I DOMENICA DI AVVENTO
Giovanni Benedetti



In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti, vegliate perché non sapete quando sarà il momento preciso. È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati. Quello dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate» (Mc 13,33-37).

La liturgia della parola di questa prima domenica d’avvento ci la del «ritorno del Signore». Le parole di Gesù debbono essere ambientate nel cosiddetto discorso escatologico. Gesù non ci parla quell’ultimo giorno della nostra vita che è la morte, perché il nostro vero «ultimo giorno» non è quello. Quando nella Bibbia si parla dell’ultimo giorno si deve intendere il giorno del ritorno glorioso del Cristo, la sua
parusia (presenza). Allora soltanto questa storia terrena avrà la sua definitiva conclusione.

Non è facile fare una meditazione su questo argomento, tanto meno farci una predica. E tuttavia questo argomento è sempre sottinteso in ogni lettura della parola di Dio, in ogni rito della liturgia, nella celebrazione di ogni sacramento. La stessa tradizione, la stessa storia della salvezza, ce lo ripetono sempre. Ma resta spesso nell’ombra.

«Il passato è memoria del futuro» ha affermato argutamente Gabriel Marcel. Non è una battuta di spirito. Dietro le spalle abbiamo un passato che abbiamo vissuto guardando sempre avanti, rivolti verso il futuro di un progetto da realizzare. Il futuro, insomma, è stato la molla che ci ha fatto camminare, l’abbiamo sempre tenuto presente nella mente per costruirci quello che ora è il nostro passato. «L’avvenire è una dimensione del presente» diceva M.-D. Chenu. Ma una sua dimensione necessaria è per il cristiano anche il passato.

  Una certa memorizzazione delle parole di Gesù, dei passi biblici importanti, delle preghiere essenziali, delle nozioni chiave della dottrina, lungi da essere contraria alla dignità dei giovani cristiani - afferma il papa nella Catechesi tradendae - o da costituire un ostacolo al dialogo personale con il Signore, è una vera necessità (n. 55).
Si assiste però oggi a n curioso fenomeno in cui il progresso delle possibilità conoscitive esonera dallo sforzo di ricordare, l’iniziativa passa dall’uomo alla macchina, dall’uomo al computer. La supplenza tecno-logica della memoria non porta con sé soltanto il vantaggio della enorme celerità e della semplificazione, finisce per inaridire l’attitudine a rapportarsi al passato, ci proietta in avanti così celermente che non abbiamo più il tempo, né il desiderio di voltarci indietro, in ultima istanza siamo privati della memoria (A. Rigobello).


L’uomo, così tentato di vivere solo nell’istante che passa veloce e frammentario, come potrà dunque inserirsi nella storia della salvezza cristiana e rivivere la tradizione della Chiesa? Il valore della nostra vita, il senso stesso della nostra vita, dipendono dall’eredità di questo passato e dal progetto di questo futuro. Si può vivere alla giornata, come si suol dire, ma ci si riduce allora a battere la testa contro le pareti troppo anguste di questa prigione che ci siamo costruita, come un topo dentro la trappola. Come evangelizzare in tale situazione? Dai «sistemi» si è passati ai «saggi» teologici, dal «catechismo» alla «catechesi» nel lodevole intento di rendere la verità e la pratica della fede comprensibile e praticabile all’uomo moderno. Ma

la trasmissione della fede, come struttura fondamentale nata dalla logica della fede, è tanto antica quanto il catecumenato, cioè quanto la stessa Chiesa. Deriva dalla natura della sua missione e non può quindi rinunciarvi,

scriveva J. Ratzinger. Neppure il termine di questa nostra vita terrena, che sfocia con l’immortalità personale al momento della nostra morte corporale, è considerato dalla nostra fede cristiana l’ultimo giorno. «Crediamo che la bontà di Dio richiamerà in un unico fine tutte le sue creature mediante il suo Cristo» scriveva Origene (
Trattato dei principi, 1,6,1). «Cos’è, infatti - egli precisava -, l’incorruzione e l’immortalità se non la sapienza, la parola e la giustizia di Dio, che formano l’anima, l’abitano, l’adornano?» (Trattato dei principi, 11,3,2).

Al momento della nostra morte personale entreremo già nella casa del Padre, ma la festa sarà completa solo quando la sala del banchetto nuziale sarà piena. Allora la nostra destinazione definitiva sarà raggiunta e diventerà veramente il giorno ultimo, immerso nell’eternità di Dio.
A chi gli chiedeva spiegazioni, Agostino rispondeva: «Grande pensiero! Vedete un po’ se questo pensiero richieda altro, se non un grande silenzio (magna cogitatio! Videte si vidi ista cogitatio, nisi magnum silentium)» (Commento ai salmi, 76,8). L’eternità, infatti, non rientra nei parametri della nostra capacità conoscitiva, tutta immersa nel tempo.

«Ciò che non ha inizio non può assolutamente essere compreso» scriveva Origine (Trattato dei principi, 111,5,2). Se noi già conosciamo Dio attraverso la fede – diceva anche Gregorio Magno ai suoi monaci – ciò, che però l’eternità è nella sua essenza, essendo senza passato avanti i secoli e senza futuro dopo i secoli, senza ritardo avendo la sua lunghezza e senza impaziente attesa la sua continua durata, noi non lo vediamo (Omelie su Giobbe, 1655).

La rivelazione e la stessa ragione umana ci danno un’idea solo dell’immortalità dell’anima: E quanto alla vita - scriveva Ilario di Poitiers - non si potrebbe credere che un Dio immortale la doni solo per la morte; perché è inconcepibile che un benefattore generoso ne doni la coscienza così amabile di vivere, perché vada a finire nella paura desolante di morire» (La Trinità, 1,2).
La Bibbia stessa non rompe questo grande silenzio circa l’ultimo giorno, ma illumina la strada per giungervi.
Fin dall’inizio la storia della salvezza viene raccontata di preferenza con verbi coniugati al futuro e che in prospettiva hanno come soggetto il «grande popolo». Soltanto con lui si conclude la lunga storia terrena, non con la morte dei singoli personaggi, che pur sembrano i privilegiati amici di Dio.
Così avvenne ad Abramo, «nostro padre nella fede». Dio gli disse: «Vattene dal tuo paese [...].
Farò di te un grande popolo» (Gen 12,1-2). Così Dio parlò a Mosè (cf. Gen 3,12).
Il soggetto della predilezione di Dio non sono, dunque, né Abramo, né Mose. Di essi Dio si serve per costituire e guidare il popolo verso la salvezza finale, che dovrà raccogliere tutta la famiglia dei figli di Dio, nell’ultimo giorno. Anzi, la storia umana è la storia di Cristo. «È un solo uomo, ma si estende sino alla fine del mondo (
unus homo usque in finem saaeculi extenditur), perché sono tutte membra di Cristo» affermava Agostino (Commento ai salmi, 85,5).

Per questo la liturgia della prima domenica di avvento ci fa compiere il primo passo del ciclo liturgico invitandoci a tenere però lo sguardo fisso al ritorno glorioso di Gesù alla fine del mondo. Non è facile, certamente, questa riflessione. Siamo troppo abituati a vivere una spiritualità individualista, intimistica, che vuol soddisfare il sentimento senza la fatica della mente, e senza la fatica degli impegni verso la comunità ecclesiale. Si tratterebbe, però, di una falsa concezione della vita spirituale.
I grandi mistici hanno saputo sempre abbinare la vita contemplativa e la vita attiva, l’incontro con Dio e l’incontro con i fratelli, il quotidiano e l’eterno, il primo giorno dell’avvento, insomma, con l’ultimo giorno del ritorno del Signore. Questa riflessione non sta fuori del nostro tempo.
Anzi, proprio oggi abbiamo più bisogno di tenerla presente. Il benessere ci spinge, infatti, a chiuderci nell’abbondanza dei beni di consumo e di produzione.
Ci sembra di diventare così più liberi e più felici.
Ci accorgiamo, però, prima o poi di esserci così costruite quattro pareti che ci chiudono come in un carcere. Allargare la visuale oltre il mondo oltre la morte, verso il ritorno glorioso di Gesù non è un’utopia, ma una vera liberazione.





da: Giovanni Benedetti - Il Vangelo della Festa,
Intelligenza spirituale della Parola di Dio secondo i Padri della Chiesa
Centro editoriale dehoniano 2001, pp 267-269





 

 

 

 

 

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