ASCENSIONE
L'Uomo innalzato nella gloria

Inos Biffi


At 1,1-11; Sal 46; Ef 1,17-23; Mt 28,16-20

L'Ascensione di Gesù, che pure ha sottratto il Signore dalla sua conversazione sensibile sulla terra, è motivo di gioia per la Chiesa. «Esulti di santa gioia la tua Chiesa» dice la colletta «per il mistero che celebra». Un mistero: cioè un avvenimento carico di significato e di efficacia salvifica.
La ragione della gioia nel mistero dell'Ascensione è descritta in termini precisi: «In Cristo asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te - al Padre - e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere il nostro Capo nella gloria».

La festa di Gesù

Dopo l'esperienza della passione e del suo abbassamento, la risurrezione costituisce Gesù Signore di tutto l'universo. La risurrezione è la regalità di Cristo. L'eterno disegno divino aveva fisso, come senso, modello e fondamento di tutta la creazione, l'umanità gloriosa del Figlio di Dio. Nel suo orizzonte sono comprese tutte le cose, che si dequalificherebbero, in un certo modo fino alla sparizione, se istituissero una identità e una consistenza fuori o in antitesi rispetto a Gesù. L'immagine dell'Ascensione descrive il compimento dei misteri di Cristo e la conclusione della loro riuscita «alla destra del Padre», dal quale il Signore riceve «ogni potere in cielo e sulla terra».

L'Ascensione è la festa anzitutto di Gesù Cristo, che si presenta al Padre nella sua natura umana arricchita dei valori della salvezza, e con i meriti della fedeltà e dell'obbedienza. Anche la natura umana di Adamo era partita da Dio ma, si direbbe, non vi ha fatto ritorno, non è riuscita; grazie al sacrificio della croce l'umanità di Gesù è portata a perfezione in maniera così unica e assoluta, come umanità del Figlio di Dio, da essere esemplare e criterio per tutto quello che ci sia «non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro».
Il tempo non condiziona più Gesù Cristo, e neppure lo spazio gli può fare obiezioni. Ogni « nome » ne dipende; egli è « al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione ». Per questo Gesù è contemporaneo, e la storia vale configurandosi su di lui. Non ci sono plaghe di assenza dove siano validi altri modelli o dove egli non sia in grado di operare. Egli è in maniera assoluta «Mediatore tra Dio e gli uomini, giudice del mondo e Signore dell'universo».

  «Quanto Dio compie in Cristo fa da forma e da modello a quanto egli compie in noi.
Tutto a Cristo è sottomesso. Alcune cose lo sono con l'adesione della volontà, come al Salvatore: è il caso dei giusti, che in questa vita assolvono la volontà di Dio; questi sono a lui sottomessi perché egli colmi il loro desiderio e la loro volontà.
Altri invece sono soggetti a lui con cuore ribelle, come a un giudice, che impone loro la sua volontà»: la signoria di Cristo, secondo queste parole di san Tommaso, si attua perfettamente quando è una comunione di amore con lui.

Parlando in particolare del primato di Gesù sulla Chiesa, lo stesso Santo scrive: «Il corpo è fatto per l'anima, il corpo naturale è come la pienezza dell'anima.
Così la Chiesa è stata istituita per Cristo, ne è la pienezza. Infatti: tutto quanto si trova virtualmente in Cristo viene come portato a compimento nei suoi membri nella Chiesa.
Tutti i sensi e i doni spirituali, tutto quello che ci può essere nella Chiesa - e che esiste in Cristo in sovrabbondanza - deriva da lui nei membri della Chiesa ed è portato alla perfezione in essi».


La signoria di Cristo è ora in atto nel mondo e nella storia precisamente per l'edificazione della Chiesa. Egli affida agli apostoli la missione di annunziare il Vangelo a tutte le nazioni, di farle rinascere nel bagno, dove opera il mistero della vita trinitaria: col lavacro, per virtù dello Spirito, si diviene, in Gesù, - il Figlio eterno del Padre - figli a sua somiglianza; egli manda i discepoli come guide, così che il Vangelo sia assunto a forma di vita. Il ministero è sì degli apostoli, ma l'efficacia proviene da lui che non li abbandona a sé soli: «Io sono con voi tutti i giorni; sino alla fine del mondo». Diversamente l'evangelizzazione sarebbe vuota, il battesimo senza effetto, l'esperienza cristiana senza esito. Occorre avvertire con estrema acutezza questa presenza di Gesù risorto, che non ci ha lasciato per stare alla destra del Padre, ma al contrario, proprio perché alla destra del Padre, ha il potere di essere presente e operante « in cielo e sulla terra».

La presenza del Signore
Una prima conseguenza per i pastori d'anime: la loro azione è radicalmente innestata su quella di Cristo, che anima e sostanzia il lavoro ministeriale. Da qui un'umiltà profonda e una incrollabile fiducia; la certezza di una forza che dilegua le impressioni di incapacità e di impotenza; il sentimento di una vicinanza che sa colmare le solitudini e rimarginare le ferite delle delusioni. Il sacerdote è a servizio non del mondo ma di Cristo, perché - sopra scriveva san Tommaso - la Chiesa è per Gesù Cristo: lui solo è capace di costruirla, poiché essa è opera divina, è la Sposa del Signore gelosamente custodita e resa splendida da lui e per lui. Non sono i sacerdoti che fanno la Chiesa, ma è lo Spirito di Gesù, che certo agisce tramite la loro amorosa dedizione e sincera fedeltà.

Il carattere sacerdotale è il vincolo oggettivo, per il quale viene assicurata la riuscita dei gesti del ministero, il frutto quindi della presenza di Cristo, di là dalla stessa dignità del prete.

La conseguenza per ogni fedele è il sentimento della prossimità di Gesù, attraverso la parola, i sacramenti, il governo pastorale nella Chiesa; è la convinzione che il popolo di Dio, di cui si fa parte, sta soprattutto a cuore a Gesù Cristo, dal momento che la Chiesa è il suo «Corpo», la sua manifestazione e il suo sacramento.
Lui in persona interviene a farci Chiesa. Il tempo che si frappone tra l'Ascensione di Gesù e la sua venuta un giorno - cioè il tempo della Chiesa - ci chiama a rendere evidente la forza dello Spirito Santo e la verità della testimonianza dinanzi a tutti gli uomini; ci invita a meditare, a vivere e a dire a tutti che non siamo abbandonati alla «povertà della nostra condizione umana» ma che il Signore glorioso «ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria» (Prefazio).

La festa dell'uomo
L'Ascensione è la genuina esaltazione dell'uomo; si direbbe: la festa dell'umanesimo cristiano. Si tratta di capire che Cristo non è l'alternativa dell'uomo; che egli non si aggiunge a lui, come uno dei tanti, e neppure in un secondo tempo, ma che semplicemente egli è l'immagine e l'identità dell'unico uomo che di fatto Dio nel suo disegno ha concepito. Non c'è l'umanesimo e il cristianesimo. Più che l'umanesimo integrale, noi predichiamo il cristianesimo integrale, nel quale sicuramente riscontriamo l'uomo riuscito, a partire dall'umanità di Gesù. Su questa verità deve soffermarsi spesso la nostra riflessione, facilmente esposta agli equivoci dei dualismi: da un lato il Vangelo e dall'altro l'uomo. Per cogliere questo dobbiamo avere uno «spirito di sapienza e di rivelazione » e « occhi della mente» illuminati, come dice Paolo. Allora possiamo vedere « a quale speranza » siamo stati chiamati, «quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti».

Il giusto senso del progresso
Tutto questo significa avere coscienza del mistero di Gesù - che è la somma del piano di Dio - e del nostro mistero, che fa parte di quello di Gesù.
Noi prendiamo consapevolezza del nostro essere e del nostro destino esattamente diventando consapevoli dell'essere e del destino del Signore, che è il capolavoro dell'umanità, l'indice che questa è salvata, che è degna alla valutazione di Dio, ed è ormai indissolubilmente legata a lui, nel cuore stesso della vita trinitaria.
Meditare sull'Ascensione del Cristo vuol dire avere il giusto senso del progresso: questo si realizza e vale nella misura in cui significa conformità a Gesù, all'umanità che egli porta in sé, essendo posto come l'unico principio di valore. Più ci avviciniamo al Signore e più progrediamo. Il progresso è solo crescita di speranza cristiana, superamento dei germi di morte che ci vengono dal peccato e che la Pasqua ha eliminato. Il progresso è la maturità nella grazia, che via via si accosta al «tesoro di gloria».
Il resto è sotto il segno dell'ambiguità e dell'inconsistenza che come destinazione alla morte attraversa tutte le cose. Riesce ed è progresso quanto dice riferimento a Gesù risorto, termine obiettivo di tutte le cose.

Il vero progresso
Se far crescere la speranza, progredire verso la patria eterna, coltivarne il desiderio, è vero progresso, in senso assoluto, allora tutto il resto è soltanto un mezzo. A giudizio superficiale questo appare evasione, in realtà è riuscita: la speranza terrena ci fa solidali con il destino terreno, che in ogni caso occupa solo un segmento della vita e del suo tempo. Il mondo raggiunge il suo fine, la storia conclude, non grazie alla cronologia, alle invenzioni che liberano esteriormente l'uomo, alla cultura che lo dota intellettualmente; la misura discriminante è quella che non viene logorata da nessuna vecchiezza e insidiata da nessuna precarietà; è l'assimilazione all'immagine di Cristo, è la liberazione o redenzione interiore dal peccato: avviene così l'umanità autentica e promossa. A cominciare da questa le cose sono riscattate e possono valere. Ora noi siamo già sotto «l'efficacia della forza di Dio», come dice Paolo nella Lettera agli Efesini, ossia sotto la forza del Signore, che ci attrae e unifica il corso della storia, quella ampia dell'universo, e quella nostra personale, che ci definisce e ci compagina giorno per giorno. Il progresso del mondo è il progresso del Corpo di Cristo che è la Chiesa: «luogo dove è attestata la presenza universale di Gesù, che ingloba lo spazio e il tempo, perché essa congiunge la terra al cielo nella particolarità del "qui" e dell'"adesso"» (J. Radermakers).

Questo congiungimento trova la sua espressione più intensa quando celebriamo l’eucaristia, e la presenza con noi del Signore avviene nel «santo scambio» che associa vitalmente la nostra umanità a quella di Gesù Figlio di Dio. All'eucaristia diventiamo uomini veri.
I «divini misteri» sono l'origine del nostro divenire. Come dice l'orazione che conclude la liturgia dell'Ascensione: «Dio onnipotente e misericordioso, che alla tua Chiesa pellegrina sulla terra fai gustare i divini misteri, suscita in noi il desiderio della patria eterna, dove Cristo ha innalzato l'uomo accanto a te nella gloria». L'uomo non riesce affatto sulla terra, ma solo in cielo.




da:Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla liturgia domenicale e festiva. Anno A
Edizioni Piemme - Ancora 1986, pg. 121-125




 

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