SOLENNITÀ TUTTI I SANTI - 1 NOVEMBRE
Gianfranco Ravasi

Apocalisse 7,2-4.9-14; Salmo 23; 1 Giovanni 3,1-3; Matteo 5, 1-12

Nell’A.T. il termine «santo» è per eccellenza una definizione di Dio (vedi la teologia dei profeti Isaia ed Ezechiele) ed il concetto esprime soprattutto la trascendenza, la «separazione della divinità rispetto alla sfera umana. Ma già Isaia introducendo la specificazione «Santo d’Israele» propone la possibilità di un rapporto tra il Dio-santo e l’umanità-santa.
È il ritornello costante del libro del Levitico: «Siate santi perché io sono santo» (Lev 11,44). Israele è, quindi, consacrato per appartenere a Dio ed essere mediatore tra Dio e l’umanità che ancora non crede: «Voi sarete per me un regno di sacerdoti ed un popolo santo» (Es 19,6). Come nell’A.T. la santità è alla base dell’organizzarsi di Israele in comunità credente, così nel N.T. è il fondamento del «Corpo di Cristo che è la Chiesa», una «comunione di santi». I santi, quindi, non sono tanto l’eccezione ma la norma dell’esistenza cristiana. Come scriveva A. von Speyr, «i santi sono la dimostrazione della possibilità del cristianesimo», possibilità a tutti offerta, perché tutti dobbiamo «essere perfetti come è perfetto il Padre che è nei cieli» (Mt 5, 47).

A questa fisionomia comune del credente che è la santità ci può portare solo il messaggio essenziale e radicale del cristianesimo, le Beatitudini (Vangelo). Gesù, sulla montagna come nuovo Mosè, lancia un appello per la costruzione della comunità santa, legata a Dio con una nuova alleanza.
È un appello che va alle radici e al cuore dell’esistenza umana costringendola non a porsi innanzi modelli di santi umani mail modello totalizzante del Santo per eccellenza, il Padre e il Figlio.
Non sarà mai la santità una risposta in termini legalistici o moralistici, ma sarà sempre la donazione dell’essere intero nella «povertà», cioè nell’apertura totale a Dio, al suo regno e al prossimo.
È l’atteggiamento di chi «ha farne e sete di giustizia», di chi desidera la pace messianica, di chi instaura un tessuto di rapporti nuovi tra gli uomini, di chi è umile e pronto a dare la vita per il Regno e la sua giustizia. Davanti all’uomo delle Beatitudini evangeliche c’è sempre la figura di Gesù «povero e mite di cuore» (Mt 11, 29).


  Da questa impostazione di vita nasce
il nuovo «figlio di Dio», come suggerisce la pericope giovannea (seconda lettura).
È noto che questo testo tenta di ripresentare la proposta essenziale del cristianesimo e quindi della santità riassumendo in due dimensioni radicali le articolazioni delle Beatitudini.
Esse sono la verità, cioè la fede nel Cristo, e la carità.
Con queste due traiettorie essenziali il credente attua in sé un processo di «conformazione» con Dio e, quindi, di «santificazione».
È un processo che é simile alla crescita, allo sviluppo e alla fioritura di un albero, simbolo carissimo alla Bibbia per delineare l’esperienza del giusto e del santo (si pensi solo al Sal 1).
Giovanni all’orizzonte definitivo ed escatologico fa balenare l’efflorescenza finale perfetta: «saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è». «Vedere» nel lessico giovanneo è l’adesione piena e totale a Dio, è l’esperienza della comunione intima.


Il popolo santo è già in marcia per questa esperienza definitiva. Non è solo un gruppo di privilegiati o di mistici estatici, è invece «una moltitudine immensa che nessuno può contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua».
Se l'Apocalisse (prima lettura) intende innanzitutto i martiri della «grande persecuzione», cioè della forte contestazione a cui fu sottoposta la Chiesa da parte dell’impero romano, è altrettanto vero che il testo vuole includere tutti i «testimoni» che «hanno rinnegato se stessi, prendendo ogni giorno la croce e seguendo Cristo» (Lc 9, 23).
Sono tutti i fedeli che «hanno creduto nel Figlio e perciò hanno la vita eterna» (Gv 3, 36), cioè la stessa vita divina. Sono tutti i credenti che «hanno lavato le vesti col sangue dell’Agnello», si sono cioè affidati all’efficacia santificatrice della morte di Cristo facendola penetrare nell’interno della loro vita simboleggiata nella veste.

In questi 144.000 «segnati» si cela, quindi, la Chiesa intera, il popolo di Dio, i fedeli del Cristo. Il numero emblematico della perfezione (
il quadrato delle dodici tribù) e quello tipico della moltitudine (il mille) ci presentano oggi la gioiosa possibilità offerta a tutti i credenti e a tutti gli operatori di pace e di giustizia.
È l'ideale che, lungi dall'essere una proposta pietistica, è invece un progetto normale per ogni autentica esperienza religiosa ed umana.
I «santi» che hanno già raggiunto la «somiglianza» piena con Dio ci richiamano oggi questa vocazione comune. Ascoltiamo l’invito di quel felicissimo libretto del cristianesimo primitivo, la
Didaché: «Cercate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dai loro discorsi».


SPUNTI PASTORALI

1.    La
santità non è vocazione privilegiata per mistici ma lo sbocco naturale della fede e dell'amore di ogni credente. Queste due virtù sono un’iniziale partecipazione alla natura stessa di Dio: «siamo chiamati figli di Dio e lo siamo realmente... Saremo simili a lui» (II lettura). Bisogna togliere, perciò, dalla santità cristiana tutto quel velo di eccentricità, di esasperazione, di «anormalità» che ha alimentato secoli di agiografia e di predicazione.

2.    La fede-santità ha come sua caratteristica fondamentale la
totalità a cui chiama il messaggio cristiano che non è fondato su un’esigenza fiscale di opere o su .una casistica di norme da adempiere ma su una totale conversione del cuore.
Le Beatitudini sono, infatti, la libera descrizione di questa donazione radicale nelle sue principali dimensioni. Bisogna avere questa «povertà e purezza di cuore», cioè questa disponibilità ed accoglienza del Regno, per essere realmente santi e cristiani. È l’atteggiamento del fanciullo che con fiducia pone la sua mano in quella del padre e lo segue per l’itinerario che il padre percorre, con adesione sincera, docile e gioiosa (Mt 18, 1-4).

3.    I santi sono folla di «ogni nazione, razza, popolo e lingua». L’
universalità della santità non rende inutili anche, le voci più piccole e più nascoste.
La meraviglia della santità è proprio nel suo essere
diversa, molteplice, diffusa nella sequenza colorata dei secoli, delle personalità, delle singole esistenze. In questo grande affresco corale della liturgia dei santi non devono esserci vuoti; anche chi è umile e secondario sullo scacchiere politico del mondo e delle strutture ecclesiali è prezioso per la perfezione di questa liturgia.




da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola,
Commenti al lezionario festivo anni A-B-C
Àncora editrice, 1997, pp 830-833





 

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