SOLENNITA' DELL'ASSUNZIONE
Il senso della morte e della vita

Giacomo Biffi



Il Signore ci conceda di godere con cuore semplice e grato questa pausa di pace e fraterna convivenza, che ogni anno viene a rallegrare il culmine dell'estate. Abbiamo tutti bisogno di respirare un po', abbiamo bisogno di essere un po' rasserenati.

Di questi tempi le buone notizie sono scarse. La lettura dei giornali è quasi sempre deprimente. Dal mondo ci vengono pochi incoraggiamenti a vivere senza affanni e senza tristezze sulla terra.
Le buone notizie le riceviamo dal cielo: il giorno dell'Assunzione di Maria ci dà la notizia di una creatura che ha portato bene a compimento la missione assegnatale, e ci presenta il quadro di una felicità totale, riverberata anche nelle membra corporee, assegnata a una di noi, appartenente come noi alla famiglia umana.

Questa festa — la più antica e solenne di tutte le celebrazioni in onore della Madre di Dio — è anche un invito amichevole a guardare in alto, perché abbiamo a recuperare il senso vero dell'esistenza e siamo rianimati a camminare con fiducia sulla nostra difficile strada.

Ponendoci davanti agli occhi questa «donna vestita di sole», Dio «ha fatto risplendere per il suo popolo un segno di consolazione e di sicura speranza». E, a dire il vero, oggi più che mai abbiamo tutti bisogno di essere consolati e di essere efficacemente aiutati a sperare.



  Nell'evento dell'Assunzione di Maria ci è richiamato non solo il destino di eccezionale splendore della «piena di grazia», ma anche il mistero della nostra morte e della nostra vita. Perché ciò che è avvenuto in lei con anticipazione privilegiata, avverrà anche in noi, se anche in noi come in lei si affermerà sulle nostre debolezze e sui nostri errori, il desiderio sincero di conformare la nostra esistenza al disegno del Padre.

Anche Maria — come capiterà a ciascuno di noi — è arrivata alla fine dei suoi giorni terreni e, «per la nostra condizione mortale, ha dovuto abbandonare questa vita».

Ma poiché «ha creduto», — cioè si è af-fidata totalmente al Dio suo Salvatore — grandi cose ha fatto in lei l'Onnipotente, come ci ha detto lei stessa nel suo bellissimo cantico di lode. Poiché con umiltà ha voluto essere la «serva» del Signore, ora tutte le genti la dicono beata.

Questa è una grande lezione che riceviamo da lei; una lezione di vita, che parte dal fatto temuto, ma in ogni caso inevitabile, della nostra morte. Considerata per se stessa, senza una prospettiva superiore, la morte è un incidente enigmatico e spa-ventoso, che vanifica tutti i valori terreni e azzera tutte le nostre conquiste personali.


Contemplata invece e accolta nel progetto globale di Dio, è la garanzia per una vita più vera e più intensa.
Gli uomini del nostro tempo — intenti come sono a diventare sempre più efficienti, sempre più scientisti, sempre più razionalisti — non trovano più il tempo di essere ragionevoli. E in particolare davanti alla morte si collocano in un atteggiamento senza saggezza.

Da un lato, ne censurano il pensiero, ne nascondono i segni e gli effetti, non ne vogliono mai sentir parlare, come se tacendone il nome la si potesse schivare.
Dall'altro lato, ne estendono sempre più il dominio con incredibile spensieratezza: pongono oggettivamente — di là dalle intenzioni consapevoli — al servizio della morte la loro ossessione di divertirsi senza misura, la loro frenesia di correre sempre più veloci.
E quel gusto inebriante di concedersi ogni trasgressione, che potrebbe apparire un'affermazione di libertà, è invece solo impulso ad autodistruggersi.

Alla fine ciò che dovrebbe essere un'affermazione di vitalità e di capacità a esporsi a tutte le esperienze, si risolve in una strana e incosciente vocazione al suicidio. Basti pensare alle decine e decine di giovinezze stroncate sulle nostre strade a ogni fine settimana, senza che venga mai in mente a nessuno di fare una manifestazione di protesta per questa vera e propria guerra contro l'uomo.

Perfino l'esercizio della facoltà generativa — che nel piano del Creatore è intrinsecamente posta al servizio della vita — una volta che è stata offerta senza difese agli stravolgimenti dell'egoismo, amplifica e influisce le occasioni di morte; morte di malattia senza rimedio per chi viola spudoratamente in questo campo le regole del gioco, che sono i comandamenti di Dio, e morte purtroppo anche per gli innocenti, al tempo stesso e dalle stesse persone chiamati a vivere e condannati a morire.

Alla luce della verità dell'Assunzione, è facile riconoscere che oggi da molti non si sa più né morire né vivere. Non si sa più morire, perché senza speranza cristiana — continuamente soffocata e irrisa dalla cultura dominante — non resta che rassegnarsi all'assurdità della disperazione e all'accertamento angosciato dell'insensatezza di tutto. E non si sa più vivere, perché senza l'anelito a fare la volontà del Padre e corrispondere al suo amore, tutta la nostra smania di fare, di realizzarci, di volere sempre di più, diventa solo una corsa senza significato e senza gioia verso il niente.

Maria, che lungo gli anni del suo pellegrinaggio sulla terra ha inverato sempre più il sì detto nell'annunciazione fino all'accettazione della tremenda prova del Calvario, al termine di questa sua esistenza impreziosita dall'amore non è finita nella assurdità disperata del nulla: è finita nella gloria del cielo. E così la sua sorte è diventata primizia e raffigurazione di quella di tutti i credenti.

Questa è la ragione di consolazione, questa la speranza che non delude, che ci viene ripresentata e rav-vivata in questo giorno. Il cristiano, che guarda con intelligente affetto alla Madonna Assunta, impara dunque a vivere e impara a morire; a vivere e a morire da figlio amato da Dio e da creatura ragionevole.

La Vergine Madre di Dio — che oggi filialmente onoriamo nel glorioso momento conclusivo della sua vicenda di fede, di obbedienza, di abbandono senza riserve al progetto del Padre — ci aiuti a vivere e ci aiuti a morire: «Adesso e nell'ora della nostra morte», come ripetiamo nell'Ave Maria. Ci aiuti a capire — non solo con la punta della nostra mente ma con tutte le fibre del nostro essere — che, come dice San Paolo, «nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore» (Romani 14, 7-8).




da: Giacomo Biffi,Piena di Grazia - Meditazioni su Maria
Edizioni Piemme Spa - 15033 Casale Monferrato (Al) via del Carmine 5 - 1997
, pp 43-47





 

sito web ufficiale: www.suoredimariabambina.org