TEMPO LITURGICO

   
  Il tempo di Pasqua
La risurrezione di Cristo e la nostra risurrezione - Pasqua di risurrezione


At 10,34.37-43; Sal 117; Col 3,1-4 - oppure 1Cor 5,6-8; Gv 20,1-9 - oppure Lc 24,1-12
Messa vespertina Lc 24,13-35


I riti della Settimana Santa sono giunti a compimento; la Veglia intensa e solenne che dà sulla Domenica di risurrezione ne ha rappresentato il vertice. Non abbiamo semplicemente risvegliato una memoria sepolta nell'intimo del nostro cuore e nel cuore della Chiesa, o avvolta nell'incertezza nebbiosa degli avvenimenti passati.
La passione e la morte sono avvenute nel tempo; l'Antico Testamento e gli eventi che le hanno prefigurate e preparate sono trascorsi, circostritti in spazio e in cronologia. Ma la Pasqua di Cristo li ha riassunti e inverati per sempre, ed ecco che, mentre li andavamo ricordando in questi giorni colmi di Parola e di orazione, di comprensione e di sentimento, li abbiamo ritrovati nel loro valore.


Valore perenne della morte di Gesù

Gesù è morto una volta per tutte, ma la forza della sua morte non è tramontata; il suo valore salvifico non si è esaurito:
i giorni che trascorrono - o che trascorreranno, per innumerevoli che siano - non lo stempereranno e non lo indeboliranno.
La morte del Signore è ormai per sempre annessa nel tempo, e noi vi abbiamo riconosciuto e vi riconosciamo la grazia del perdono e della riconciliazione.
Svolto nel tempo, il mistero della passione e della morte di Gesù emerge sopra il tempo, e ogni uomo è chiamato a prendervi parte.
Abbiamo capito la morte di Cristo: non come un caso di morte tra i tanti che affliggono l'uomo; non uno dei tanti dolorosi gesti di oppressione e di violenza che stringono e soffocano ogni creatura.
La morte del Signore è stata e rimane il suo gesto di amore per il Padre e per noi; la sua obbedienza redentiva; il suo consenso al piano divino; la sua condivisione della nostra mortalità, ereditata dalla colpa e diventata, per merito di Gesù e assunta in lui, causa di salvezza. La nostra contemplazione del Crocifisso - emblematicamente e potentemente rappresentata in quello sguardo di intensità e bellezza unica che il Beato Angelico ha raffigurato in san Domenico - non deve più cessare.
La Chiesa, la Sposa del Signore, nata dal suo costato aperto, in ogni tempo, e con ardore singolare rimane a contemplare il Signore morto sulla croce. Sul Calvario è stata decisa la redenzione poiché lassù è avvenuto il più grande amore. La carità del Padre si è fatta visibile e si è offerta all'estremo. Egli ci ha dato il Figlio prediletto in sacrificio, perché ne potessimo disporre, essere perdonati, ed entrare in quell'amore che ci ha reso a nostra volta figli, per lo Spirito effuso.
In questi giorni abbiamo constatato le immagini antiche diventare vere riferite a Gesù, il Servo e l'Agnello.



  Le tappe mirabili

Abbiamo ripassato le cose avvenute dalla sera del Giovedì fino al crepuscolo mattutino del giorno dopo il Sabato. Abbiamo visto il Signore - come dice Pietro - ucciso appeso alla croce. Abbiamo risentito la sorpresa e la delusione. Ci hanno attraversato le incertezze e le paure dei discepoli, la sfiducia dei pellegrini di Emmaus. Ma solo in primo momento.
La fede ci ha fatto scorgere, oltre, un insospettato traguardo, che si è illuminato alla veglia, all'annunzio che Cristo è risorto. Allora tutto si è unificato e composto, in una unità che Dio solo poteva concepire e terminare.
Non ci meravigliamo troppo dell'oscurità discesa nell'anima di quanti avevano seguito il Signore ed erano sconcertati di un Messia che finiva sulla croce. La croce è follia e impotenza per l'uomo. Ma a Pasqua ci accorgiamo che essa è riuscita. "Dio lo ha risuscitato il terzo giorno"; ora "egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio".


La certezza cristiana

E' la certezza che pervade i primi accreditati testimoni, tramite i quali si è costituita la Chiesa ed è arrivata sino a noi la fede.
Il cristiano è uno che crede che Gesù di Nazaret è davvero risorto da morte; che la morte - non solo quella fisica che disfa il corpo ma anche quella interiore, che dissolve il senso dell'uomo, lo chiude nel radicale e insuperabile insuccesso, la morte come indice e corpo del peccato - è stata vinta; crede il cristiano che il tempo ha trovato la sua "interruzione" e si è aperto per il varco nella vita eterna; che la storia "finisce" e si perfeziona nella gloria.
La Pasqua di Gesù è indisgiuntamente morte e risurrezione, o risurrezione da morte. La croce è sorgente di vita perché chi vi è morto sopra è risorto.
 

 


Certo non è spontanea la convinzione che Gesù non è più nel sepolcro, che dalla fine è ricominciato un altro definitivo principio; che il sepolcro non racchiude il corpo del Venerdì con le bende e il sudario che lo avvolgevano. La prima reazione dinanzi alla tomba dalla pietra ribaltata è che "hanno portato via il Signore", che quel corpo sul quale ancora si ferma la cura e l'affetto è in qualche luogo nascosto.
Il messaggio della Scrittura era ancora cifrato ed enigmatico. Quando Gesù apparirà, nel giorno dopo il sabato, le tracce strane dell'assenza - le bende per terra, il sudario piegato in un posto a parte - si illumineranno di senso, anche se l'altro discepolo più lucidamente e prontamente degli altri "vide e credette".



L'umanità esemplare

Sulla croce si forma la nuova umanità, nel consenso al disegno del Padre, nella consegna della vita per essere spartita dai fratelli. A Pasqua questa umanità nuova è creata e risalta.
In quel mattino nasce finalmente l'uomo perfetto. Perciò è "il giorno che ha fatto il Signore": il vero giorno del riposo e della sua opera che è buona.
E' creata l'umanità del Figlio di Dio; il risposo è soddisfazione ed è gioia.
La creazione è terminata, l'esodo è compiuto, l'agnello del sacrificio è immolato e il suo culto è gradito e valido. Sulla Pasqua convergono i fatti antichi che le letture della Veglia hanno proclamato.
"In questo giorno Cristo nostra Pasqua si è immolato. E' lui il vero Agnello che ha tolto i peccati del mondo; è lui che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita".


L'annunzio della Chiesa

La Chiesa lo annunzia: è la novità ricorrente del suo messaggio, che non si aggiorna mai, perché questa è la sola notizia di sempre che interessa l'uomo, ogni uomo, anche quello più assente e lontano, poiché di tutti quella del Figlio di Dio è l'umanità esemplare. Se la notizia si annebbiasse - e la Chiesa andasse a ricercare altro tema da quello che Gesù è risorto da morte e che in lui siamo stati salvati -, fatalmente perderebbe la sua identità e la sua ragion d'essere. Non predichiamo altro, perché l'uomo di ogni età non ha bisogno di altro.


Fede e sacramenti

Ma Gesù è risorto come primizia e come inizio. La risurrezione deve diventare contagiosa nella novità della vita. Già da adesso. Non possiamo più vivere come se nulla fosse avvenuto e la risurrezione riguardasse lui solo. Deve diventare testimonianza la vita della Chiesa e l'esistenza stessa del cristiano. Attraverso la fede. Lo ricorda san Pietro: ora si tratta di credere nel Crocifisso per ottenere "la remissione dei peccati per mezzo del suo nome".
Grazie al battesimo abbiamo realmente, anche se nel mistero, assunto la morte e siamo entrati preventivamente nella risurrezione.
I sacramenti sono i gesti del Signore risorto: valgono perchè lui effonde lo Spirito; perché ne traducono la presenza. Il cristiano è morto con Cristo: la sua umanità è passata nella morte del Calvario, è diventata adorazione di Dio, sacrificio e donazione di sé; obbedienza riparatrice e impegno di amore. Tutto questo ha portato il battesimo, in cui la passione di Gesù ha operato, e tutto questo il cristiano si applica a far maturare.
La morte di Gesù non è finita per noi, poiché abbiano ancora bisogno di morire, poiché l'umanità ricevuta nella nascita non ci serve se non passa attraverso la rinascita del Calvario.


Già col pegno di risurrezione

Ma questa morte che il battesimo ha donato e l'impegno si assume ogni giorno è già una risurrezione germinale; Gesù risorto l'ha resa possibile unendoci alla grazia e al senso della sua morte e della sua donazione.
Secondo le stupefacenti espressioni di Paolo siamo morti e la nostra vita "è ormai nascosta con Cristo in Dio". Quello che appare all'esterno, le nostre relazioni con la storia e con le sue vicende, non rivelano tutto di noi, non manifestano neppure quello che in noi è più singolare. La nostra singolare originalità è la comunione che già ci lega al Signore risuscitato, e ci attrae oltre, alla persona di Gesù, in virtù dello Spirito che viene da lui.
Questa dimensione segreta, che ci raccoglie nell'intimo e ci fissa già nella vita eterna, si dispiegherà un giorno, alla venuta gloriosa di Cristo. Allora i nostri sensi si risveglieranno ad avvertire e a gustare quello che già possediamo come pegno e che non riusciamo ancora a sentire; quando tutto il nostro essere sarà preso dalla risurrezione e la grazia si trasformerà in gloria.
Ma la condizione nuova è già qui. Per noi, che non dobbiamo lasciarci assorbire nella mortalità e nella dissipazione del tempo e delle sue infinite cose senza valore; e anche per gli altri. Purtroppo il nostro sguardo e il nostro giudizio si fermano all'esterno, alle deformità del corpo e soprattutto a quelle dello spirito, ma se riuscissimo un poco a percepire la zona "gloriosa" che già attraversa i nostri fratelli, ne proveremmo una forte attrazione. La fede ci stimola a considerare i nostri fratelli in questa luce di grazia.


Le opere della risurrezione

Il dono, la grazia che abbiamo ricevuto senza averne avuto merito, si deve tradurre nelle opere. La vita cristiana - nella novità delle scelte conformi all'umanità rinnovata - dev'essere testimonianza che segue o conferma le parole. "Il lievito vecchio" - dice Paolo - indice di malizia, legame con la vita peccaminosa di prima, deve scomparire, per lasciare il posto alla sincerità e alla verità.
Altrimenti la parola apparirebbe sterile, senza portata, priva di adeguata dimostrazione.
La confessione pasquale non va relegata nel dovere compiuto solo in un rito, in un fuggevole momento.


Sacramenti pasquali

La comunione pasquale deve dare i suoi frutti. L'eucaristia infatti è il sacramento più intenso della Pasqua di Gesù. Le orazioni lo richiamano. La Chiesa è detta "rinnovata dai sacramenti pasquali".
Sono il Corpo e il Sangue di Cristo, lasciati a noi nella sua Cena, come appartenenti all'Agnello che si immolava, mentre nel tempio era effuso il sangue che evocava l'esodo e significava custodia e liberazione. Sono chiamati pasquali perché nella morte e nella risurrezione sono diventati principio di vita; perché sono dono del Signore risuscitato.
E' il Cristo vivente alla destra del Padre che ci rende partecipi del suo sacrificio, che ci chiama alla mensa del Corpo offerto e del Sangue sparso per il riscatto della colpa e per il sugello dell'unione con il Padre. Come annotavamo per il battesimo, anche l'eucaristia, come ogni sacramento è atto di Cristo risorto da morte che ci comunica la potenza redentiva della sua passione.
Nell'eucaristia agisce l'"inesauribile forza dell'amore" di Dio, recita la stessa orazione: la Pasqua è la rivelazione consumata della carità divina.
Chiediamo, grazie ai sacramenti pasquali, di giungere "alla gloria della risurrezione", dove si svelerà il mistero che è in noi e la conformità all'umanità di Gesù sarà perfetta. Come per Cristo la riuscita dell'uomo si attua oltre il tempo. La Chiesa non è di questo mondo, che le è improporzionato.
L'orazione sulle offerte aveva già detto: "Ti offriamo questo sacrificio, nel quale mirabilmente nasce e si edifica sempre la tua Chiesa". L'eucaristia fa nascere la Chiesa che è l'umanità associata alla passione e alla risurrezione. Il Corpo e il Sangue di Cristo lasciati in memoria non hanno altro fine che di generare una comunità conforme a quella del Signore risorto, di farci passare nel mistero e di introdurci in quello della risurrezione. Così nasce e si edifica sempre la comunità cristiana.
L'identità ecclesiale si confonde quando non sia riportata a questa origine e a questo senso. Ma ogni messa è Pasqua e quindi ogni messa fa la Chiesa. Non si risolverà l'attuale crisi ecclesiologica se non si ritorna alla Pasqua di Gesù che comprende il Venerdì Santo, la sepoltura nel Sabato, e la risurrezione: il "potente anelito della seconda vita". Là ugualmente possiamo risolvere le nostre crisi di identità, quelle sacerdotali e quelle religiose, quelle del laico e quelle della famiglia.
Ci esorta sant'Ambrogio: "Cerca di penetrare il senso della povertà di Cristo, se vuoi essere ricco. Cerca di penetrare il senso della sua debolezza, se vuoi ottenere la salute. Cerca di penetrare il senso della sua croce, se non vuoi vergognartene; il senso della sua ferita, se vuoi sanare le tue; il senso della sua morte, se vuoi guadagnare la vita eterna; il senso della sua sepoltura, se vuoi trovare la risurrezione".
In questo modo la Settimana Santa realmente non è finita. Va avanti a segnare di sè tutte le settimane dell'anno, nelle quali il "prodigioso duello", vinto da Cristo, continua ed è vinto per noi; dove ci accompagna la "gloria del Cristo risorto"; e andiamo dicendo senza ombra di dubbio: "Cristo, mia speranza è risorto"; dove lo incontriamo come i discepoli ad Emmaus, "nella frazione del pane", a rileggerci la Scrittura, a renderci comprensibile il suo destino di passione, a rinnovarci nel suo Spirito.
Domandiamo nella colletta di Pasqua di poter rinascere "nella luce del Signore risorto", che nel tempo ancora non vediamo, ma che sentiamo per fede.




  da:Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno C
Edizioni Piemme 1985 - Editrice Ancora 1985, pg. 102-107


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