TEMPO LITURGICO
   
 

Il Tempo di Avvento

La pazienza cristiana - III domenica
Inos Biffi


Is 35,1-6.8.10; Sal 145; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11


Gioia delle feste cristiane

Il tempo di Avvento, pur con un suo tono severo e il suo richiamo a una trepida vigilanza, è tuttavia un tempo liturgico soffuso di gioia. Della gioia vera, che ha il suo motivo nel "Vangelo".
Per Vangelo non si intende certamente uno scritto, che ne è solo la traccia e lo strumento.
Vangelo è il Natale del Signore: è "il grande mistero della salvezza", che la colletta di questa terza domenica di Avvento chiede a Dio di arrivare a "celebrare con rinnovata esultanza".
E' la proprietà delle feste cristiane. Spesso i nostri ricordi umani sono tinti di nostalgia; velati della tristezza che l'avvenimento è passato, irraggiungibile e solo recuperato nel rimpianto.
La caratteristica delle memorie liturgiche è quella invece non di farci rimpiangere ma di ridonarci l'avvenimento con la sua grazia e il suo frutto; di "ripresentarcelo" e farcelo rigustare.


L'allegrezza del deserto


In questo spirito risentiamo l'invito di Isaia: "Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa". Nell'immediato il profeta rianima un popolo avvilito ed esule, cui ripromette l'esperienza rinnovata dell'esodo, il rimpatrio, una rinascita, una creazione nuova, un riscatto: un "miracolo" inteso come l'irrompere di una potenza che ricompone e ripara: "Si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi ...".
E' difficile, quasi impossibile, rendere la verità e l'identità dell'evento di salvezza che Isaia promette; le immagini sono quelle del risamento fisico, del riprendersi della natura e del superamento delle angustie dello spirito.
Ma ci inganneremmo se ritenessimo che allora tutto si conclude nella stessa immagine, o in una fantasia, vaga e irreale. Siamo all'opposto dell'evasione. E' solo che il nostro linguaggio ha bisogno di attingere nel mondo sensibile.
Nemmeno è lecito fermarsi e rinchiudersi nella ricostituzione della sanità del corpo, anche se è vero che l'essere intero dell'uomo è chiamato alla redenzione e alla sua gioia.



Per la forza di Dio

  L'attesa di Israele, quella suscitata e sostenuta dall'autentica voce divina, è volta a un intervento di salvezza che ha in Dio la sua iniziativa e la sua originalità: un Dio sentito non nel distacco indifferente rispetto alla storia dell'uomo, ma in una presenza che vi si interessa e la conduce.
La Parola di Dio si rivolge agli "smarriti di cuore": tali siamo noi quando ci sembra che non la presenza di Dio ma l'assenza di Dio si imponga nelle vicende della grande e della piccola storia; quando il male ci pare prevalere sul bene; quando l'anima è invasa dalla inquietudine.
Allora bisogna prendere fuori metafora, sul serio, le parole del profeta. Allora non dobbiamo fermarci, delusi, sulla strada chiamata "Via santa": la strada della Chiesa, dei sacramenti, della penitenza e dell'eucaristia, ma proseguire, con la fermezza della fede che fa avverare le promesse che sembrano un sogno, mentre rappresentano la possibilità di Dio, che irrobustisce le mani fiacche e rende salde le ginocchia vacillanti.


La fede dei profeti

Il profeta non ha veduto il compimento della promessa. Egli non è dispensato dalla fede. Così non ne fu dispensato Giovanni Battista. Anche per lui il disegno e la possibilità di Dio appariva in qualche modo eccedente, oltre e quasi in contrasto con le attese. Per sé e per i suoi discepoli egli rivolge l'interrogativo al quale risponde l'avverarsi stesso della promessa secondo il preannunzio della Scrittura.
Gesù è colui che deve venire: lo attesta il Vangelo, l'annunzio gioioso che ha la consistenza delle opere, dei miracoli di Cristo che vanno letti e interpretati ben al di là dell'apparenza di guarigioni del corpo.
I ciechi, gli storpi, i lebbrosi, i sordi risanati, i morti che risorgono e i poveri cui è rivolta la buona novella dicono, come segno e come prova, che il mondo nuovo, la redenzione, è ormai in atto e presente.

 
 



La conversione di Giovanni

Per accorgersi e per riceverla occorre una conversione. Occorre essere "piccoli", e entrare nell'economia di Gesù di Nazaret, che non manca di suscitare sconcerto e perplessità. Le misure e i criteri di valutazione non sono più quelli antichi. La fede è chiamata a una prova suprema, al capovolgimento.
La stessa grandezza di Giovanni Battista si riduce all'avvicinarsi di Cristo. Bisogna non lasciarsi intralciare, superare lo "scandalo" che Gesù provoca con lo stile della sua vita e delle sue proposte. Il precursore riceve il massimo elogio: egli è l'uomo retto e inflessibile, austero e coerente: egli è "anche più di un profeta": tuttavia anch'egli deve accettare ormai colui del quale è il più autorevole e convincente messaggero.
Giovanni è tra tutti gli uomini "il più grande": ma ormai si è giunti al crinale. A un livello profondo e non sostituibile deve avvenire il passaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento; è necessario entrare effettivamente nel regno dei cieli, con i giudizi di valore che ormai sono riferiti a Gesù. Verso di lui convergevano tutti gli antichi profeti, che Giovanni riassume - egli è come l'angelo dell'Esodo che guida il popolo o come Elia - e supera, poiché il suo rapporto con il Messia è immediato: egli lo addita ai suoi stessi discepoli disponendosi a diminuire perché sia Gesù a crescere.
Nessuno è dispensato dalla prova della fede perché solo attraversandola si giunge alla salvezza. La redenzione dove tutto rifiorisce, la "gloria del Libano" e "lo splendore del Carmelo", sono uniti al "carcere di Giovanni". Il modo con cui si dispone e si offre il Regno dei cieli non è mai aderente e proporzionato ai nostri confini. Nella vita di ognuno si infrappone lo scandalo, l'inciampo, che è l'appello alla fede.
La vita spiriituale tiene in serbo per tutti interrogativi praticamente insolubili, situazioni da cui non si riesce a sciogliersi e che si è chiamati a portare, credendo che entrano nel piano divino.
La gioia messianica, che soffonde l'avvento, paradossalmente nasce dallo "scandalo", dalla prigione, dalla piccolezza del regno.
Noi vorremmo una strada più facile e più diretta. Vorremmo che le nostre malattie fisiche scomparissero adesso, e le ansie interiori subito si dileguassero. In realtà esse permangono tutte: la fede però non vi trova ragione per dubitare sulla verità della promessa, sulla realtà della liberazione, sulla motivazione della gioia. Certo questa è di altra natura, rispetto all'allegrezza facile e superficiale che è data a qualsiasi condizione, ma non per ciò è astratta o illusoria.


Giovanni: l'uomo della pazienza

Potremmo dire allora che il cristiano è l'uomo della pazienza. Lo richiama san Giacomo nella sua Lettera: "Fratelli siate pazienti fino alla venuta del Signore". Pazienza non è rassegnata sopportazione, impotenza e repressione; meno ancora una specie di fatalismo passivo.
La pazienza cristiana è certezza sulla Parola di Dio e affidamento ad essa sicuro che si compirà. E' un lasciare tempo a Dio, alla sua sapienza e ai suoi momenti.
San Giacomo porta l'esempio suggestivo e convincente dell'agricoltore.
Questi sa che il frutto non segue immediatamente la seminazione; che una varietà di vicende ne precede la maturazione. Non si può evitare la stagione delle piogge autunnali e primaverili, che fanno bene al seme che germoglia e va verso il raccolto. L'agricoltore è il modello di chi sa aspettare, di chi dà fiducia alle leggi della germinazione, della crescita e della messe.
La parabola ci insegna che la venuta del Signore, il compimento del regno di Dio, l'avvento della giustizia, passano attraverso una trama e una vicissitudine che richiedono confidenza, speranza, accoglienza dei tempi lunghi di Dio, rispetto alla nostra impazienza concitata e alla nostra fretta. Dare fiducia a Dio, perché è Dio, Signore del tempo e dei suoi corsi: ecco quello che la liturgia di questi giorni ci ricorda. Chi crede è uno convinto che Dio non si smentisce. "Rinfrancate i vostri cuori": esorta san Giaconmo, così esposti a lasciarsi andare, a contare secondo calcoli umani e a relegare nell'ipotesi le assicurazioni divine.


Il giudice alle porte

"La venuta del Signore è vicina": lo è "realmente", anche se cronologicamente ci è tutto oscuro. Vicinanza è presenza adesso già di Gesù Cristo.
"Il giudice e alle porte": lo è sempre, perché noi siamo sempre sotto il giudizio di Dio. Lo è per la morte che rende "particolare", in atto per noi, il giudizio. E chi sa se non lo sia anche nel senso che la storia nel tempo sta per terminare?
Noi non sappiamo proprio nulla, ad eccezione che solo Cristo è il Signore e il Giudice; che tutto si confronterà con lui; che non siamo lasciati alla nostra solitudine; che la sua Chiesa riuscirà; che ciascuno è termine personale dell'amore di Gesù, e che i motivi del timore sono vinti dai motivi della speranza.


Il modello dei profeti

Gli esemplari di questo atteggiamento? Sono i profeti, osserva san Giacomo: "Prrendete, fratelli, a modello di sopportazione e di pazienza i profeti".
Abbiamo in particolare già accennato al più grande di essi, Giovanni Battista. Ma tutti i giusti dell'Antico Testamento - pensiamo ad Abramo - se da un lato, per mandato divino, annunziavano l'avvenire e l'avverarsi della storia della salvezza e le ragioni dell'attesa; se presagivano un mondo rinnovato, essi stessi non esprimentavano tutto questo, ne avevano la certezza che soltanto la fede poteva conferire.
Quando tutto andava in sfacelo, e la storia con le sue imprese rendeva plausibile e ragionevole aspettarsi la disfatta delle assicurazioni divine, i proteti tengono accesa la fiducia sull'unico motivo della verità e della voce di Dio, il il Signore. Non sorpende che il loro messaggio venga irriso, solo che essi ritengono più vero e più efficace l'assicurazione di Dio che non tutte le trame, le iniziative e i successi umani.
La beatitudine proclamata da Gesù non è per tutti ma solo per quanti credono, ed è ben laboriosa. Essa è data a chi non si scandalizza di lui. Gesù in fondo ci ricorda che lo scandalo, come impressione di incoerenza, di stranezza, è normale, e solo se è superato in virtù della fede può essere condivisa la gioia.



Gli "scandali"

Scandalo è la circostanza imprevista, la complicazione che sembra tutto compromettere; sono le circostanze che sembrano ingiuste per noi, e sfuggire dal limite di quello che Dio dovrebbe tollerare; sono le persecuzioni, l'oppressione, e talora quella che noi chiamiamo permissione divina va anche più in là.
Chi ha lo spirito del profeta non si lascia fermare o mettere in crisi; non ne conclude con il dubbio.
Il mondo di Dio, quello che egli sta costruendo sotto le "apparenze" di quello visibile, è tutto diverso da quello che potremmo supporre. Dio ha un altro modo per riuscire rispetto al nostro.


Non lamentarsi del prossimo

Ma il discorso di san Giacomno traduce subito in scelte concrete la pazienza e la certezza che "il giudice è alle porte".
Egli ne deriva che non bisogna lamentarsi gli uni degli altri, "per non essere giudicati". La sua conclusione pratica finisce nella concezione della pazienza come sopportazione del prossimo, accettazione delle pene che esso può indurre, conservazione di uno spirito di povertà nei riguardi della prevaricazione.
Le circostanze che mettono alla prova la nostra fede e la nostra speranza sono abitualmente gli altri, con le loro scelte e il loro comportamento.
Riusciamo a non lasciarci deprimere in proporzione della nostra convinzione la quale, come diciamo nel salmo responsoriale, sa che "Dio è fedele per sempre, rende giustizia agli oppressi, sconvolge le vie degli empi". Come e quando, non tocca a noi saperlo, ma ce ne assicura la fede, capace di farci ugualmente vivere nella gioia temperata di cui traspira l'Avvento e a cui ci invita, all'inizio di questa messa, l'aposolo Paolo: "Rallegratevi sempre nel Signore".


L'origine della gioia

Una certa serenità quasi si respira dappertutto all'avvicinarsi di Natale. Ma solo il cristiano ne conosce l'origine e il segreto: Dio è il Signore, il liberatore che certamente viene. Anzi che ha già incominciato la sua opera, a partire dalla liberazione dell'anima.
Sentiamo ancora la voce di un antico monaco di san Bernardo che in una omelia d'Avvento diceva: "Veramente, fratelli miei, è nella gioia dello spirito che dobbiamo andare incontro al Cristo che viene. Fin da adesso e da lontano dobbiamo salutarlo, o meglio rendergli a nostra volta il saluto, poiché per primo egli ci rivolge il saluto. O salute e salvezza del mio volto e mio Dio! Quale accondiscendenza aver salutato i tuoi servi e soprattutto averli salvati! Tu ci hai salutato con parole di pace e poi con il bacio della pace unendoti alla nostra carne". Per questo beato monaco la Scrittura non era solo assimilata nella memoria, non diventava linguaggio soltanto, ma si trasformava in vita.

 

da: Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla liturgia domenicale e festiva. Anno A
Edizioni Piemme - Ancora 1986, pg. 20-25


web site official: www.suoredimariabambina.org