TEMPO LITURGICO

   
 

La Settimana Santa
Eucaristia e Sacerdozio - Giovedì Santo - "In Cena Domini"


Es 12,1-8.11-14; Sal 115; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15


Il Giovedì Santo la memoria della Chiesa risale all'origine di due sacramenti, intimamente congiunti: l'eucaristia e il sacerdozio.


L'eucaristia: "invenzione del Signore"


L'eucaristia è "creata" nella Cena del Signore. Nessuna preparazione e nessuna aspirazione la poteva concepire nella sua originalità, ma solo la volontà di Cristo. Nel segno del pane e del vino egli si affida a una umanità credente che, commemorando il gesto della Cena, riceve il Corpo e il Sangue di Gesù: il Corpo dato e il Sangue sparso, cioé l'esistenza di Cristo, principio di vita, o l'atto e il valore del suo sacrificio, da assimilare e interiorizzare, da mangiare e da bere come cibo e bevanda.



Il Corpo di Cristo disponibile

  Il sacramento ripresenta in verità la vita di Cristo, resa disponibile per la moltitudine, e quindi la sua carità che sulla croce si è consumata.
Non c'è possibilità di salvezza che non passi attraverso questa carità e questo Corpo, col quale è dato al discepolo del Signore di entrare non tanto in comunione materiale, quanto in comunione reale, sostanziale, spirituale. La memoria dell'origine eucaristica deve far risaltare che la Chiesa può consacrare il Corpo e il Sangue di Gesù solo perché essa compie un atto di fedeltà e di obbedienza: perché tramite la sua iniziativa e le sue parole, è Cristo stesso che consacra e che si dona.
L'eucaristia è un'epifania della libertà con cui il Signore porge se stesso a ogni uomo che lo accolga. Nessuna magia o violenza, ma soltanto la donazione di Cristo, che sta all'inizio del sacramento, e come corrispondenza, la dedizione della Chiesa, attivamente e cordialmente docile al mandato: "Questo sarà il memoriale di me", il richiamo reale di quello che Gesù ha compiuto, il farsi presente della sua passione e morte, che non tramontano nella loro verità ed efficacia fin che c'è la storia, fin che ci sia ancora umanità da redimere.
 

 



Invitati da Cristo

Il Giovedì Santo siamo chiamati a comprendere che l'eucaristia non è il nostro invito a Gesù perché segga a mensa con noi, ma il suo invito perché sediamo alla mensa con lui: dove egli presiede e ci ospita, dove ci offre se stesso come cibo pasquale, come amore da condividere. L'eucaristia non deve essere affaticata e sopraffatta dalla convivialità o dalla fraternità che noi sappiamo produrre: il banchetto è fraterno, perché lui ci è fratello, per pura grazia e non per merito. Senza di lui non c'è "compagnia" o amicizia; meno ancora la nostra "compagnia" o amicizia lo sa rendere presente o "inventare.
Noi lo incontriamo perché ci precede sempre e assolutamente. I discepoli di Emmaus hanno mangiato con Gesù, perché Gesù vi si era "intromesso", prima nel dialogo o poi allo spezzare del pane.


Una Cena diversa

Non si deve equivocare; non si devono invertire i ruoli, facendo dipendere Cristo da noi, anche se è vero che, senza obbedienza e adesione, Cristo rimane sempre, ma non presso di noi.
I segni e le catechesi liturgiche non devono oscurare ma illustrare questa genesi dell'eucaristia dalla volontà del Signore, questa originalità inconfondibile, questa sua sostanza di Corpo e Sangue di Cristo nell'atto del sacrificio, questa inattesa novità dell'amore del Padre di continuare a darci il suo Figlio unigenito.
Le norme attuali - che qualcuno si permette di snobbare, quasi fosse signore del sacramento e non invece ministro - mirano precisamente a crare il senso della serietà eucaristica, della sua identità, del suo essere una Cena diversa. Del resto, quando il ministro domina l'eucaristia "pro-fanizzandola", la sua proprietà di memoria di Cristo va verso la dissoluzione.
Nè per questo il convito eucaristico si avvolge di un clima di tristezza; al contrario: esso è la festa della Chiesa, la celebrazione della grazia, poiché il Risorto da morte ci dà il suo Corpo e il suo Sangue per la nostra risurrezione.
Solo che è una festa e una gioia diversa.



Il natale del sacredozio ministeriale


Il Giovedì Santo è anche memoria del natale del sacerdozio ministeriale, che va concepito essenzialmente per l'eucaristia, e quindi per la Chiesa, con la sua vita, i suoi carismi.
Il Corpo e il Sangue di Cristo - che generano la comunità cristiana - sono posti nelle mani degli apostoli e dei loro successori non perché li trattengano, bensì perché li distribuiscano, e non in misura della loro santità ma perché presi a servizio e in missione da Cristo, perché segnati da lui con il carattere, che è indice del suo primato e del suo merito, mediazione della sua opera personale nell'edificazione del suo mistico Corpo, espressione indelebile della sua dilezione alla Chiesa sua Sposa.
I sacerdoti non sono i possessori ma i servitori del Corpo del Signore, e perciò della Chiesa. Prima si capisce l'eucaristia e poi, per essa, il sacerdozio. L'una e l'altro sono un dono di Gesù agli uomini, la manifestazione del suo amore. Nel Corpo di Cristo che si consegna vanno compresi i sacerdoti, che si consegnano per lui e con lui; essi sono chiamati alla solidarietà con la sua "tradizione".


I santi olii


Ma altri sacramenti vediamo oggi quasi nascere o troviamo allusi: quesi sacramenti che verranno conferiti con i santi olii, benedetti o consacrati dal successore degli Apostoli nella mensa "crismale", cui attingerà ogni parrocchia o piccola Chiesa, per avere i segni della confermazione, o delle ordinazioni sacerdotali, dell'unzione degli infermi o del battesimo.
Anche questi olii rimandano a Gesù Cristo, il Messia, il Consacrato. E' sempre lui che con il frutto dell'ulivo rinvigorisce, lenisce, e santifica.



  da:Inos Biffi, Nel giorno del Signore. Commento alla Liturgia domenicale e festiva. Anno C
Edizioni Piemme 1985 - Editrice Ancora 1985, pg. 94-96


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