TEMPO LITURGICO
   
 

Il Tempo di Avvento

L'Emmanuele: Dio con noi - IV domenica
Inos Biffi


Is 7,10-14; Sal 23; Rm 1,1-7; Mt 1,18-24



La preghiera che conclude oggi l'eucaristia domanda che il nostro fervore tanto più cresca "quanto più si avvicina il gran giorno della nostra salvezza", ossia la memoria della natività del Signore.
E' detto "il grande giorno". Infatti a Natale avviene qualche cosa di impensabile, che l'uomo aveva talvolta tantasticato creando dei miti, cioè: Dio appare in mezzo a noi, in una forma assolutamente sorprendente, facendosi uomo e diventando l'"Emmanuele".


La fedeltà divina


Potremmo dire che oggi, questo dell'Emmanuele, è il tema dominante della liturgia. Già nella prima lettura. Al re Acaz, nel quale la dinastia di David è in pericolo, Dio è disposto a dare un segno della propria presenza e fedeltà.
Il re, timoroso e in cerca di alleanze umane, non ha una fede sufficiente per accogliere quel segno; persino arriva a confondere la fiducia con la tentazione di Dio. Per fare quella domanda di un intervento divino, quando tutto si presentava compromesso, occorreva lasciare le altre sicurezze e gli altri appoggi.
La pazienza di Dio così è stancata - dichiara il profeta -, ma la fedeltà divina a Davide e alla storia della salvezza, che attraverso di lui è programmata, è più forte e prosegue, di là dai meriti, dal momento che la redenzione è pura grazia.
Il segno si rivela così ancora più chiaramente una iniziativa di Dio. Immediatamente è un figlio che la donna concepisce e dà alla luce, così che la dinastia davidica non si spenga. Il suo nome è "l'Emmanuele": Dio-con-noi. Lo è già veramente, poiché significa e realizza la vicinanza provvidenziale di Dio verso il suo popolo, è l'indice che esso non viene abbandonato. Non è tuttavia ancora l'Emmanuele o il Dio-con-noi perfettamente.
Quel segno qui è solo prefigurato nella "donna" ("la vergine") e nel "figlio". Adesso noi sappiamo dal Vangelo dove l'intervento di Dio mirava e quando si sarebbe avverato.



Il Verbo diventa carne

  La profezia trova compimento quando a concepire è Maria, la promessa sposa di Giuseppe, e non per conoscenza di uomo ma - come precisa Matteo - "per opera dello Spirito Santo". Gesù Cristo, il Salvatore, non è il termine della possibilità umana, ma un dono della potenza e dell'amore gratuito di Dio. Occorre sottolineare questo valore della verginità di Maria: una epifania della carità divina.
Quanto al figlio è incomparabilmente di più di un erede di Davide, che pure rendeva evidente e operante la vicinanza di Dio. Egli è il Figlio stesso di Dio. I tratti della sua divinità si delineeranno sempre più chiaramente, ma sono già contenute nella dichiarazione dell'angelo a Giuseppe: "Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo". In senso unico Gesù è il Dio-con-noi. Non solo una traccia o una immagine, ma Dio personalmente che si fa uomo.
I vangeli lo riveleranno e la riflessione ammirata e grata della Chiesa ricercherà con passione e trepidazione il modo di esprimerlo, sempre preoccupata di dire adeguatamente tutto il mistero del Verbo che diviene carne e che redime il mondo vivivendo in tutta la sua verità l'esperienza terrena, come vero uomo.


Gesù: la provvidenza nella storia

La prossimità di Dio non potrà essere più intima: sarà la stessa umanità del Signore. Gesù Cristo adesso è ormai la Provvidenza nella storia. Contrariamente a quanto potrebbe forse sembrare, questa presenza di Dio non è facile da mentenere viva ed efficace. La dottrina del Dio-con-noi sta conoscendo in teologia, crediamo, qualche offuscamento. Occorre aver cura che l'Emmanuele non sia creduto una maniera qualsiasi per Dio di essere presso di noi, secondo un'attesa e una mentalità tutto sommato debitrici del mito che rivestiva di caratteri umani la divinità.
Egli è veramente Dio, col vincolo dell'umanità che lo rende solidale a noi; sarà il mistero natalizio, che ci disponiamo a celebrare, a rifarcene ascoltare il messaggio, e non tanto per una disquisizione astratta ma nei termini della preghiera: a questo "segno" che Dio stessa per sua decisione ci ha voluto dare, il credentre diviene silenzioso e adora.

 
 



La fede e il segno

Dio offre il suo "segno", ma occorre che ci sia la fede ad accoglierlo. Egli certamente lo può imporre, come ad Acaz, ma allora chi è diffidente non è salvato.
Il re di Giuda è tutto l'opposto di Giuseppe, cui Maria è promessa sposa. La sua intenzione di licenziarla in segreto manifesta lo stato d'animo di chi si trova d'improvviso dinanzi a un intervento divino che oltrepassa le sue aspettative, che sconvolge i piani "naturali"; Giuseppe è quindi invaso dal "timore", il timore dei giusti dinanzi alle epifanie divine, ai gesti inaspettati del Signore.
Anche Maria, all'annunzio dell'angelo, è stata presa da "timore": quando Dio si avvicina l'uomo non è più lasciato nella tranquillità delle cose ovvie, abituali e smussate. Anche il giusto conosce l'interlocuzione, la perplessità, il momento in cui tanti pensieri passano per la mentre stordita e la libertà si trova impacciata.
Giuseppe "stava pensando a queste cose". La sua fede si rivela nell'obbedienza, quando gli si fa chiaro, sulla testimonianza dell'angelo, che su Maria s'è posato lo Spirito Santo, e che egli non deve aver paura, non deve ritirarsi, come se la sua presenza presso di lei sia diventata un disturbo nel disegno di Dio. Al contrario, egli dovrà prendere con sé Maria come sua sposa, e svolgere il ruolo del padre verso Gesù.
Non dobbiamo svigorire questa presenza di Giuseppe, che autorevolmente inserisce Gesù nel seguito della storia della salvezza che passa attraverso Davide e i suoi discendenti e quindi attraverso il primo Emmanuele annunziato ad Acaz.
E' Giuseppe che dà il "nome " a Gesù, e che ha ormai la vocazione e missione di legare la propria vita e le proprie vicissitudini a quelle di Gesù. Alla sua docilità e giustizia è affidato il Figlio di Dio e figli o di Maria, alla sua sollecitudine e alla sua responsabilità. Egli prosegue la funzione di Abramo e dei grandi credenti, per la fede dei quali le tappe della salvezza sono state raggiunte e continuate.


Giuseppe: un "uomo giusto"

"Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore": è l'annunciazione di Giuseppe, il suo "Fiat", il consenso alla volontà di Dio. E' facile ricordarlo, ma richiede che ci si soffermi per coglierne tutta la portata.
Con quel "sì" Giuseppe entra nella strada di Cristo, si trova la propria esistenza d'improvviso rovesciata, le sue aspettative e i suoi progetti scombussolati. Era già un "uomo giusto", e quindi aveva sen'altro disposto il proprio avvenire secondo la legge di Dio: ora viene a conoscere che il piano di Dio è un altro, che i suoi termini cambiano e divengono assolutamente singolari.
Adesso, soprattutto, Giuseppe è giusto: per la giustizia che gli viene non dalle sue decisioni e dalle sue osservanze della legge, ma dalla fede alla Parola che gli è palesata.
La fede getta fuori dai cardini ordinari e dai confini plausibili e tranquilli che uno si costituisce. Inizia una via di croce e di tribolazione.
Giuseppe è chiamato alla rinunzia di una paternità terrena: in profilo potremmo vedere la chiamata di Abramo a offrire il proprio figlio.
Lo sposo di Maria accoglie come senso della propria paternità colui che nasce da lei per opera dello Spirito Santo. Solo la fede poteva fare questo. Una fede costosa, se la seguiamo in tutte le peripezie che Giuseppe incontrerà per "salvare" Gesù: il Dio-con-noi" e tuttavia soggetto alle traversie di ogni uomo.
Non senza ragione la Chiesa ha intuito e proclamato l'eccezionale santità di Giuseppe: soprattutto per le prove della sua fede. Egli con Maria è, così, il modello della nostra accoglienza natalizia: ci aiuta a trovare Dio nell'umanità di Gesù; a sentirlo prossimo, a riceverlo nei limiti e nella meraviglia di una umanità simile alla nostra. E specialmente Giuseppe e Maria ci definiscono il luogo dove Dio è con noi: là dove il credere diviene sollecitudine e impegno, testimonianza e rischio.


Il Vangelo di Dio

Non è differente il discorso di Paolo nel passo odierno dalla Lettera ai Romani. Il "Vangelo", che egli è stato prescelto ad annunziare, è che il Figlio di Dio è "nato dalla stirpe di Davide secondo la carne"; che in Gesù è presente l'umanità e la figliolanza divina, particolarmente manifestata nella risurrezione in virtù dello Spirito Santo.
Tenendo ben stretti questi due termini, la carne e la divinità, la generazione della stirpe terrena e la signoria del Risorto, noi accogliamo tutto il mistero di Cristo. Solo così abbiamo il "Vangelo di Dio", il contenuto della "grande gioia" che sarà annunziata dagli angeli a Betlemme.
Ancora Paolo pone in risalto la condizione o la premessa per questa comunione con il Figlio di Dio nato dalla stirpe di Davide, secondo la promessa: è sempre la fede. O come egli dice: "l'obbedienza della fede", che è l'adesione alla chiamata, rivolta a tutte le genti, di là da qualsiasi riserva e separazione.
In tale maniera l'Emmanuele si trova indotto nella vita, e non semplicemente riconosciuto o ammirato dall'esterno.


"Dio con noi"

C'è un bel passo di sant'Aelredo di Rievaulx, un monaco cistercense, su l'Emmanuele, dove la contemplazione, e il fervore rivelano come un cristiano anche oggi deve meditare il Natale: "Dunque Dio è con noi. Sinora Dio era sopra di noi, di fronte a noi: oggi è l'Emmanuele, oggi Dio è con noi nella nostra natura, è con noi nella sua grazia; con noi nella nostra infermità, con noi nella sua bontà. Con noi nella nostra miseria, con noi nella sua compassione.
Come potrebbe essermi vicino? E' stato piccolo con me, infermo con me, nudo con me: si è conformato a me in tutto, ha assunto quanto era mio e mi ha elargito quanto era suo. Giacevo come morto: privo di voce, di sensi, di luce degli occhi. Ed ecco che oggi è disceso quel grande profeta, potente in opere e in parole: ha posto il suo volto sopra il mio volto, la sua bocca sopra la mia bocca, le sue mani sopra le mie mani ed è diventato l'Emmanuele, il Dio con noi.
In due modi si possono conoscere le cose: o per sapienza o per esperienza. Ora la nostra miseria, la nostra afflizione, la nostra infermità è corruzione erano note a Dio in virtù della sua sapienza, adesso lo sono mediante la sua esperienza.


 

da: Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla liturgia domenicale e festiva. Anno A
Edizioni Piemme - Ancora 1986, pg. 26-29


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