TEMPO ORDINARIO
Credere per dare senso al presente
don Bortolo Uberti



UN SENTIERO DA RITROVARE


L’uomo è un pellegrino nella stagione dell’esistenza: attraversa il tempo, il suo e quello del mondo, e cammina verso un orizzonte. Non lo fa da solo e lo fa spesso su sentieri impervi. Attorno a sé l’uomo gode della compagnia di molti che sono in viaggio con lui: alcuni sono fratelli solidali, mentre altri sono rivali o nemici. Le vie che percorre sono a volte invitanti e chiare, altre volte, invece, si perdono nella confusione e si interrompono nelle difficoltà.
Attraversiamo una stagione segnata dall’incertezza e dalla precarietà: non solo nel lavoro, nell’economia e nella finanza, ma soprattutto nelle relazioni, nei punti di riferimento, nelle prospettive.
Non solo il giovane, ma l’uomo in generale si interroga sulla propria identità e sui propri desideri:
«Chi sono?» e: «Che cosa cerco?».
Più ancora, l’uomo contemporaneo si domanda: «Su che cosa si fonda la mia esistenza?» e: «Che senso posso dare al mio lavoro, ai miei affetti, al mio impegno?».

 

L’uomo contemporaneo si muove a volte nel labirinto della complessità che lo circonda e sosta, altre volte, sull’orlo del vuoto che lo spaventa. Ma il pellegrino nel tempo percepisce, nonostante tutto, di essere cercatore di felicità autentica. Stanco di gioie a basso prezzo che velocemente si trasformano in delusioni, stanco di illusioni che non conducono da nessuna parte e lasciano l’amaro in bocca, l’uomo anela a qualcosa di grande che sia fondamento e senso, l’uomo cerca una relazione che dia pienezza all’esistenza.

Per questo, l’uomo pellegrino, cercatore di gioia, è navigante dell’infinito: è un sincero cercatore di Dio. Soltanto incontrando lui la vita sarà piena e l’orizzonte abbraccerà l’eternità.


  Il punto di partenza di ogni cammino di ricerca è costituito dal luogo e dal tempo in cui si è posti.
Mi chiedo: «Dove mi trovo?», e declino questa domanda secondo prospettive molteplici.

A livello personale: «Quali sono le mie certezze e le mie relazioni, la mia vocazione e le mie prospettive?».

A livello sociale e culturale: «Quali pensieri attraversano il mondo, e quali eventi stanno segnando la storia? Che cosa mi offre e che cosa mi chiede la società in cui abito?».
A livello spirituale: «Ha senso cercare Dio?» e: «Qual’è il suo volto?».

In questo punto di partenza l’uomo ha già una certezza, importante e per nulla scontata: non è uomo per caso. Non è venuto al mondo e non lo abita per una coincidenza fortuita o casuale; ciascuno è ben più della somma degli elementi chimici che lo compone e della natura biologica che lo struttura. Intuisce che all’origine sta un mistero che lo ha generato e che lo ha posto sulla terra con un disegno solido e un progetto d’amore.



L’OSPITE GRADITO

L’uomo, cercatore di gioia, sa che può trovarne la sorgente nell’appartenere a qualcuno. La più grande tristezza è la solitudine; anche quella della propria origine. Essere frutto del caso significa non essere di nessuno, mentre sapersi creati da Dio per amore significa collocarsi dentro un pensiero e un cuore grandi di qualcuno che ci ha preceduti e che ci ha voluti. Fin dal primo istante della mia esistenza io sono un uomo che è stato pensato e che è stato posto nel mondo. Lo stesso concepimento da parte dei genitori e lo stesso parto della donna dicono questa verità: noi siamo stati attesi, desiderati e messi al mondo da altri. Con questa consapevolezza, allora, ci orientiamo nel mondo e percorriamo la nostra strada.



Eppure la nostra società sembra aver dimenticato Dio o essere indifferente nei suoi confronti. Non ci sono solo un rifiuto positivo o un ateismo pratico, fatto di scelte e di criteri lontani dalla trascendenza; c’è piuttosto la presunta consapevolezza di poter fare a meno di Dio: un Dio che non è più necessario, perché l’uomo può cavarsela da solo. La conseguenza di questa presunzione conduce l’uomo alla solitudine e alla rassegnazione dinanzi al suo limite; l’uomo che si pensa semplice frutto del caso è destinato al fatalismo: la sua vita sarà affidata alle sole sue mani e alla benevolenza della sorte. Un rischio troppo grosso.
Ma, nonostante tutto, nell’uomo contemporaneo permangono una nostalgia di Dio e un desiderio sincero di trascendenza. L’uomo ha bisogno di un respiro che lo porti oltre il proprio limite e oltre il confine delle sue possibilità: possibilità intellettuali, di potere e di ricchezza.

Lo scrittore Erri De Luca, nel breve romanzo «Il peso della farfalla», fa dire al cacciatore di cervi, prossimo alla morte, che la sua vita «era da restituire, sgualcita dopo averla usata. Che creditore di manica larga era quello che gliela aveva prestata fresca e se la riprendeva usata, da buttare. Gli serviva credere che c’era un capomastro e che il mondo era il suo manufatto? Non serviva per parlargli, per crederlo in ascolto, però era un pensiero che teneva compagnia. [...] L’uomo prosperava in sua assenza. Aveva imparato il bene e il male servendosi da solo. Era impossibile un padrone di tutto, però quell’impossibile teneva compagnia. Gli piaceva dire, di fronte al cielo che calava in terra per la sera, un grazie al capomastro»
(ERRI DE LUCA, Il peso della farfalla, Feltrinelli, Milano 2009, p 42).

Per l’uomo in ricerca, Dio è, inizialmente, un pensiero che tiene compagnia; ma questo pensiero ha bisogno di un volto, e questa compagnia ha bisogno di un legame di reciprocità.
Gli esperti di sociologia sostengono che le nuove generazioni sono abitate dall’ospite inquietante del nichilismo che «penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui»
(UMBERTO GALIMBERTI, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano 2007, p 11).

Credo, invece, che i giovani, e non solo loro, siano abitati anche da un ospite gradito, capace di riempire di senso i loro giorni, di dare ragione della propria origine e di svelare un futuro affascinante ma non utopico e impraticabile; un ospite in grado di soddisfare le domande serie sulla vita e sulla morte, sul dolore e sulla giustizia, sugli affetti e sulla vocazione.
Questo ospite gradito è Dio, il Padre di Gesù Cristo, il Padre di tutti gli uomini. È un ospite discreto che si nasconde nell’intimo di ciascuno e parla al cuore; lo fa, però, senza alzare la voce e senza imporsi con arroganza. Così aveva fatto con Elia sull’Oreb: il profeta, perseguitato e angosciato, si era rifugiato sul monte in cerca di speranza e di salvezza; lì Dio gli parla e gli indica il suo futuro, non attraverso la voce forte del vento impetuoso, del terremoto o del fuoco, ma attraverso «il sussurro di una brezza leggera» (1Re 19,12).
Tra tante parole urlate per imporsi e tra molti brusii logoranti c’è ancora il sussurro di una brezza leggera che domanda di essere accolta e ascoltata; c’è un ospite gradito che cerca lo spazio di un incontro e la promessa di una relazione.

Quell’impossibile che tiene compagnia può diventare possibile nella vita di ciascuno, e sarà un ospite non solo gradito, ma a cui essere grati. Dio è la presenza discreta che interpreta la vita e la apre a un orizzonte di gioia e di verità. Il capomastro o l’ospite gradito o il sussurro della brezza domanda il coraggio di un affidamento: un atto di fede, esigente, ma possibile.


LA FEDE È UN DONO

La fede è una grazia che l’uomo riceve. La scopre dentro di sé nell’intimità dei propri pensieri e dei propri affetti; la scorge nelle vicende che hanno costellato e costellano la sua vita, nella propria biografia, fatta di incontri, di scelte, di volti. È come il respiro e il battito del cuore, che fanno di ciascuno di noi un essere vivente.

Non è un sentimento, perché il sentimento è fragile: oggi c’è ma domani non si sa, a volte è intenso, altre volte è debole. La fede è una grazia che rende unica l’esistenza, la fa essere speciale, vale più della vita stessa: senza di essa la vita sarebbe in bilico sul vuoto. Questa grazia è la presenza di Dio in noi; o meglio, è il nostro vivere in Dio, è il nostro essere in lui. In origine Dio ha plasmato l’uomo dalla terra, gli ha dato una forma, lo ha creato a sua immagine; ma non si è fermato lì. Dopo averlo fatto con la polvere del suolo, Dio «soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7). È la presenza dello Spirito di Dio in noi che fa della nostra vita una vita autentica: è questa la grazia che ci precede prima che ciascuno possa formulare un pensiero o compiere una scelta. All’inizio sta un Dio che ha voluto abitare in noi; di questa grazia dobbiamo essere riconoscenti, nel segno dello stupore e dell’accoglienza.

 

La grazia della fede abita la storia. I testi della Sacra Scrittura sono il racconto dell’agire della grazia di Dio nel mondo, nella storia degli uomini e di ogni singola persona, dall’origine fino al compimento nella pasqua di Gesù; in questo compimento noi oggi viviamo e ne siamo collaboratori. Attraverso parole e segni, persone e popoli, Dio ha tracciato il suo disegno sul mondo: ha sancito un’alleanza con il popolo d’Israele, ha scelto re e profeti, e dentro le pieghe della storia ha rivelato la sua misericordia e la sua giustizia. La grazia della presenza di Dio non è mai stata una grazia astratta ed è incessabile: anche nei momenti del peccato e della distanza da lui, l’uomo ha potuto costatare che Dio tornava a cercarlo, a parlargli e a convertire il suo cuore.

Così Dio ha rivelato il suo nome e il suo volto, non si è nascosto, ma si è messo in gioco con questa umanità. Ha creduto in noi e ha rischiato tutto, anche il proprio Figlio. Così, ogni volta che la Scrittura parla di Dio ce ne parla come di un Dio in relazione profonda e di appartenenza con qualcuno: è il Dio dei padri, di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, è il Dio di Israele; un Dio che intesse legami e che fa la storia.
Credere significa allora riconoscere e coltivare questo legame con lui; significa costruire con lui la nostra storia.


Questa storia è una grazia perché il primo passo è sempre quello di Dio che ci sta accanto ogni giorno: non ci ha soltanto messi al mondo, ma in questo mondo cammina con noi. Il Signore aveva camminato di fianco al suo popolo nel deserto, verso la terra della libertà, e lo aveva fatto nel segno della nube e del fuoco, nella parola scritta sulle tavole di pietra e dentro la tenda del convegno.

Gesù ha camminato insieme ai suoi discepoli lungo le strade della terra d’Israele fino a Gerusalemme, la città della Pasqua e del compimento: ha camminato ascoltando e insegnando, consolando e guarendo.
La grazia della fede, segno dell’origine e della presenza di Dio dentro la storia di ciascuno e in quella dell’umanità, è una grazia che ci precede e che, nello stesso tempo, ci interpella; è una grazia che ci dà forma e ci domanda una risposta; è una grazia assolutamente libera e gratuita, un amore che non pretende nulla in cambio ma, nello stesso tempo, ci coinvolge da protagonisti nel grande disegno di creazione e di redenzione del mondo. A questa grazia ci dobbiamo abbandonare come il bimbo che si consegna nelle braccia della madre con la fiducia e con la certezza che, da quell’abbraccio, non sarà deluso. Il salmo 131 al secondo versetto dice: «
Come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia».



don Bortolo Uberti cappellano dell’Università degli Studi di Milano Statale e Milano Bicocca e segretario della consulta diocesana di pastorale universitaria, Credere per dare senso al presente


da:
Credere per dare senso al presente - Nel Segno dell'Unità 2013-2
Rivista qudrimestrale della Congragazione Suore di Carità delle sante B. Capitanio e V.Gerosa - pp 44-47



 

sito web ufficiale: www.suoredimariabambina.org