SETTIMANA SANTA - DOMENICA DELLE PALME
Gianfranco Ravasi


Isaia 50, 4-7; Filippesi 2, 6-11; Matteo 26,14 - 27,66


La settimana centrale dell'anno liturgico, «madre e vertice di tutte le settimane», è basata su una selezione di testi biblici divenuti ormai classici nella riflessione sul mistero pasquale. Data la vastità e la ricchezza dei temi e la profondità delle intuizioni teologiche raccolte in questi brani, dobbiamo riservare

ad essi solo un breve schema interpretativo cercando sempre di «tener fissi i nostri occhi su Gesù, autore e perfezionatore della fede che si sottopose ad una croce, disprezzando l'ignominia» (Eb 12,2).

L'evento della passione e morte del Cristo, narrato e meditato probabilmente in un «proto-vangelo» entrato poi nelle redazioni dei singoli sinottici, è preceduto da due pericopi che ne costituiscono quasi la prospettiva di lettura e di interpretazione.

Il misterioso «Servo del Signore», a cui è dedicato il terzo dei quattro carmi del Secondo Isaia (Is 50:

I lettura), è, pur nella nebulosità della sua figura, un primo abbozzo del profilo di Cristo. Il lamento che nasce dalle sofferenze di questo giusto ha i toni di alcune angosciate «confessioni» di Geremia.
Il servo si presenta, infatti, come un uomo della Parola, un profeta che lancia il messaggio di Dio agli «sfiduciati» (v. 4).


  Ma la realtà più tipica di questo profeta-salvatore è la sofferenza. É percosso sulla schiena come uno stolto, lui, il sapiente per eccellenza, perché portavoce della Parola.

È circondato da un disprezzo aggressivo (sputi e strappo della barba).
Eppure egli va incontro coscientemente a queste conseguenze del suo ministero perché in lui la sofferenza acquista una nuova forma di valutazione rispetto a quella tradizionale: non è più segno di reiezione ma di elezione.

Il grandioso inno paolino, desunto forse della stessa liturgia della chiesa di Filippi (II lettura), è una nuova ed originale interpretazione del mistero pasquale.


Attraverso uno schema «verticale», tanto caro anche alla teologia giovannea, la Pasqua del Cristo è vista come un movimento ascensionale dall'umiliazione all'esaltazione.

La passione-morte dice annichilimento, «condizione di servo», Dio velato; ma contemporanea-mente è rischio positivo, dice anche risurrezione, glorificazione, trionfo pieno, salvezza totale, «nome» divino. Dall'oscurità dell'umanità, da Cristo assunta e trasformata nella sua integralità (compresa l'esperienza decisiva della morte), alla luce della liberazione, della nuova umanità e della nuova creazione.
Il dolore del parto fa nascere un nuovo uomo nel mondo (Gv 16,21), il grano di frumento morto nella terra produce una spiga colma (Gv 12,24), il segno innalzato nel deserto è fonte di vita eterna (Gv 3,14-15): «quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32).

Il cristiano scopre così nel suo redentore crocifisso la misteriosa fecondità del dolore e della morte. Proprio come diceva Paolo ai suoi fedeli dell'Asia Minore: «è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio» (At 14,22).

Abbiamo ora davanti a noi nella sua paradossale semplicità e crudezza la narrazione matteana della Passione (vangelo), racconto raffinatamente teologico, costellato di allusioni bibliche, orientato verso l'uso liturgico, diretto dalla fede e dall'amore, testimonianza d'una religione non d'evasione, ma d'impegno e di donazione. Le scene si susseguono con immediatezza e drammaticità, eppure in ognuna di esse è racchiuso un messaggio e un seme di salvezza.

La cena pasquale (26,14-35) celebra il mistero della continua presenza del Cristo in mezzo al suo popolo. Nel Getsemani (26,36-46) Gesù è il modello del perfetto orante che sperimenta anche l'aspetto di «agonia» che comporta la ricerca della volontà di Dio. Nell'arresto (26,47-56) Gesù ribadisce il suo appassionato amore per il perdono e la non-violenza. Il processo giudaico (26, 57-75) è dominato dall'ultima grande rivelazione di Gesù davanti al suo popolo: «D'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi del cielo».
La solenne dichiarazione di messianicità, di regalità, e di divinità crea ormai il rifiuto totale di Israele e la timorosa debolezza del discepolo (il tradimento di Pietro).

Il processo romano (27,1-31) sancisce la scelta di Israele (Barabba) e svela l'indifferenza (Pilato) ma anche la simpatia dei pagani (la moglie di Pilato) ed è l'ultimo, ironico riconoscimento della regalità di Cristo («re dei Giudei») che la crocifissione (27,32-50) renderà inaspettatamente vera.
Sfila davanti alla croce l'umanità che bestemmia (27, 39-44), sfila il cosmo con le sue forze (tenebre e terremoto), sfilano i credenti nuovi (il centu-rione), sfila la nuova umanità liberata dal Cristo (i morti nei sepolcri).

Con Paolo e con la comunità cristiana primitiva siamo invitati oggi, iniziando la celebrazione pasquale a ripetere il Credo conservato dall'apostolo nella forma sintetica che l'antica catechesi aveva «tramandato» forse fin dall'anno 42: «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture ed apparve» (1 Cor 15,3-5).

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SPUNTI PASTORALI

1.      Proclamiamo oggi la nostra fede nel Cristo morto e risorto. Proclamiamo la nostra speranza nell'umanità redenta e resa «figlia» di Dio. Proclamiamo oggi l'amore che ci salva e che genera in noi amore» (Paolo VI).

2.      La presenza nell'Eucaristia, la notte della preghiera al Getsemani, il perdono verso i nemici, la fede nel Cristo, Figlio dell'uomo, la scelta tra bene e male che ogni uomo deve compiere con la responsabilità della sua coscienza, la croce di Cristo, segno di amore e di glorificazione: su questa trama dobbiamo percorrere le ultime ore di Gesù non nella fredda commemorazione di un rito ma nella vicinanza della fede e della liturgia pasquale.

3.      La povertà radicale del Servo del Signore, Cristo Gesù, giunge sino alla spoliazione totale. È un appello all'abbandono e alla donazione senza riserve. Tutti i cristiani «seguendo Cristo principio di vita, nella gioia e nei sacrifici della loro vocazione, mediante il loro amore fedele, possano diventare testimoni di quel mistero d'amore che il Signore ha rivelato al mondo con la sua morte e risurrezione» (Gaudium et Spes, n. 52).

4.      La Chiesa deve stare col Cristo crocifisso, quindi dalla parte di tutti i crocifissi, gli umiliati, i deboli, gli oppressi. Il suo trionfo non è quello imperiale di certi affreschi rinascimentali ma quello umile e sofferente della croce, il vero trionfo che libera e salva. Gesù entra in Gerusalemme non per insediarsi a capo dell'esercito e dello stato ma per offrirsi come «re mite e umile» (Zc 9,9).


da:
Gianfranco Ravasi Celebrare e vivere la Parola
editrice Àncora/Vita e Pensiero 1983, pag 66-69



 

 

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