TEMPO PASQUALE
Il pastore «bello»
Luigi Pozzoli


Di solito, con riferimento a questo testo di Giovanni, si parla del buon pastore.
Ma nel testo greco c'è l'aggettivo
kalos, che vuol dire bello. Si dovrebbe quindi parlare del pastore bello. Perché Gesù applica all'immagine del pastore un aggettivo che solitamente troviamo associato ad altre parole, come amicizia, volto, sorriso, poesia, paesaggio?
Qui la bellezza non viene messa in relazione con l'aspetto esteriore del pastore, ma con il suo modo di comportarsi che si differenzia totalmente da quello degli altri pastori.

Una nota rilevante riguarda il modo con cui il pastore
bello entra in rapporto con il suo gregge.
Mentre gli altri pastori vedono il gregge come una massa indifferenziata di pecore su cui esercitano il loro controllo, imperioso e coercitivo, il pastore proposto qui come modello
conosce le sue pecore e viene da esse riconosciuto. Passiamo dalla parabola alla verità nascosta sotto il velo delle immagini. Se il pastore bello è l'immagine di Gesù e Gesù è l'immagine fedele del Padre, è in gioco tutto il discorso su Dio.

  Tra le tante affermazioni che la cultura dei nostri tempi ha espresso su Dio, ne scelgo due, entrambe provocatorie.
Una è di un filosofo (Sgalambro) il quale dice:«Dio esiste, ma è peggio di noi ».

L'altra è di un letterato (W. Golding):
«Non mi è difficile credere in Dio. L'importante è che lui creda in me».
Queste parole esprimono il sospetto che Dio sia lontano, o indifferente, o presente solo come uno che si compiace di far intervenire il rigore della legge.

Ma il Vangelo ci offre di Dio un'immagine esattamente opposta. Dio non soltanto è vicino a te (anche nel Corano si legge che « Dio è più vicino a te della vena del tuo collo »), ma Dio è anche premuroso e sollecito, attento ai tuoi passi, trepidante per ogni tua scelta.


A questo modo Gesù ci libera dalle immagini intollerabili di Dio, causa di nevrosi e di ateismo, e al tempo stesso ci libera da quella esperienza di solitudine e di vuoto che ci porta a esprimere talvolta questo lamento: «La mia vita è proprio insignificante: nessuno che si ricordi di me e che mi dimostri un poco di quella amicizia che fa vivere ».

«C'è una presenza tenera e amante che non ti dimentica» ci dice Gesù. «Il tuo nome, Dio lo tiene scritto sul palmo della sua mano ».

Ritorniamo alla parabola.
C'è una seconda nota che rende bella la figura del pastore:«Io offro la mia vita».
Gli altri pastori si servono delle pecore per vivere, il vero pastore invece è lui che dà la vita per le sue pecore. Gesù mette l'accento sul dono della vita.

Amare, per Gesù, vuol dire dare la vita. Questo è il modo con cui Dio ci ama.
Non dobbiamo perciò aspettarci da Dio i segni della potenza secondo la logica umana.
Noi Dio lo vorremmo diverso: come dispensatore di miracoli, come operatore di interventi forti e visibili, come signore della storia, da vincitore. E non nascondiamo la nostra delusione tanto da pensare che se Dio ha creato questo mondo avrebbe molte cose da farsi perdonare.

Perché non mette un po' di ordine in questo mondo così mal riuscito?
Perché non è capace di convertire i lupi in agnelli o quanto meno di togliere ai primi almeno un po' della loro spavalda sicurezza e di dare agli agnelli un po' della forza dei lupi?
Gesù ci risponde: «Io offro la mia vita. Questo è il mio modo di amare, il modo di amare di Dio.
Tu soffri?
Io vengo e soffro con te.

Ti senti "pietra scartata dai costruttori" di questo mondo i quali amano scartare le pietre inutili?
Io sono pietra scartata come te, accanto a te. Ciò che posso darti è il mio amore perché tu ti senta amato e continui ad amare.
La forza è tutta qui. Il vero miracolo è qui. Perché solo l'amore alla fine vince».

C'è un altro punto importante della parabola: «Ho altre pecore che non sono di quest'ovile ».
Quali pecore? E se fossero quelle che noi consideriamo indegne di far parte del gregge? Noi amiamo i recinti chiusi, dove tentiamo di sequestrare Dio giudicando in nome suo chi è degno di stare con noi e chi invece deve essere lasciato fuori. Questo orgoglio è il più sottile e distruttivo che ci possa essere perché rende intolleranti e alimenta le contrapposizioni più violente. Questo orgoglio è espressione dell’ateismo più tragico perché rappresenta una forma di negazione di Dio da parte di chi pretende di servirlo.
Quando, per esempio, il Papa grida contro la xe-nofobia, la paura dell'immigrato, la mancanza di ac-coglienza verso Io straniero, mentre tanti cattolici benpensanti vorrebbero suggerirgli di occuparsi di cose più attinenti all'ambito religioso, egli difende non soltanto i diritti dei più deboli, ma l'immagine stessa di Dio.
Perché Gesù tende la mano proprio a coloro che sono esclusi per ragioni morali, religiose o sociali:
samaritani, pubblicani, prostitute, donne adultere, peco-re perdute, figli prodighi.

La sua missione è di rivelare che il vero nome di Dio è amore, non rigore.

Ecco dove ci ha portati la riflessione sul testo di Giovanni: a capire che l'immagine del pastore non è soltanto consolatoria, ma creativa, perché suscita giudizi nuovi, sentimenti nuovi, decisioni nuove, e a capire inoltre perché il pastore della parabola è bello.
Dopo aver contemplato il volto del nostro Dio attraverso l'immagine del pastore che ci ha dato Gesù dovremmo tradurre la nostra emozione in una silenziosa dichiarazione di amore: potremmo mormorare: «Signore, tu sei bello!», sapendo che dire a qualcuno: «Tu sei bello! », è come dirgli: «Io ti amo».





Luigi Pozzoli, sacerdote diocesi di Milano - (n. 10.03.1932 - m. 18.12. 2011)


da:
L'acqua che io vi darò - Commento alle letture festive - Rito romano e ambrosiano
Paoline editoriale Libri - Figlie di san Paolo 2005, via F. Albani, 21 20149 Milano- pp 116-120




 

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