II DOMENICA DI AVVENTO
Gianfranco Ravasi

Isaia 40, 1-5.9-11 2 Pietro 3, 8-14 Marco 1, 1-8


Il ritratto del Battista che è al centro della prima pagina del vangelo di Marco, il testo della lettura liturgica di quest’anno, suppone necessariamente il ricorso alla sua matrice originale, il brano d’apertura del cosiddetto Secondo Isaia (Is 40-5), profeta anonimo dell’esilio babilonese (prima lettura).

L’autopresentazione del profeta avviene in modo strano, all’improvviso, senza dati autobiografici, senza cronologia. Il tema del suo annuncio profetico è questo: l'espiazione è finita, inizia il dono della liberazione che restaura la debolezza e la precarietà dell'uomo schiavo. Il ritorno a Gerusalemme conosce ancora le tappe del deserto ma sono solo fasi di un cammino trionfale che non ha sentieri tortuosi, piste spossanti, percorsi sfibranti. Il ritorno alla patria è accompagnato da un'universale docilità cosmica perché il Signore è il pastore .che guida lungo questo itinerario. La prova è finita, è stato un «doppio castigo» per cui i crimini sono totalmente scontati (v. 2; Lev 26, 41.43), il capitolo «colpa» è chiuso, ora Dio «sta riconciliando a sé il mondo» in modo pieno e definitivo (2 Cor 5, 19).

Per questo nuovo futuro è necessario che Dio stesso ritorni ad essere
Emmanuele col suo popolo a Sion. Per il suo passaggio bisogna approntare una «via sacra» così com’era tracciata davanti ai templi babilonesi: una via rettilinea e piana (v. 3). Come nell’esodo dall’Egitto, il Signore percorre questa via col suo popolo, egli è la guida verso la salvezza. Il profeta è come un araldo posto su un monte di fronte a Gerusalemme; ha anticipato la processione di ritorno degli esiliati per presentare il loro arrivo e quello del Signore con loro a tutta la terra di Palestina (v. 9). Il suo «vangelo» vuole sensibilizzare il popolo perché si muova verso la venuta del Signore.

 

Ritorniamo, allora, alla presentazione del Battista di Mc 1.
Egli è l’araldo della salvezza imminente, della «consolazione» definitiva che «viene dopo di lui» (v. 7). Lo sfondo è lo stesso della marcia di ritorno degli esuli, il deserto (Mc 1, 3.4.12.13), il luogo dell’essenzialità, della tentazione e della decisione.

In questo silenzio risuona una voce: il Battista è una parola, anzi è un’eco della Parola che tra poco riprenderà a risuonare pienamente nell’«evangelo». Il Battista è anche un gesto, il battesimo di conversione.
«Tutta la regione... tutti gli abitanti»

(v. 5) sono destinatari di questo gesto, espressione di un atteggiamento interiore. Rivoluzionando la propria vita, riportandola e verificandola secondo il progetto tracciato da Dio, l’umanità intera riesce a capire che è in Cristo la salvezza. Il Battista è quasi la sintesi dell’attesa e della preparazione dell’intero Israele e dell’intera umanità.


La voce e il gesto sono finalizzati a una persona decisiva.
Egli è «il forte» per eccellenza come Dio (Ger 32, 18; Dan 9, 4), è il sovrano perfetto ai cui piedi il Battista, cioè l’attesa umana, si prostra e converge (v. 7), egli è l’unico che può effondere lo Spirito, dando l’avvio alla nuova, definitiva creazione (Ez 37; Gv 20, 22-23).
Egli è definito splendidamente e teologicamente proprio nel titolo del vangelo di Marco (1, 1): «Inizio del vangelo
di Gesù Cristo, Figlio di Dio». Marco ama moltissimo (81 volte) il semplice «Gesù» per indicare sia l’umanità del Cristo sia la sua funzione salvifica («Jahvè salva» è appunto l’etimologia del nome) ed anche il suo svelamento progressivo all’umanità (il cosiddetto «segreto messianico»).«Cristo» sottolinea l’aspetto messianico e condensa in sé l’attesa, la speranza e la teologia veterotestamentaria.
«Figlio di Dio» ha ormai il senso pieno che il titolo ha col pensiero cristiano: è espressione di fede nella
trascendente dignità di Gesù che il vangelo vuole progressivamente svelare. Infatti i vv. 2-3 applicano a Cristo le stesse parole profetiche che comandavano di preparare la via al Signore nell’A.T. E tutto l’itinerario del vangelo si conclude ai piedi della croce quando il centurione romano proclamerà proprio questo titolo costruendo così la grande «inclusione» entro cui tutta l’opera marciana è racchiusa: «Veramente costui è Figlio di Dio!» (Mc 15, 39).


Se l’«araldo» veterotestamentario e il Battista sono come un indice puntato verso il grande intervento salvifico che il Signore sta nuovamente attuando, la famosa pagina «apocalittica» di quello scritto tardivo (125 d.C. almeno) che va sotto il nome di seconda lettera di Pietro (
seconda lettura) proietta la nostra attenzione verso l’ultimo e definitivo intervento di Dio. La terminologia è quella della profezia: «il giorno del Signore» designa l’evento decisivo e risolutivo della storia umana con cui Dio instaurerà il suo regno di giustizia e di pace in un mondo rinnovato.
Le prospettive attuali che celebrano i ricchi, i sazi, i gaudenti, gli onorati saranno totalmente ribaltate e la vera beatitudine sarà destinata ai poveri, agli affamati, ai sofferenti, ai perseguitati (Lc 6, 20-26). Nasceranno, così, dalle ceneri del mondo e della storia precedenti «nuovi cieli e una nuova terra nei quali avrà stabile dimora la giustizia» (3, 13).
Questa conflagrazione, cara alla letteratura apocalittica di tutti i tempi, è un simbolo di trasformazione e di purificazione, è come un parto doloroso per far nascere la nuova creatura (Is 65, 17; Apoc 21, 1).

La pietra basilare per costruire questa città perfetta è già stata posta dal Cristo con la sua incarnazione. Egli è l’«Alfa e l’Omega, il principio e la fine» (Apoc 21,6) di questa mappa nuova dell’universo e dei rapporti umani. Al riconoscimento e alla costruzione di questo progetto ogni anno egli ci invita, facendoci ritrovare la fiducia in lui pastore e guida e la speranza in noi stessi e nel mondo. In questo universo trasformato «non ci sarà bisogno della luce del sole né della luce della luna perché la gloria di Dio lo illuminerà e la sua lampada sarà l’Agnello» (Apoc 21,23).



SPUNTI PASTORALI

1.    Il
deserto in cui sono posti Israele e il Battista è un simbolo suggestivo dell’essenzialità: si pensa solo all’acqua, al cibo, alla pista, cioè agli elementi fondamentali dell’esistere, si eliminano le sovrastrutture e le banalità. L’Avvento è un invito al recupero della sostanza della fede.

2.    La
via per ritrovare questo deserto che dà l’essenza delle cose è tracciata dal Battista: ascolto della Parola, conversione, battesimo, rigore morale. Senza l’impegno esistenziale si è solo «uomini-canna» piegati dal primo soffio di vento, non si è credenti la cui casa è edificata sulla roccia.

3.    La
meta da raggiungere non è un uomo pur grande come il Battista ma «Gesù Cristo, Figlio di Dio». L’Avvento è una riscoperta della purezza della fede. Non in un Dio un po’ deforme adattato a nostra immagine, ma nel Dio del Vangelo. Accogliamo perciò questo invito ad approfondire la conoscenza della fede per «rendere ragione della speranza che è in noi» (1 Pt 3, 15).

Il filosofo tedesco E. Lessing scriveva:
«Se Dio mi si presentasse e mi offrisse in una mano tutta la verità e nell’altra tutta la ricerca della verità, io gli direi: A te, o Signore, soltanto è la Verità; a me, uomo, destina l’ansia e la ricerca della verità finché la potrò contemplare in pienezza con te».





da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola,
Commenti al lezionario festivo anni A-B-C
Àncora editrice, 1997, pp 253-256





 

 

 

 

 

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