I DOMENICA DI AVVENTO
Gianfranco Ravasi

Isaia 63, 16b-17.19; 64, 1c-7 1 Corinti 1, 3-9; Marco 13, 33-37


La prospettiva di fondo con la quale celebrare il «tempo forte» dell’Avvento è riconducibile ad un duplice movimento: da un lato si deve proclamare l’«azione» di Dio che «squarcia i cieli», che abbandona l’isolamento splendido della sua trascendenza; dall’altro lato si deve provocare la «reazione» della coscienza umana che dal torpore della sua «notte» di peccato e di solitudine si apre all’aurora della «manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo». Amore di Dio e speranza dell’uomo si incrociano nel cuore dell’Avvento.

In questa prospettiva si muove chiaramente anche la liturgia odierna. Iniziamo con la prima lettura, una supplica penitenziale contenuta negli scritti del cosiddetto Terzo Isaia (Is 55-66), profeta del post-esilio. Dopo aver richiamato la successione degli interventi storici salvifici di Dio disprezzati dall’uomo col peccato, l’A. lancia un’ipotesi appassionante. Il silenzio attuale di Dio è solo una «tattica» che il Signore adotta per ricondurre a sé Israele.
Tra non molto egli riapparirà al nostro orizzonte. Inizierà quel primo, decisivo movimento, radice e sostegno della nostra successiva risposta. «Ritornerà» (63, 17), «squarcerà i cieli e scenderà» (63, 19), «andrà incontro a quanti si ricordano delle sue vie» (64, 4), «svelerà il suo volto» (64, 6), di «padre e redentore» (63, 16; 64, 7). Si tratta di una preghiera altamente patetica e intensa, testimonianza della liturgia dei primi Ebrei rientrati in Palestina dopo l’editto di Ciro (538 a.C.).


Al movimento di Dio risponde la conversione dell’uomo che si mette in cammino verso il Signore che lo cerca: «non vagheremo più lontano dalle tue vie» (63, 17), «praticheremo la giustizia e ci ricorderemo delle tue vie» (64, 4). Diremo: «Abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come, cosa impura...» (64, 4-5). Nascerà allora la nuova creatura: «noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma» (64, 7).


  Anche il «ringraziamento» con cui si apre la 1Cor (seconda lettura) è percorso dallo stesso dinamismo.
Dio effonde doni di parola e di scienza nei Corinti (Paolo non menziona la carità perché la comunità corinzia è ancora in preda a divisioni e settarismi).
Anzi per essi risuona ogni giorno
«la testimonianza di Cristo» (v. 6),
cioè l’evangelo che è felicemente presentato come autoproclamazione del Cristo stesso sulla bocca del missionario (Rom 15,18).
A questa prima «manifestazione» succederà quella definitiva e piena del «giorno del Signore nostro Gesù Cristo» (v. 8).
I cristiani devono reagire a questa iniziativa di Dio con la speranza e l’attesa fiduciosa (v. 7).
Ed allora si realizzerà il dono più alto e più inatteso, la «comunione» (koinonia) piena col Cristo.
I cristiani faranno con lui un’unica realtà partecipando non tanto alla sua gioia, come dicevano i rabbini per Abramo, quanto piuttosto alla sua persona.


L'itinerario cristiano è, allora, questa continua, progressiva assimilazione al Cristo. Paolo esprime quest’idea con una collezione di verbi costruiti con la preposizione — con:
con-vivere col Cristo (Rom 6, 8),
con-soffrire con lui per essere con-glorificati (Rom 8, 17),
essere con-crocifissi (Rom 6, 6),
con-morire con lui (2 Cor 7, 3),
essere con-sepolti (Rom 6, 4; Col 2, 12)
per con-risorgere con lui (Col 2, 12; 3, 1; Ef 2, 6),
per con-partecipare alla sua nuova vita (Col 2, 13),
con-sedere (E/ 2, 6)
e con-regnare (2 Tim 2, 12)
con lui ed essergli co-eredi (Rom 8, 17).

Anche la parabola desunta dal «discorso escatologico» di Gesù è un racconto di attesa e di movimento
(
Vangelo). C’è un signore lontano dalla sua casa, ma nell’aria si respira il clima del ritorno. Dalla lontananza del suo itinerario egli ha ormai iniziato il programma di ritorno. Sarà una venuta a sorpresa, ma certa. Potrà accadere quando le ombre stanno scendendo o nel pieno della tenebra o quando si profila all’orizzonte la prima lama di luce o ancora quando il sole è sfolgorante nel cielo. Dio è in marcia per giungete nella sua casa, nella sua famiglia tra «i suoi» (Gv 1, 11).

La reazione della sua gente non può essere quella del sonno, dell’indifferenza e della pigrizia come per le vergini stolte della parabola di Mt 25. «I servi col loro compito» e «il portiere a vigilate» (Mc 13, 34): questo è l’atteggiamento ideale per accogliere il Signore. Il motivo della pericope è appunto scandito dal verbo
vigilare ripetuto quattro volte.
La risposta del fedele all’«arrivo» del Signore è lo stato di veglia, indice di prontezza, di tensione, di amore operoso senza offuscamenti. Non è un’attesa euforica come quella dei Tessalonicesi coi quali Paolo polemizza, ma è una speranza fondata sull’impegno concreto quotidiano.
«Non dormiamo come gli altri, ma restiamo svegli e sobri» (1Tess 5, 6).
Perciò, «è ormai tempo di svegliarsi dal sonno, perché la nostra salvezza è vicina» (Rom 13, 11).
Si ode già la voce dello sposo, bisogna essere trepidanti ed impazienti, non distaccati ed indifferenti per accogliere il dono del suo amore. «Io dormo, ma il mio cuore veglia. Un rumore! È il mio amato che bussa: Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, perfetta mia» (Cant 5,2).



SPUNTI PASTORALI

1.    L’Avvento è un tempo liturgico di sua natura
dinamico essendo attesa, speranza, vigilanza. È perciò una metafora della vita cristiana come movimento, ricerca, ansia. È un appello a superare il ristagno, l’indifferenza, la freddezza.
Una delle opere letterarie emblematiche del nostro tempo è
Aspettando Godot di S. Beckett.
L’ultima battuta del testo è un «Andiamo!», ma la notazione scenica aggiunge: «Non si muovono». L’Avvento è, contro la pigrizia, la noia e la nostalgia inerte, il canto del viaggio con una meta, è il canto dell’azione, della vita con uno scopo da raggiungere, cioè il Cristo e la «città permanente e futura» (Ebr 13, 14).

2.    L’Avvento è anche la celebrazione del
movimento di Dio. Spesso si ha l’esperienza del suo silenzio e della sua lontananza ma in alcuni istanti egli appare attraverso le strade più insolite, le occasioni più inattese, le ore più strane (sera, notte, mattino, all’improvviso: Vangelo). Bisogna aver orecchi per ascoltare ed occhi per vedere. La fede è attenzione, è sorpresa, è stato di tensione. Ma è soprattutto la gioiosa certezza di essere seguiti con amore da un Dio che si muove per primo e che non abbandona l’uomo al suo destino.

3.    Da questo intreccio tra il movimento di Dio e quello dell'uomo nasce una nuova visione della vita, una visione segnata dalla
speranza. «Nella vita cristiana la priorità appartiene alla fede, ma il primato alla speranza. Senza la conoscenza di Cristo che si ha per la fede, la speranza diverrebbe un’utopia sospesa in aria. Ma, senza la speranza, la fede decade divenendo tiepida e poi morta. Per mezzo della fede l’uomo trova il sentiero della vera vita, ma soltanto la speranza ve lo mantiene. La fede in Cristo fa sì che la speranza diventi certezza» (J. MOLTMANN, Teologia della speranza, Queriniana 1970, p. 15).





da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola,
Commenti al lezionario festivo anni A-B-C
Àncora editrice, 1997, pp 249-252





 

 

 

 

 

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