SOLENNITÀ di CRISTO RE DELL'UNIVERSO
Giovanni Benedetti

Ezechiele 34,11-12.15-17; Salmo 22; 1 Corizi 15,20-26.28; Matteo 25, 31-46


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si sederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti […]
Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.
Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti risponderanno: Signore, quando mai ti abbinino veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare […]? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: Ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà a quelli posa alla sua sinistra: “Via, lontano da me, maledetti […] Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare […] Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato […]? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fitto queste cose a uno di questi miei .fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me» (Mt 25,31-46).


Questo brano del Vangelo di Matteo viene di solito intitolato «Il giudizio finale». E lo è, difatti. Ma non è soltanto questo. C’è, infatti, il pericolo di fissare l’attenzione soltanto su una parte di ciò che il vangelo vuol dirci in questo brano. C’è pericolo, insomma, di vedere qui una scena simile a quella del giudizio universale, rievocata da Michelangelo nello stupendo affresco della Cappella Sistina.
Ma Gesù, in questo brano del vangelo, non è solo il protagonista di quella scena finale, quando cioè apparirà «nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si sederà sul trono della sua gloria.
E saranno riunite davanti a lui tutte le genti». La solennità liturgica di Gesù Cristo re dell’universo, la cosiddetta festa di Cristo re, in tal caso si celebrerebbe solo come un evento dell’aldilà, e ci farebbe riflettere solo sui «novissimi» (morte, giudizio, inferno e paradiso) e forse anche con un po’ di terrore, non altro. Ma la religione perde il suo fascino se è presentata solo come mezzo per salvarci dall’inferno.
Il giudizio finale è l’ultimo atto che conclude la lunga storia delle vicende umane. Il giudice non compare solo ora, all’ultimo momento, per dare la sua sentenza. Tutte le vicende umane lo hanno avuto al centro fin dall’inizio.


  La Provvidenza — scriveva Clemente di Alessandria — distribuisce a ciascuno ciò che gli conviene secondo il suo valore.
È dunque normale che la Legge sia stata donata agli ebrei e la filosofia ai greci, fino alla venuta del Cristo.

Ma, a partire da questo momento,
vi è la chiamata universale a formare un popolo nel quale sovrabbonda la giustizia, il popolo che, seguendo l’insegnamento fondato sulla fede,è radunato grazie all’unico Signore, per il solo e unico Dio dei due popoli, i greci e i barbari, o, più esattamente,
del genere umano tutto intero.

(Stromati, 6,159,8-9)


La storia umana cammina con lui. La vita di ogni uomo ha sempre in sé la presenza misteriosa di Gesù. Per cui il bene e il male hanno come punto di riferimento lui; il premio o il castigo avranno come giudice lui. Per questo, «tutte le genti» torneranno dinanzi a lui per il giudizio finale.
Nel breve testo della liturgia della parola di questa ultima domenica dell’anno liturgico possiamo, insomma, leggere in sintesi tutta la storia della salvezza cristiana.

Non c’è stata miseria umana in cui Gesù non era presente: ho avuto fame... ho avuto sete... ero forestiero... nudo... malato... carcerato. Sono sei miserie umane che possono capitare a chiunque, buono o cattivo che sia. Non è la qualità morale o religiosa di chi le soffre che in tal caso conta.
Gesù sta con lui, si mette in sua difesa, anche se da lui è ignorato o negato. Buono o cattivo che sia, basta la sua miseria materiale per renderlo fratello «piccolo», e perciò prediletto da Gesù.
Basta che egli abbia una di queste sei miserie, per impersonare Gesù stesso.
Chi lo soccorre, soccorre Gesù. Lo sappia o no, non importa; è l’azione in se stessa che viene considerata come fatta a Gesù stesso, e perciò valida per il premio eterno: «Quando mai ti abbiamo visto forestiero, nudo, ammalato, in carcere [...]? In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».
La carità, in questo caso, genera la fede, perché è un incontro con Gesù.

Soltanto se compresa così, saremo in grado di celebrare veramente la festa di Cristo re.
Egli, infatti, è il «re dell’universo», perché è il principio e la fine, l’alfa e l’omega di tutta la realtà creata, che ha per centro l’uomo. Non soltanto egli è presente in ogni uomo, e in modo privilegiato è presente in ogni uomo che soffre. Ma la sua è una presenza attiva, che guida e conduce la storia verso il regno preparato dal Padre.

Basta ripetere, dunque, quanto diciamo e ripetiamo assai spesso: che cioè Gesù è presente attivamente quando leggiamo la parola di Dio, quando celebriamo i sacramenti, quando ci riuniamo nel suo nome in comunità ecclesiale? Non basta far così, perché la storia degli uomini non si costruisce solo in questi casi. Il novanta per cento delle vicende della loro vita, a dir poco, gli uomini lo vivono in altri ambienti, con altri strumenti, con altri scopi.

Gesù qui è ignorato, se non addirittura negato.
Eppure, nella liturgia della parola di questa domenica, Gesù afferma solennemente che egli proprio lì è presente in modo privilegiato. E dall’accettazione di questa sua presenza non solo dipende la salvezza terrena dell’uomo, ma la sua stessa salvezza eterna.
Le confusioni sono da evitare, certamente; ma lo sono anche le separazioni. Il sacro e il profano sono da distinguere, ma da tenere uniti. Separarli sarebbe come voler separare in Gesù la sua divinità dalla sua umanità, voler separare nella Chiesa la sua realtà spirituale e la sua realtà visibile, nella vita del cristiano la vita del cittadino e la sua pratica religiosa.
Non c’è, insomma, una storia civile, in cui Gesù non entra, e una storia della salvezza, in cui egli non lascia entrare che i credenti e praticanti in Chiesa, escludendo gli altri. Gesù si riserva la libertà di operare anche oltre i confini inevitabili dell’istituzione visibile della Chiesa.
E la storia talvolta cammina più veloce fuori che dentro la stessa Chiesa. Ma è effetto di un certo strabismo geloso.

Chi crede incontra Gesù anche lì. Anzi, il vangelo di questa domenica sottolinea la presenza di Gesù proprio lì, in questa sua presenza al di là della nostra pratica religiosa. C’è bisogno di meditarlo con un sano realismo, con responsabile concretezza, anche se si tratta di un terreno duro da lavorare, per seminare anche lì la parola di Dio.





da: Giovanni Benedetti - Il Vangelo della Festa,
Intelligenza spirituale della Parola di Dio secondo i Padri della Chiesa
Centro editoriale dehoniano 2001, pp 261-263





 

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