TEMPO PASQUALE
Pedagogia divina in vista della gioia
Luigi Pozzoli


Letture di riferimento: Atti 10,25-27.34-35.44-48; Salmo 97; 1Giovanni 4,7-10; Giovanni 15,9-17



Ci procura un'emozione straordinaria la gioia che viene promessa da Gesù.
Perché senza la gioia non si potrebbe vivere. Noi solitamente cerchiamo il piacere, ma il piacere, che è una sensazione di ordine fisico, non coincide con la gioia. Noi cerchiamo la felicità, ma neppure essa è da confondere con la gioia: basti dire che, legata com'è al mondo delle emozioni, si rivela molto fragile, mentre la gioia sembra evocare qualcosa di più profondo e di più duraturo.
La gioia è come la pace che Gesù più volte ha augurato e donato, pace diversa da quella del mondo, perché può realizzarsi anche all'interno di una situazione investita da tanti problemi.

Come si ottiene questa gioia?
È certo che si rende imprendibile per chi pensa di procurarsela attraverso accorgimenti o iniziative perso-nali (come se bastasse, per esempio, un buon matrimonio o una bella carriera o una comoda casa di campagna). Viene in mente quello che Angelus Silesius, il grande mistico del XVII secolo, diceva a proposito della rosa: «La rosa fiorisce senza perché ».
Anche della gioia si potrebbe dire la stessa cosa: è un dono inspiegabile, da accogliere con stupore tutte le volte che se ne percepisce il profumo come di una rosa appena fiorita.

 

Leggendo il Vangelo si ha comunque la possibilità, se non di spiegare le ragioni segrete della gioia del cristiano, di seguire quasi un percorso ideale segnato dalle tracce della sua presenza.

Il primo momento rivelativo della gioia è l'esperienza di essere amati. Per assaporare il gusto della vita è fondamentale poter dire: «So di essere amato ».

  Proprio di questo ci vuole rendere persuasi Gesù quando ci dice: « Come il Padre ha amato me, così anch' io ho amato. Rimanete nel mio amore ».

Dio, nel Vangelo di Giovanni e nelle sue lettere, è presente non tanto come l'onnipotente, sovrano assoluto ed eterno che regge tutto con la sua volontà, ma semplicemente e incontestabilmente
come «colui-che-ama».
Se è vero che la parola più bella, nell'amore, è poter dire: «So che tu mi ami », questa parola la possiamo mormorare con immensa fiducia rivolgendola a Dio:
«So che tu mi ami, sempre, instancabilmente.
So che qualunque cosa abbia fatto nella mia vita passata, qualunque cosa possa fare domani, niente potrà essere separato dalla tua bontà, dalla tua misericordia e dal tuo perdono ».

Bisognerebbe osservare che questo amore di Dio genera una gioia altrimenti irraggiungibile anche perché si presenta sotto la forma della più limpida amicizia.

«Non vi chiamo più servi..., ma vi ho chiamato amici», dice Gesù.
È proprio dell'amicizia abolire le distanze, superare la paura per fare spazio alla confidenza, entrare in un rapporto sempre più aperto alla bellezza del donare.
Ma a questo punto è bene non illudersi. Questa gioia che ci è data non perché venga custodita nel proprio intimo come un dono privilegiato ed esclusivo.
È vero che Gesù ha detto: «Rimanete nel mio amore». Ma se fossimo tentati di pensare che
rimanere, dimorare suggeriscano l'idea che ci si può arrestare perché si è arrivati, Gesù si affretta a correggere questa illusione dicendo pochi versetti più avanti: «Vi ho costituiti perché andiate».

Come è possibile dimorare e partire allo stesso tempo? Si può capire se si pensa che l'amore è sempre di sua natura in movimento.

Chi si sente amato, non può installarsi nell'amore, ma sente il bisogno di amare.

Amor est in via, dicevano certi autori medievali: l'amore è vero quando sta sulla strada, cioè nella ferialità di ogni giorno.

Anche Camus, che pure aveva tante obiezioni contro il cristianesimo, sentiva come il dare amore fosse il segno di una vita pienamente riuscita tanto da lasciare nel suo diario questa nota: «Se dovessi scrivere un libro di morale, ci sarebbero cento pagine e novantanove rimarrebbero in bianco. Sull'ultima scriverei: conosco un solo dovere ed è quello di amare».
Camus parla di dovere come Gesù parla di comandamento, ma il senso è chiaro:amare è un'esigenza profonda dell'animo umano per conseguire quella pienezza di gioia che Gesù ha promesso.

A questo punto possiamo rispondere a tre domande fondamentali: dove sei? dove vai? che cosa speri?

  «Dove sei? » è la domanda che Dio rivolge ad Adamo. E ciascuno potrebbe dire: «La mia dimora è l'amore di Dio. Da questa dimora non temo di essere allontanato, perché Dio non allontana nessuno ».

  Dove vai? Nel vangelo apocrifo di Tommaso c'è questo detto attribuito a Gesù: «Io sono di passaggio». Anch'io sono di passaggio, e questo passaggio lo compio in comunione con colui che passa con me: in co-munione con una presenza che mi parla solo di amore.

  Dove vado? Potrei dire che vado non verso un luogo, ma vado là da dove vengo, vado là dove sono sempre stato. L'unica dimora, mi dice Gesù, è l'amore del Padre.

E che cosa ti aspetti?
Di udire da una voce amica, al termine del viaggio terrestre, questa meravigliosa parola che ho trovato nel Vangelo: «Entra nella gioia del tuo Signore».


Luigi Pozzoli, sacerdote diocesi di Milano - (n. 10.03.1932 - m. 18.12.2011)


da:
L'acqua che io vi darò - Commento alle letture festive - Rito romano e ambrosiano
Paoline editoriale Libri - Figlie di san Paolo 2005, via F. Albani, 21 20149 Milano- pp 125-128



 

sito web ufficiale: www.suoredimariabambina.org