il parente prossimo (vedi Gb 16, 18-22).
Nello schema di tipo giuridico dell’Alleanza si chiarisce, allora, la speranza del grande sofferente biblico: il «difensore-redentore» divino, come nel dibattimento processuale, interverrà per liberare l’uomo umiliato.
Egli è l’«ultimo», viene dopo tutti gli altri falsi difensori umani rivelatisi in realtà accusatori (gli amici), e difenderà Giobbe ormai vicino alle soglie della morte giustificandolo davanti a tutti. Gobbe, ridotto allora a pelle e ossa, vicino alla polvere della tomba, sentirà la parola giudicatrice e liberatrice di Dio.


La mutua immanenza del Cristo nel fedele e del fedele in Cristo è anche per Giovanni la causa del recupero integrale dell’essere umano a Dio. L'idea è sviluppata anche nell’odierna pericope evangelica che, pur essendo inserita nel grandioso discorso sul pane di vita pronunciato da Gesù a Cafarnao, ha però un’organizzazione e una storia indipendenti.
I versetti celebrano la volontà del Padre che gli uomini abbiano la sua stessa vita e che per questo siano risuscitati nella comunione di vita finale con lui
(6, 40).
Chi crede nel Figlio ha già ora la vita eterna (cioè la vita divina): essa sarà portata a pienezza nella risurrezione finale. La salvezza presente e futura è conseguenza della comunione personale col Figlio mediante la fede.
La vita di grazia che ora possediamo si proietta sul futuro («ultimo giorno»). Non è un possesso statico, ma è un dinamismo che si apre sull’eternità ed esclude quindi il nulla e la distruzione.
Nello sviluppo del discorso Giovanni applicherà la relazione
fede-vita-risurrezione anche all’eucaristia costruendo la nuova sequenza eucaristia-vita-risurrezione. Dice infatti Gesù in 6, 54: «Colui che mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

La comunione col Cristo nella fede e nell’eucaristia ci strappano dalla morte e dal nulla e ci inseriscono nella stessa esistenza di Dio: «A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio»
(Apoc 21, 7).


SPUNTI PASTORALI

1.    La celebrazione odierna è una ripresa della
liturgia pasquale e come tale entra correttamente anche nel culto domenicale. Cristo, attraversando la nostra realtà più specifica, la morte, la vince e irradia in noi la sua realtà più specifica, la vita divina.

2.    La liturgia odierna è, perciò, sostanzialmente centrata sulla
speranza, una speranza che nasce dalla fede nella Pasqua. La morte resta sempre un oscuro passaggio, una lotta («agonia») e un mistero. Ma la morte e la risurrezione del fratello Cristo diventa radice di speranza. Il rischio si illumina; conquistati dalla sua vita siamo strappati al nulla).

3.    Il lezionario odierno, contro ogni nichilismo, pessimismo e contro ogni materialismo gaudente, ripropone il mistero che è seminato nell’essere di ogni uomo. Attraverso l’
amore del Cristo (II lettura) e la nostra comunione con lui (Vangelo) noi siamo conquistati alla vita e siamo in qualche modo «resi divini e infiniti» (Elisabetta della Trinità). Il valore dell’uomo va, perciò, al di là dei beni che possiede, cose inesorabilmente morte.

4.     È necessario purificare la morte cristiana da ogni «pornografia» della morte, come è stato scritto a proposito di certe celebrazioni funebri statunitensi che tentano di cancellare con la retorica consumistica o con la magia questa drammatica realtà umana. Dignità, dolore, sincerità, realismo, vicinanza sono virtù umane da conoscere e da far conoscere anche al bambino che spesso è tenuto lontano da qualsiasi cenno alla morte. Ma il cristiano deve conoscere anche la fiducia, la speranza e la contemplazione pasquale




da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola,
Commenti al lezionario festivo anni A-B-C
Àncora editrice, 1997, pp 839-842





 

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