TEMPO LITURGICO

   
  Tempo di Quaresima
LA SOFFERENZA È COME UNA SEMENTE

(Riferimenti biblici: Gv. 12,25-26; Gv. 16,20-23; Ebrei 12,4-12)


La misura del cuore dell’uomo si ha dal modo in cui egli accetta la sofferenza. La sofferenza è, infatti, in lui l’impronta di un altro diverso da lui. Perfino quando essa esce da noi per entrare, con il suo pungiglione penetrante, nella coscienza, ciò avviene sempre nonostante il desiderio spontaneo e lo slancio primitivo della volontà. Per quanto possiamo in anticipo essere rassegnati nell’offrirci ai suoi colpi, per quanto possiamo essere invaghiti del suo fascino austero e vivificante, essa, anche se prevista, rimane pur sempre un’estranea e un’importuna.

   
  La sofferenza è sempre diversa da quella che ci aspettavamo, e al suo attacco, anche colui che l’affronta, che la desidera e la ama, non può nel medesimo tempo trattenersi dall’odiarla. Essa uccide in noi qualche cosa per sostituirla con un’altra che non ci appartiene. Ecco il motivo per cui essa ci svela lo scandalo della nostra libertà e della nostra ragione: noi non siamo ciò che vogliamo essere. Per volere tutto ciò che siamo, tutto ciò che dobbiamo essere, bisogna che comprendiamo, che ne accettiamo la lezione e il servizio.

La sofferenza, dunque, agisce in noi come una semente: con essa, qualche cosa entra in noi, senza di noi, malgrado noi. Accettiamola, dunque, addirittura prima di sapere che cosa in effetti essa sia.

Il seminatore getta il suo grano più prezioso, lo nasconde con la terra, lo dissemina al punto da sembrare che non ne rimanga nulla. Ma è proprio perché la semente viene sparsa, che attecchisce e non è più possibile toglierla via; essa marcisce per divenire feconda.

Il dolore è simile a questa decomposizione, necessaria alla nascita di un opera più completa. Colui che non ha sofferto per una cosa, né la conosce né la ama. Anche se questo insegnamento può essere riassunto in un’unica parola, richiede tuttavia del coraggio per essere capito.

Il senso del dolore consiste nel rivelarci quanto sfugge alla conoscenza e alla volontà egoista, nell'indicarci la via dell’amore effettivo, distaccandoci da noi stessi per darci agli altri.

   
  Il dolore, infatti, non opera in noi il suo benefico effetto senza il nostro concorso attivo: è una prova in quanto costringe le segrete inclinazioni della volontà a rendersi manifeste. Esso guasta, inacidisce, indurisce coloro che non riesce a intenerire e che non sa per nulla migliorare. Rompendo l’equilibrio della vita indifferente, il dolore ci impone di optare tra quel sentimento personale che ci porta al ripiegamento su noi stessi escludendo con violenza ogni intrusione, e quella bontà che si apre ai germi di rinnovamento di cui le prove della vita sono causa diretta.

Ma la sofferenza non è soltanto una prova; essa è anche una testimonianza d'amore e un rinnovamento della vita interiore, come un bagno che ringiovanisce per l'azione. Essa ci impedisce di assuefarci a questo mondo e ci fa sentire in esso come sommersi in un malessere incurabile.
Che cosa significa, in effetti, assuefazione, se non il raggiungimento di un equilibrio con l'ambiente limitato in cui viviamo al di fuori di noi stessi?
È indubbio che, nella calma di una vita mediocre o nel raccoglimento della meditazione, sembra che la vita riesca spesso a trovare un suo adattamento; ma di fronte a un dolore reale ogni teoria risulta vana o assurda.

La sofferenza: ecco veramente il nuovo, l'inspiegato, l'ignoto, l'infinito che attraversa la vita come una spada rivelatrice.

   
  Maurice Blondel - filosofo e scrittore (I- 1949): L'Action (1893) - Presses Universitaires de France, 1950 - pagg. 380-381.
   
  da: Meditazioni per l'anno liturgico - dagli Autori di tutti i tempi
Edizioni Messaggero, Padova 1975, pag 221-222


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