SOLENNITÀ di CRISTO RE DELL'UNIVERSO
Gianfranco Ravasi

Ezechiele 34,11-12.15-17; Salmo 22; 1 Corizi 15,20-26.28; Matteo 25, 31-46


Lo schema regale era una delle analogie più comuni in tutte le teologie dell’Antico Oriente per rappresentare il mistero di Dio che, assiso sul trono dei cieli, riesce ad abbracciare, guidare e governare l’intero cosmo. È ovvio, perciò, che si tratta di una modalità di pensiero da variare, attualizzare e ricomporre nel suo genuino contenuto teologico secondo le mutate coordinate culturali e sociali. Il simbolo è presente in tutte le letture di questa solennità abbastanza recente istituita da Pio XI nel 1925 ed è alla base anche di una categoria essenziale della predicazione di Gesù, il regno di Dio.
La signoria di Dio sull’universo dell’essere significa molto sinteticamente tre asserti connessi tra loro: la
trascendenza assoluta di Dio per cui egli non è riducibile ad un oggetto manipolabile della sfera umana;
la sua
immanenza o presenza nella natura che chiameremo allora «creazione» e nella storia che definiremo allora «salvifica»; infine, il senso che la realtà ha non è affidato solo all’uomo o a meccanismi ciechi, ma è delineato dalla mente di Dio secondo un progetto unitario che chiameremo tecnicamente escatologico. Naturalmente la cultura contemporanea, fortemente antropocentrica, fatica a celebrare questa visione, convinta piuttosto dell’assurdità del mondo e del silenzio di Dio.

Le parole di Monod, il celebre autore de Il caso e la necessità, sono significative:
«
L’uomo sa ora che, come uno zingaro, è ai margini dell’universo in cui deve vivere. Un universo sordo alle sue musiche, indifferente alle su sue speranze, ai suoi dolori e ai suoi crimini. Quando considero la piccola durata della vita, assorbita nell’eternità che mi precede e che mi segue, il piccolo spazio che riempio intorno agli immensi spazi che ignoro e che mi ignorano, io mi spavento, mi meraviglio di vedermi qui piuttosto che là. Chi mi ci ha messo?».

Il credente è invitato oggi a recuperare invece il senso profondo della storia e della materia attraverso la rivelazione che Dio ne offre.
La pagina di Ezechiele, appartenente al secondo ciclo delle sue profezie, ciclo pieno di speranza, raffigura Dio sotto l’immagine classica del pastore e quindi anche del re, dato che già Omero chiamava i sovrani «i pastori delle nazioni».

  Il testo è pienamente comprensibile soprattutto con due accostamenti. Uno negativo: i pastori umani, politici ed ecclesiastici, sono spesso interessati ed egoistici, più mercenari e tutori dei propri diritti che innamorati difensori di quelli del gregge (è la prima parte del c. 34 di Ezechiele).

Un altro accostamento è invece luminoso ed è fatto da Gesù stesso in Gv 10:
è la figura del «Pastore grande delle pecore e guardiano delle nostre anime» (Eb 13,20 e 1Pt 2,25) che è presente con amore e passione nel suo gregge. Una guida che è anche compagno di viaggio (vedi il salmo responsortale, il salmo del pastore), una regalità che si esercita nella donazione della croce, come spiega acutamente Giovanni nella narrazione della Passione di Gesù.


Si osservino i verbi della premura del Signore presenti in Ez 34: «cercare, curare, passare in rassegna, radunare dalla dispersione, condurre al pascolo, far riposare, cercare la perduta, ricondurre la smarrita, fasciare la ferita, curare la malata, pascere».
La frase finale della pericope ezecheliana prepara la grandiosa scena del re-pastore-giudice di Mt 25 (vangelo: «A te, mio gregge, dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri» (v. 17).
Sono pronti i due quadri della narrazione matteana, due quadri paralleli ed antitetici, tenebroso l’uno, luminoso l’altro. Se la prima lettura celebrava l’«immanenza» del Signore nel suo popolo, questo solenne scenario esalta la sua trascendenza che ci aiuta a scoprire il senso profondo della storia, quello che abbiamo definito come escatologico (non per nulla il brano è solitamente intitolato «il giudizio finale»;
più esattamente bisognerebbe parlare anche di «giudizio»
che la Parola trascendente di Dio fa
sulla storia e nella storia).

Il senso che Dio vuole dare alla storia e alla cui attuazione convoca anche l’uomo è solo racchiuso nell’amore, il cui primato raffiora continuamente nella visione evangelica della realtà.
Il Signore ha cooperato a questo piano di gioia, di amore e di fraternità inviando in mezzo a noi suo Figlio, ma chiede a tutti il proprio apporto.
Chi asseconda il suo appello è colui che ama il prossimo accettando così il progetto salvifico di Dio, pur ignorandolo teoricamente ed esteriormente («quando mai ti abbiamo visto affamato, assetato, forestiero, nudo...?», v. 47).
Con l’amore, quindi, si diventa «trascendenti» come Dio, entrando nella «vita eterna» (v. 46) e si aiuta la storia a procedere nella traiettoria «escatologica» disegnata da Dio.
È questa anche la prospettiva con cui Paolo legge il dramma della storia nel capitolo della 1Cor dedicato al destino dell’essere (II lettura: 1Cor 15,20-26.28).

Anche per l’apostolo si affrontano due sfere di umanità, quella dell’Adamo peccatore, radice di morte e di solitudine, e quella dell’Adamo nuovo, il Cristo, «primizia» di vita e di gloria per tutti coloro che aderiscono a lui costituendo con lui un unico corpo. Ma lo sbocco di questo duello è scontato ed è tracciato da Paolo nel diagramma globale dell’essere i cui gradi convergono in perfetta unità verso Dio.
«Prima Cristo», poi i cristiani definiti molto suggestivamente come «coloro che appartengono a Cristo»; segue poi la grande e definitiva lotta contro tutto ciò che attenta allo splendore della creazione e dell’essere («principati, potestà, potenze, nemici, morte») e, così, tutto sarà sottomesso a Dio e in Dio tutto troverà la sua consistenza e il suo indistruttibile valore.

Importanza di Dio, importanza dell’uomo ed importanza della storia e del cosmo sono i tre temi della celebrazione di Cristo, re dell’universo.
È anche l’occasione per cercare la sovranità indiscutibile di Dio non nella lontananza ma nella prossimità all’uomo. Scriveva Agostino nelle Confessioni:
«
Tu eri dentro di me ed io stavo fuori e ti cercavo qui,

gettandomi impuramente su queste cose belle che pure sono tue creature.
Tu eri con me, ma io non ero con te;
mi trattenevano lontano da te le creature che senza di te nemmeno esisterebbero.
Tu mi hai chiamato e gridato fino a rompere la mia sordità.
Tu sei balenato ed hai fatto risplendere la tua luce per allontanare la mia cecità.
Mi hai toccato ed ardo del desiderio della tua pace
».


SPUNTI PASTORALI

1.    La
centralità del Cristo nella liturgia e nella spiritualità, nella lettura della storia e della propria esistenza è la grande premessa di questa celebrazione. Contro gli squilibri devozionalistici, contro la tentazione delle superstizioni o dei surrogati religiosi, il fedele deve richiamare se stesso all’autenticità della sua fede fondata sul primato del Padre, del Figlio e dello Spirito.

2.    Il riconoscimento di questa fede autentica non avviene solo attraverso la professione delle labbra ma soprattutto attraverso l’
attuazione dell’amore. È solo così che si è ammessi al regno. Nell’amore gratuito e universale verso i piccoli e i poveri si vive quella relazione vitale col Cristo che è lo specifico del cristianesimo. Il vangelo osserva che l’unione col Cristo attraverso gli atti di amore durante l’esistenza terrena è in pratica l’inizio della comunione eterna con lui).

3.    Il lezionario odierno ci proietta anche verso il
senso ultimo della storia. Già Ezechiele fa balenare un regno in cui il pastore del popolo non sarà un re ma Jahweh stesso.
Mt 25 è la celebrazione del giudizio ultimo in cui si svelerà il senso del nostro itinerario terreno, in cui apparirà la reale qualità dell’esistenza di ogni uomo.
Paolo, poi, nel mirabile affresco escatologico del c. 15 della 1Cor disegna l’armonia del regno verso cui noi siamo indirizzati, un’armonia che sarà piena comunione («Dio tutto in tutti»).
Nessun frammento del bene cade nel vuoto, nulla v’è di caotico e di assurdo: Dio ha tracciato un disegno anche nella nostra trama convulsa e spesso lacerata.

4.    La chiusura dell’anno liturgico è segnata da questa solennità che è simile ad un’abside in cui domina la figura del
Cristo Pantokrator. Di fronte al suo sguardo siamo invitati ad un bilancio della nostra esistenza, delle nostre miserie e dei nostri splendori ricordando che l’ultima parola che Cristo pronunzia nel vangelo che abbiamo letto durante quest’anno è:
«
Io sarò con voi sino alla fine dei tempi» (Mt 28,20).




da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola,
Commenti al lezionario festivo anni A-B-C
Àncora editrice, 1997, pp 243-246





 

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