Settimana Santa - GIOVEDI' SANTO "IN CENA DOMINI"
"FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME"
Inos Biffi




Oggi importa comprendere il mandato del Signore: "Fate questo in memoria di me". Solo così si capisce l'eucaristia, il sacramento della passione di Gesù, la sua Pasqua, che ogni discepolo è chiamato a condividere.

Storia di salvezza universale
La notte del tradimento Cristo - come ogni ebreo - ricorda e rivive l'esodo antico e l'esperienza della liberazione; ravviva nei segni il vecchio patto e se ne sente partecipe. Ma, insieme, in quella notte, l'antica alleanza finisce e trova un altro e perenne suggello nel Sangue stesso del Signore, che sancisce una comunione nuova, offrendo il riscatto per il peccato di tutta la moltitudine umana.
Ora l'intervento divino è Gesù, definitivamente, come dono dell'Unigenito di Dio; a lui conclude la storia di Israele - storia di elezione e di grazia - per iniziare una storia di salvezza universale. I gesti di Dio terminano in lui, non perché s'interrompa il tempo ma perché, oltre il figlio, nessun altro dono, nessun'altra grazia è pensabile.

L'eucaristia: sacramento del dramma della vita e della morte di Gesù
Gesù acconsente alla consegna del padre e si lega irrevocabilmente all'uomo, in un'offerta disponibile per ogni tempo e a ciascun uomo che lo voglia ricevere. Il suo dono non si estenua e non si esaurisce; il suo valore prosegue, senza cessare mai, a differenza dei sacrifici passati.


  Per sempre Gesù è Colui che dà se stesso nella forma radicale del suo sacrificio; del suo Corpo elargito e del suo Sangue sparso; della sua Persona che assolve la propria vita e la propria missione; del suo affidarsi col "sì" estremo della morte, con l'adesione che lascia la sicurezza dell'esistenza terrena per trovarla nelle "mani del Padre".

Per sempre Gesù è Colui che invita a mangiare il suo Corpo, a bere il suo Sangue, a prendere parte alla sua carità e alla sua adorazione che redimono e all'amicizia a sua volta assoluta, che irrevocabilmente unisce gli uomini al Padre.


Per sempre egli invita ad entrare a far parte della Chiesa, che è il suo popolo, la sua Sposa, il suo Corpo, la sua fraternità.

A ogni celebrazione eucaristica troviamo il medesimo Gesù, il Gesù risorto, che, mediante il ministero sacerdotale con la sua stessa intenzione dell'Ultima Cena consacra il nostro pane e il nostro vino nel suo corpo e nel suo sangue, nella verità della sua oblazione, e ce li porge perché ci salvino, nella misura della nostra fede e della nostra disponibilità ad accogliere l'unica Grazia che valga, non un suo simbolo, ma Lui stesso. L'eucaristia è il sacramento di questa Cena singolare, inattesa, dove non conta il pane delle nostre cene abituali e il vino dei nostri convitti quotidiani; dove non ci raccogliamo a gustare e a elogiare la nostra compagnia, o quella del nostro gruppo o movimento, ma quella di Cristo, che sta all'origine della grande Compagnia ecclesiale, dove ci ritroviamo, non per merito nostro ma solo per suo dono, per la sua morte e la sua risurrezione.
Ogni eucaristia è sacramento del dramma della vita e della morte di Gesù, trattenute nella storia, a disposizione dell'uomo, fin che l'uomo ne avrà bisogno per la propria redenzione, e per tutto quel tempo che ancora manca alla venuta ultima del Signore.

Una Chiesa che si offre nella carità

Se nell'eucaristia non sentiamo la sua realtà, ma in essa quasi ci disperdiamo nella ritualità, se vi sostiamo come in un campo di simboli, di vestigia del passato, o proviamo solo emozioni che hanno l'attualità passeggera dei nostri stati d'animo; se l'eucaristia è intesa come divario rispetto al sacrificio del Signore invece che la sua rigorosa identità, la nostra non sarebbe un'eucaristia conforme alla volontà di Gesù; egli non sarebbe il nostro cibo e la nostra bevanda. Un'eucaristia che non coincide con cristo, che offre realmente se stesso, non vale.
Il "sacramento" cristiano non sostituisce, non sta al posto di Gesù, ma è solo la forma nella quale egli oggi ci raggiunge: esso è come il tempo e lo spazio della sua presenza attuale. E non per volontà nostra, ma per istituzione sua: come segno della sua signoria che non è mai vinta dalla cronologia. Il sacramento dice l'iniziativa e la possibilità di Gesù Cristo; predica la sua intenzione di trovare in ogni uomo che appaia dopo il suo tempo e oltre il suo spazio terreno.
Gli ebrei, compreso Gesù, celebrando la Pasqua o l'esodo antico se ne sentivano contemporanei, solidali con l'intervento liberatore che Dio proseguiva, secondo un medesimo disegno. Dopo il compimento di Gesù, che di quel disegno è "il Termine", si tratta di fare la celebrazione e la memoria della sua Pasqua, ossia di lui, di vivere la sua contemporaneità, di entrare nella solidarietà della sua liberazione. Se negli antichi riti era conferita la grazia della comunione con la forza redentiva dell'esodo, tanto più l'eucaristia, dove Gesù stesso si è sostituito al rito, ha la forza di trasmetterci il merito del sacrificio unicamente valido, offerto una volta per sempre, dotato della virtù santificatrice estesa ad ogni uomo.

Tutto questo vuol dire il "Fate questo in memoria di me", e noi siamo obbedienti se celebriamo ricevendo il Corpo del Signore. Ma l'obbedienza occorre che prosegua nell'imitazione del dono stesso del Signore, in una Chiesa che come Cristo si offre nella carità.
La memoria di Gesù dona il coraggio di mettersi come lui e con lui all'ultimo posto. La lavanda dei piedi spiega la croce e l'eucaristia.


da:
Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno B
Edizioni Piemme - Ancora 1987, pg. 75-77
 

 

sito web ufficiale: www.suoredimariabambina.org